I verbi del prete nella pandemia

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“Essere preti” e non “fare i preti”; “essere in”“essere per” sono i verbi del prete in questa pandemia, secondo padre Marco Canali (già Direttore dell’Ufficio Comunicazioni Sociali della Diocesi di Novara ed anche docente presso l’ITA e l’Istituto Superiore di Scienze Religiose del capoluogo piemontese.

“Essere preti” e non “fare i preti”
Anzitutto, siamo stati ordinati dal Vescovo “per essere” preti, ma non “per fare” i preti.
Nonostante tutte le caricature con le quali le persone spesso connotano il nostro ministero o noi stessi “ce la contiamo su”, questo sacramento non è stato, non è e non sarà mai “un mestiere” con al centro “il fare”. Potrebbe certamente correre il rischio di trasformarsi nella “lunga mano” di una Ong. Papa Francesco, il giorno dopo la sua elezione al ministero petrino, ammoniva di questo pericolo incombente: «Noi possiamo camminare quanto vogliamo, noi possiamo edificare tante cose, ma se non confessiamo Gesù Cristo, la cosa non va. Diventeremo una Ong assistenziale, ma non la Chiesa, Sposa del Signore».
Questo non ci esime affatto dall’essere sul fronte della carità – quante opere di sussidiarietà in Italia sono indispensabili alla stessa Nazione e ne abbiamo la prova anche oggi -, ma questa stessa carità sussiste solo senza perdere di vista l’ “essere in”.

“Essere in”
Con l’imposizione delle mani da parte del Vescovo ci siamo legati indissolubilmente con Cristo in una relazione fondamentale. Siamo diventati partecipe del suo unico sacerdozio così che non lo si rappresenta semplicemente o lo si esercita, ma lo si vive in Cristo. San Paolo VI lo descriveva con accenti profondi: «Cristo ha in noi il suo vivo strumento; quindi, il suo ministro; perciò il suo interprete, poi, l’eco della sua voce; di più: i il suo tabernacolo; il segno storico e sociale della sua presenza nell’umanità; il suo focolare ardente d’irradiazione del suo amore per gli uomini». Ma questo “prodigio” non va mai confuso col rinchiudersi “in sacrestia”, perché non è più il tempo né di “altaristi” né di “abatini”.
Questo lo si evita, se si ricorda l’ “essere per”.

“Essere per”
Sant’Agostino diceva bene di sé: «con voi sono cristiano, per voi sono vescovo e prete». Per ogni sacerdote questo “essere per” significa che la comunità cristiana può far conto su di lui. «Per ogni sacerdote, questo non è solo dedizione ad un sacramento, cioè un impulso del cuore, della mente o delle emozioni: è molto di più! È una vera e propria dedicazione – ci ha ricordato non molto tempo fa il nostro vescovo Franco Giulio – È, infatti, la fedeltà che perdura alla prova del tempo; è la forma del volere e della scelta; è la forma stabile della libertà, perché la fedeltà è la forma matura della libertà; è, infine, la forma della fedeltà che libera ogni sacerdote dall’improvvisazione del momento, dai capricci dei sentimenti, dal dover inventarsi da capo ogni giorno, senza togliere per questo spazio alla scioltezza, alla libertà e alla generosità rinnovata».
Ecco perché anche in questo tempo di pandemia anche noi preti siamo “sul fronte” a combattere, col modo che ci è proprio, a fianco di tutti, la battaglia contro la pandemia.
Le nostre comunità cristiane contano su di noi e non ci chiedono altro che questo.
Noi non possiamo scordarcelo.
Non perderemmo solo le comunità e noi stessi, ma il Signore, a cui ci siamo “dedicati” per sempre.