“Questa cattedrale è il Cenacolo”: la Pentecoste a Trento nella Veglia con i movimenti e nella solenne Messa domenicale

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La Cattedrale di Trento affollata, le voci di movimenti e associazioni ecclesiali, la preghiera condivisa nel segno dello Spirito Santo. Tra la veglia di sabato sera e la Messa della solennità domenicale, la Chiesa trentina ha vissuto la solennità di Pentecoste con due momenti intensi di comunione, accompagnati dall’arcivescovo Lauro Tisi.

“Chi ha sete venga a me”: la veglia e l’invocazione dello Spirito

Nella veglia di sabato, animata dalle aggregazioni laicali, l’Arcivescovo prende avvio dal Vangelo di Giovanni (“Chi ha sete venga a me e beva”) e dall’immagine dell’acqua: “Per poter apprezzare l’acqua serve aver sete”. Una provocazione che diventa lettura del presente ecclesiale e sociale: “Siamo divorati dalla sete, c’è un’inquietudine impressionante, ma non ne abbiamo la percezione; siamo disidratati, ma ci muoviamo come fossimo pienamente dissetati”.

Più che ricette o richiami morali, don Lauro indica la strada evangelica: “La via del ‘tu devi’ non serve”. Occorre invece tornare alla bellezza del Vangelo, “davanti alla bellezza delle bellezze che è Gesù Cristo”, lasciandosi nuovamente attrarre dalla sua umanità concreta: “Le mani piene di calli di un uomo che prova a conoscere cosa vuol dire lavorare”, il Dio di Nazareth che vive relazioni, ascolta, si piega sui piedi dei discepoli e mostra che la forza autentica passa attraverso il servizio e il perdono.

Da qui la forte invocazione: che le comunità cristiane possano liberarsi “dalla pastoia delle complicazioni” per tornare all’essenziale, fino a uscire dal Cenacolo “ubriachi di gioia”, avendo ritrovato “l’acqua che zampilla, che disseta ogni sete: l’ascolto, il servizio, il perdono, la frequentazione dei volti”.

Le preghiere dei movimenti: pace, lavoro, educazione, fragilità

Particolarmente significativa la preghiera dei fedeli, affidata ai rappresentanti dei movimenti e delle associazioni ecclesiali: dopo aver portato all’altare ciascuno un cero acceso, hanno dato voce alle grandi preoccupazioni del presente. L’invocazione ha toccato il dramma dei popoli feriti dalle guerre, con una richiesta di “pace disarmata e disarmante” in Ucraina, nel Medio Oriente e nei molti luoghi di conflitto, la dignità del lavoro e la vicinanza a chi lo ha perso, le persone nella prova e le famiglie, il mondo educativo chiamato a non scoraggiarsi davanti ai limiti. Ricorrente anche il richiamo alla fraternità: “Siamo dono gli uni per gli altri”, chiamati a costruire pace e comunione nella diversità dei carismi ecclesiali.

Nel saluto finale, l’Arcivescovo ha ringraziato movimenti e associazioni per il “clima di comunione bello che cresce”, ricordando che “dov’è la comunione lì è lo Spirito”. Reduce dagli incontri pastorali a Lavarone, ha aggiunto: “C’è tanto Spirito Santo, l’unico pericolo è continuare a raccontare che non è vero”.

“Questa cattedrale è il Cenacolo”: la Messa di Pentecoste

Nella celebrazione della domenica mattina, animata dalla Cappella musicale del Duomo, monsignor Tisi si è soffermato sul verbo evangelico “soffiare”, richiamo al Dio della Genesi che immette nell’uomo il soffio della vita. Di qui la lettura dell’attualità della Pentecoste: “Questa cattedrale è il Cenacolo” ha sottolineato don Lauro, un luogo abitato da uomini e donne segnati dalla paura, dalla sfiducia, dalla sensazione che il mondo esterno sia una minaccia, ma proprio per questo raggiunti dallo Spirito che continua a generare vita nuova. “Ebbene, in questo Cenacolo, in quest’ora precisa, lo spirito è in mezzo a noi. E in quest’ora precisa si effonde per rimettere i peccati”.

Il vero senso del peccato

Il peccato, spiega il vescovo, non è anzitutto trasgressione di norme ma una condizione di “non-vita” che porta a percepire l’altro come nemico o antagonista. Per questo “rimettere i peccati” significa restituire l’uomo al sogno originario di Dio: un’umanità riconciliata, capace di vedere nell’altro “una chance, un’opportunità”, qualcuno senza cui non si vive. “Lo Spirito Santo ci fa sentire che gli altri sono il nostro respiro, la nostra vita”.

“Dando un’occhiata alle cronache, sembrerebbe che in questo momento non vada in onda la remissione dei peccati, la restaurazione della comunione, ma esattamente l’opposto: la frantumazione, la spaccatura, i muri, i recinti, le distinzioni”, ha osservato l’Arcivescovo, evocando un mondo segnato da conflitti, divisioni e violenze.

Eppure, ha aggiunto, lo Spirito continua ad agire nella vita ordinaria delle persone e delle comunità. “A tutte le latitudini della terra si sono convocati uomini e donne che hanno ascoltato questa pagina biblica”, ha ricordato, sottolineando come ogni domenica la celebrazione del Risorto generi “dinamiche di fraternità, di incontro, di riconciliazione e di pace” che si riflettono nella vita quotidiana, “sul posto di lavoro, in famiglia”.

Secondo mons. Tisi, questi segni di bene hanno spesso un volto nascosto e silenzioso: “Questa dinamica fraterna non ha la ribalta delle prime pagine, non ha il palco della prima notizia”, ha detto, osservando che “a volte la prima notizia è la meno vera”, mentre la realtà è fatta anche della fedeltà quotidiana di uomini e donne “resilienti”, capaci di vivere e morire “sereni nel Signore, riconciliati con sé e con gli altri”.

“Umanità come sala parto”

Il cuore del messaggio diventa allora un’immagine potente spesso evocata da don Lauro: “L’umanità è una grande sala parto, non è una camera mortuaria o un obitorio. Lo dico con forza: l’umanità è una sala parto”, ha affermato l’Arcivescovo, invitando i fedeli a “guardarsi attorno” per riconoscere “le ostetriche e i germogli di bene che ogni giorno fioriscono”.

Da qui il richiamo alla speranza cristiana, nutrita dal tempo lungo dell’attesa: “Ci serve il coraggio dell’attesa, il coraggio di attendere”, ha insistito mons. Tisi, chiedendo “occhi grandi per guardare al dopodomani” in un tempo che sembra incapace di immaginare il futuro.

Infine, una convinzione ribadita con forza: “L’ultima parola non l’avranno né i dittatori, né la finanza, né l’economia aggressiva. L’ultima parola continua ad averla l’amore, l’abbraccio e la misericordia”. Una realtà, ha osservato Tisi, spesso invisibile “nelle cronache digitali” e agli algoritmi, ma ben presente nella concretezza delle relazioni quotidiane, nei volti di chi sostiene, accompagna e dona vita.  La celebrazione si è conclusa con un’invocazione allo Spirito perché “crei in noi occhi nuovi e un cuore nuovo”, capaci di non lasciarsi sopraffare dal male e di continuare, “resilienti e ostinati, a seminare il bene”.