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“Nel prendersi cura c’è vita e respiro”. A Riva del Garda la Messa del vescovo Lauro in ricordo dei defunti per Covid

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Sono almeno 55 le vittime causa Covid-19 a Riva del Garda. A loro e ai loro familiari è andato tutto l’affetto dell’arcivescovo Lauro che ha presieduto – ennesima tappa del memoriale itinerante avviato a fine maggio – una s. Messa nel pomeriggio di domenica 2 agosto, nella chiesa di San Giuseppe. A salutarlo, a nome della comunità parrocchiale, Simona, operatrice nella RSA rivana, chiamata a ripercorrere l’amorevole fatica dei giorni di maggiore emergenza, “accanto a chi – ricorda – ha sofferto e poi è spirato e che fino a qualche giorno prima parlava e scherzava con noi”. “Si potrebbe pensare – aggiunge – che chi è del mestiere è abituato alle difficoltà e alla morte, ma non è così, non questa volta in cui anche i nostri colleghi si sono ammalati”. Simona cita anche il suo impegno come ministro straordinario dell’Eucarestia: “Unire a Gesù o almeno segnare con acqua di Lourdes le persone più gravi, ha donato a molti la forza per guarire o per continuare ad affrontare la malattia e a me la speranza che saranno accolti dalla Misericordia di Dio tutte le persone di cui mi sono presa cura e che ora sono tra le Sue braccia”.

La Messa in san Giuseppe, concelebrata dal parroco don Dario Silvello e dal vicario parrocchiale don Mattia Vanzo.

 

Nell’omelia l’Arcivescovo riprende il recente fatto di cronaca di Crema dove una donna si è tolta la vita dandosi fuoco, mentre una decina di persone la riprendevano con il telefonino senza muovere un dito. Al punto da indurre la sindaco della città lombarda a chiedersi amaramente “Chi siamo diventati?”. “Chi siamo diventati?”, fa eco don Lauro riferendosi anche al dramma dei migranti che continuano a morire in mare o vengono inesorabilmente rimpatriati. “Chi siamo diventati?”, s’interroga con forza ripensando alle drammatiche giornate della pandemia “trasformata in pochi mesi – denuncia – in chiacchiere e gossip, in polemiche sterili dove il volto di chi se n’è andato è disonorato dalla dimenticanza e dalla spregiudicatezza”. Per monsignor Tisi la risposta è in “Gesù che scende dalla barca mosso dalla compassione”. “E’ venuta meno – argomenta – l’attitudine alla compassione, non come generico sentimento di bontà, ma come prendersi a carico l’altro”. “La compassione – nota ancora don Lauro – mette in moto la capacità di non arrendersi al dato di realtà,  ma di inventare l’incredibile, come i nostri operatori sanitari che ci hanno dato testimonianza della forza dell’amore che si fa dono e creatività”.

“Abbiamo un sistema che non ci da tregua e non consente di abitare quella profondità dove sta il meglio di noi”, – lamenta l’Arcivescovo ricordando che “il volto di un uomo non è rimpiazzabile. Onoriamo – conclude – il volto dei nostri cari, tornando ad essere semplicemente umani, uomini e donne che si prendono cura gli uni degli altri e sentono che nel prendersi cura hanno vita e respiro. Non lasciamoci rubare la vita. Torniamo a prenderci cura degli altri, per non dover dire, amaramente ‘Chi siamo diventati?'”   

L’Arcivescovo con un gruppo di giovani scout. Ai lati don Dario e don Mattia

    

 

A Vermiglio, tra i comuni più colpiti dal virus, la visita del vescovo Lauro. Il sindaco: “Ci porta conforto, speranza, forza”

Messa arcivescovo Lauro Vermiglio 7 giugno 2020
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Dopo Pergine, Campitello e Canazei, Vermiglio, in cima alla val di Sole. Anch’esso tra i comuni trentini più colpiti dal Coronavirus. L’arcivescovo Lauro vi si è recato nel pomeriggio di domenica 7 giugno, seconda tappa di un toccante itinerario (senza particolare preavviso, per evitare assembramenti) nei territori dove Covid-19 ha ferito tante famiglie e messo alla prova le comunità. Ha celebrato la s. Messa nella chiesa parrocchiale (accanto al parroco don Enrico Pret e al viceparroco don Riccardo Pedrotti) e ha pregato davanti alle tombe sul cimitero.

 

Messa arcivescovo Lauro Vermiglio 7 giugno 2020

Un percorso, quello dell’Arcivescovo, per invitare a non dimenticare il dolore che ha attraversato con mano pesante soprattutto alcune valli e in particolare i tanti, troppi, che non ce l’hanno fatta; per dire grazie a quanti si sono spesi nell’aiutare chi era più in difficoltà; per incoraggiare tutti a guardare con speranza al futuro, facendo tesoro dell’esperienza vissuta. A lui il grazie di tutta Vermiglio da parte del sindaco Anna Panizza che ha ricordato i giorni della paura e della sofferenza, ripensando anche “alla morte di alcuni vermigliani, strappati ai loro cari senza neppure un gesto di commiato, un abbraccio e senza poter avere un funerale dignitoso”.

Il sindaco di Vermiglio, Anna Panizza

“La sua presenza – ha detto Panizza all’indirizzo di don Lauro –  ci porta grande conforto, speranza, ma anche grande forza. Sono convinta – ha aggiunto il primo cittadino di Vermiglio – che questa esperienza dolorosa ci ha resi tutti più forti perché più ricchi, abbiamo ricevuto e dato aiuto e ora siamo più consapevoli di ciò che realmente conta nella nostra vita: gli affetti, le relazioni, la condivisione fatta di gesti, parole, sguardi e preghiera”.

Caritas diocesana, sostegno a 860 nuclei familiari, anche con il concorso dei buoni spesa di Casse Rurali e Cassa Centrale Banca

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Non si ferma l’impegno solidale da parte della Diocesi di Trento, attraverso il braccio operativo di Caritas e Fondazione Comunità Solidale, che hanno moltiplicato gli sforzi nei giorni dell’emergenza Coronavirus.

Prosegue in particolare – pur nella prudenza che ha costretto a rivedere alcune prassi ormai consolidate – l’attività di centinaia di volontari Caritas in tutto il Trentino che sostengono persone e famiglie in situazioni di difficoltà.

A supportare l’attività di Caritas e FCS in queste settimane di crisi si registra anche una più intensa generosità diffusa, con donazioni da parte di tanti singoli cittadini, realtà associative e altre organizzazioni.

Solo a Trento, dal 16 marzo scorso, quando si è alzata l’asticella dell’emergenza, la richiesta di sostegno e accompagnamento è quadruplicata; nell’arco di un mese, il servizio Caritas, a cui si riferiscono le comunità della zona pastorale cittadina, ha raggiunto 546 persone distribuendo ben 436 pacchi viveri. Sono costantemente seguite anche 109 persone Sinti con la consegna di 99 pacchi viveri. Complessivamente 150 i nuclei familiari assistiti nel capoluogo

Ad oggi poi sono 25 i punti di servizio Caritas (tra Cedas zonali e Punti di ascolto parrocchiali) aperti sull’intero territorio, che non hanno mai smesso di impegnarsi, raggiungendo 710 nuclei familiari – complessivamente oltre 2.500 persone. Accanto a questi numeri di pacchi viveri concretizzati grazie al sostegno dei punti Caritas, in questi giorni, in particolare, sono stati distribuiti 2.000 buoni spesa del valore di venticinque euro ciascuno (1.880 in periferia e 120 a Trento) finanziati dalle Casse Rurali Trentine e da Cassa Centrale Banca. Una donazione che ha visto la pronta collaborazione della Caritas, da subito organizzatasi nel distribuire i buoni in modo omogeneo sul territorio: da Tione a Sarnonico, da Cembra a Mezzolombardo, da Arco a Borgo Valsugana, da Mori a Pergine.

Tra i destinatari, in particolare, famiglie monoreddito, che hanno visto mutare in poche settimane la loro situazione, così come nuclei di famiglie straniere in difficoltà per la perdita di lavoro occasionale, o perché sprovviste di qualsiasi altro sussidio. I beneficiari sono stati individuati in base alle segnalazioni dei servizi sociali come delle parrocchie: l’obiettivo è far sì che la consegna diventi non solo momento assistenziale, ma anche occasione di relazione umana. Qualora si verifichino difficoltà nell’individuare un punto vendita ravvicinato per l’acquisto degli alimenti, oppure le condizioni sanitarie della famiglia non permettano l’uscita di casa, sono gli stessi volontari a farsi carico della spesa e quindi della consegna ai diretti interessati.

“Il Cristo è uno solo ed è risorto per sempre!”: messaggio pasquale ecumenico del vescovo Lauro e dei rappresentanti delle altre Chiese cristiane del Trentino

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Il vescovo Lauro, assieme ai responsabili delle altre Chiese cristiane presenti in Trentino (valdese, ortodossa romena, evangelica luterana, evangelica battista libera, quadrangolare), ha sottoscritto un messaggio pasquale ecumenico. “Ciascuna chiesa cristiana – vi si legge – sappia porgere un segno di pace e di risurrezione alle sorelle e ai fratelli delle altre chiese, perché al di là dei calendari e delle tradizioni diverse, il Cristo è uno solo. Ed è risorto per sempre!”.

«Se Cristo non è risorto dai morti,
vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede»
(1Cor 15,14).

Care sorelle, cari fratelli,
forse mai come quest’anno la celebrazione della Pasqua di risurrezione è chiamata ad assumere una veste esistenziale. Le nostre chiese sono chiuse, le nostre liturgie sono sospese, le nostre assemblee di preghiera e di celebrazione sono a distanza, più virtuali che reali. Eppure Cristo è il Risorto, Cristo è Colui che vive per sempre, e porta ciascuna e ciascuno di noi fin dentro il mistero della sua risurrezione. Allora forse siamo proprio chiamati a riconoscere, nella quotidianità essenziale di questo periodo, i tanti segni di Pasqua che il Signore continuamente ci offre: segni di altruismo, segni di condivisione, di compassione, di comunione, come tanti fiori che sbocciano nel tessuto delle nostre vite e della nostra storia.
Siamo chiamati, quest’anno in modo del tutto particolare, a celebrare l’essenziale della nostra fede cristiana: il mistero di morte e di vita, che la Pasqua racchiude in sé. Con la consapevolezza, come ci ricorda l’Apostolo Paolo, che «se Cristo non è risorto dai morti», allora è tutto vuoto, sterile, vano.
Arrivi quindi a ciascuna e a ciascuno di voi, alle vostre famiglie e alle vostre comunità, l’augurio di tutti noi: con la preghiera che ciascuna chiesa cristiana sappia porgere un segno di pace e di risurrezione alle sorelle e ai fratelli delle altre chiese, perché al di là dei calendari e delle tradizioni diverse, il Cristo è uno solo. Ed è risorto per sempre!

Buona Pasqua, di cuore!

Arcivescovo Lauro Tisi, Chiesa Cattolica
Pastora Laura Testa, Chiesa Valdese
Padre Ioan C. Lupastean, Chiesa Ortodossa Romena
Pastore Michael Jäger, Chiesa Evangelica Luterana
Pastore Pierino Zingg, Foursquare Gospel Italia
Pastore Jacob Latif, Chiesa Evangelica Battista libera

“Continuate a credere, a sperare, ad amare. Continuate a resistere”: gli auguri di padre Francesco Patton dalla Terra Santa

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Davanti al Santo Sepolcro a Gerusalemme, il Custode di Terra Santa, il trentino padre Francesco Patton, manda il suo messaggio di incoraggiamento (anche video) agli Italiani. Un messaggio che assume ancor più significato per il luogo nel quale viene lanciato, il luogo nel quale si è materializzato il mistero che celebriamo a Pasqua.

Siamo davanti al Santo Sepolcro a Gerusalemme, il luogo più santo per tutti i cristiani del mondo, il luogo nel quale Gesù ha vinto la morte risorgendo il mattino di Pasqua. Desidero dire a ciascuna e ciascuno di voi che, in questo luogo, noi frati della Custodia di Terra Santa, come pure i nostri fratelli Greci e Armeni, stiamo pregando per voi ogni giorno.

Carissimi amici italiani, continuate a credere, continuate a sperare, continuate ad amare. Continuate a resistere.

Manteniamo la distanza fisica se è necessario per evitare che il virus si diffonda, ma restiamo uniti e solidali gli uni con gli altri, perché solo così potremo sconfiggere il virus più letale, il virus dell’egoismo, che fa pensare ad alcuni che sia possibile salvarsi da soli. Siamo un’unica famiglia, siamo tutti insieme sulla stessa barca, vi siamo vicini e preghiamo per voi e per i vostri cari. Continuate a sperare, continuate a fidarvi e continuate ad amare.

Coraggio!

 

I verbi del prete nella pandemia

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“Essere preti” e non “fare i preti”; “essere in”“essere per” sono i verbi del prete in questa pandemia, secondo padre Marco Canali (già Direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della Diocesi di Novara ed anche docente presso l’ITA e l’Istituto Superiore di Scienze Religiose del capoluogo piemontese.

“Essere preti” e non “fare i preti”
Anzitutto, siamo stati ordinati dal Vescovo “per essere” preti, ma non “per fare” i preti.
Nonostante tutte le caricature con le quali le persone spesso connotano il nostro ministero o noi stessi “ce la contiamo su”, questo sacramento non è stato, non è e non sarà mai “un mestiere” con al centro “il fare”. Potrebbe certamente correre il rischio di trasformarsi nella “lunga mano” di una Ong. Papa Francesco, il giorno dopo la sua elezione al ministero petrino, ammoniva di questo pericolo incombente: «Noi possiamo camminare quanto vogliamo, noi possiamo edificare tante cose, ma se non confessiamo Gesù Cristo, la cosa non va. Diventeremo una Ong assistenziale, ma non la Chiesa, Sposa del Signore».
Questo non ci esime affatto dall’essere sul fronte della carità – quante opere di sussidiarietà in Italia sono indispensabili alla stessa Nazione e ne abbiamo la prova anche oggi -, ma questa stessa carità sussiste solo senza perdere di vista l’ “essere in”.

“Essere in”
Con l’imposizione delle mani da parte del Vescovo ci siamo legati indissolubilmente con Cristo in una relazione fondamentale. Siamo diventati partecipe del suo unico sacerdozio così che non lo si rappresenta semplicemente o lo si esercita, ma lo si vive in Cristo. San Paolo VI lo descriveva con accenti profondi: «Cristo ha in noi il suo vivo strumento; quindi, il suo ministro; perciò il suo interprete, poi, l’eco della sua voce; di più: i il suo tabernacolo; il segno storico e sociale della sua presenza nell’umanità; il suo focolare ardente d’irradiazione del suo amore per gli uomini». Ma questo “prodigio” non va mai confuso col rinchiudersi “in sacrestia”, perché non è più il tempo né di “altaristi” né di “abatini”.
Questo lo si evita, se si ricorda l’ “essere per”.

“Essere per”
Sant’Agostino diceva bene di sé: «con voi sono cristiano, per voi sono vescovo e prete». Per ogni sacerdote questo “essere per” significa che la comunità cristiana può far conto su di lui. «Per ogni sacerdote, questo non è solo dedizione ad un sacramento, cioè un impulso del cuore, della mente o delle emozioni: è molto di più! È una vera e propria dedicazione – ci ha ricordato non molto tempo fa il nostro vescovo Franco Giulio – È, infatti, la fedeltà che perdura alla prova del tempo; è la forma del volere e della scelta; è la forma stabile della libertà, perché la fedeltà è la forma matura della libertà; è, infine, la forma della fedeltà che libera ogni sacerdote dall’improvvisazione del momento, dai capricci dei sentimenti, dal dover inventarsi da capo ogni giorno, senza togliere per questo spazio alla scioltezza, alla libertà e alla generosità rinnovata».
Ecco perché anche in questo tempo di pandemia anche noi preti siamo “sul fronte” a combattere, col modo che ci è proprio, a fianco di tutti, la battaglia contro la pandemia.
Le nostre comunità cristiane contano su di noi e non ci chiedono altro che questo.
Noi non possiamo scordarcelo.
Non perderemmo solo le comunità e noi stessi, ma il Signore, a cui ci siamo “dedicati” per sempre.

“Nessuno è tanto grande come quando serve”: il Triduo Pasquale visto da don Ivan Maffeis

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“Iniziamo un Triduo pasquale sofferto, per tante ragioni, non ultima quella che ci vede, come comunità cristiana, impossibilitati a ritrovarci insieme per celebrazioni che appartengono al cuore stesso della nostra fede”: lo dice don Ivan Maffeis, trentino d’origine, sottosegretario e portavoce della Conferenza Episcopale Italiana, riflettendo sul Giovedì Santo, giorno nel quale si fa “memoria viva della cena del Signore”.

“I nostri sacerdoti -prosegue don Ivan- celebreranno senza popolo, ma per tutto il popolo, affideranno al Signore la sofferenza dei nostri ammalati e la preoccupazione delle nostre famiglie, invocheranno la sua misericordia per i defunti, chiederanno per ciascuno il grande dono di non perdere la bussola in mezzo a questa tempesta e di non perdere la speranza. Viviamo questo Triduo ricordando che nessuno è tanto grande come quando serve.”

Don Ivan, a lungo direttore del settimanale diocesano Vita Trentina, nel numero in edicola questa settimana (leggibile gratuitamente online in tempo di emergenza sanitaria), ha anche contribuito con uno dei 15 interventi per ragionare sul tema “siamo tutti nella stessa barca”, riprendendo la frase celebre di papa Francesco durante la sua preghiera in piazza San Pietro deserta. Una riflessione sulle “fotografie” che rimarranno impresse di questa “stagione sospesa”.

“E’ per tutti una settimana di passione. La luce del Calvario rischiari le nostre tenebre”. Domenica delle Palme, il vescovo Lauro apre la Settimana Santa

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Nessuna benedizione dei rami d’ulivo, nessuna processione: è la Domenica delle Palme al tempo del Coronavirus. A Trento come in tutte le chiese, si vive un’ “inedita e surreale” domenica di Passione, come la definisce il vescovo Lauro aprendo la Settimana Santa, cuore di tutto l’anno liturgico. “I rami d’ulivo -ha ricordato il vescovo all’inizio della celebrazione- hanno quest’anno i lineamenti dei medici che hanno pagato con la vita il servizio ai malati. Ricordo in particolare la dottoressa Gaetana, medico in Val di Fassa. Hanno il volto pieno di dignità di tanti ammalati, che in solitudine salgono l’erta del calvario. Hanno il viso stremato dalla fatica dei nostri operatori sanitari che quotidianamente rischiano la vita per noi. Hanno i colori forti della fatica di tanti uomini e donne che ogni giorno lavorano per garantirci i servizi essenziali. Hanno le mani di tanti operatori e volontari che si prendono cura dei poveri nelle varie strutture di accoglienza. Hanno la compostezza e la determinazione di rimanere a casa, sapendo essere questo un sublime atto d’amore, delle nostre famiglie preoccupate per il lavoro e il futuro. Hanno i tratti di tanti sacerdoti, religiose e religiosi, e anche alcuni vescovi, che con grande fede e forza d’animo affrontano la malattia che li ha colpiti”.
Un accenno anche per la comunità dei frati cappuccini trentini, che proprio nella Domenica delle Palme hanno visto la morte di un altro loro confratello, fra Emerico Senoner, del convento di Rovereto.

FOTO PAOLO PEDROTTI

A caratterizzare la Domenica delle Palme è il lungo racconto della passione e morte di Gesù, che induce l’arcivescovo Lauro a un immediato parallelo: “La Settimana Santa, assolutamente inedita e surreale, in cui entriamo, non occorre esplicitarlo, è davvero per tutti settimana di passione”. L’accostamento tra il dolore estremo di Gesù e la sofferenza provocata dall’epidemia è il filo conduttore dell’omelia di monsignor Tisi, in questa anomala domenica, con la messa celebrata nel Duomo a porte chiuse e trasmessa in diretta Tv e streaming sul web.

FOTO PAOLO PEDROTTI

Una settimana di passione “per tanti -ha proseguito don Lauro- che negli ospedali e nelle case di riposo affrontano la dura realtà della malattia o in solitudine vanno incontro alla morte. Mai, come questa volta, possiamo dire – seppure con diversa intensità – d’essere in croce, con quanto questo comporta: paura e angoscia, tristezza senza fine, bisogno di vicinanza e compagnia, lacerante percezione di essere abbandonati”.

“Mi permetto di invitarvi -ha concluso mons. Tisi- a soffermarvi sulla rapida e frettolosa sepoltura riservata a Gesù: possa diventare conforto per tutti coloro che in questi drammatici giorni hanno dovuto vivere la stessa esperienza con i propri cari. “Ave, o Croce, unica speranza”, recita un antico inno alla croce. In questa anomala Settimana Santa, la misteriosa luce del Calvario rischiari le nostre tenebre”.

SCARICA QUI IL TESTO INTEGRALE OMELIA

VEDI QUI IL CALENDARIO DELLE CELEBRAZIONI DELLA SETTIMANA SANTA