Author: losspapot

Parrocchie, presentata la Polizza Unica Assicurativa

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Sabato 6 aprile, presso l’aula magna del Collegio Arcivescovile di Trento, l’Arcidiocesi di Trento ha organizzato un incontro di formazione per parroci, consiglieri parrocchiali per gli affari economici e contabili parrocchiali sulla Polizza Unica Assicurativa.

Relatore dell’incontro è stato l’avvocato Pierluigi Recla (di Cattolica Assicurazioni): presenti ben 175 persone, rappresentanti 115 parrocchie e 5 Unità Pastorali della Diocesi.

In conclusione di mattinata, spazio anche per un aggiornamento sul rendiconto annuale delle parrocchie da parte di Antonio Pacher (Referente Servizio Amministrazione e Bilancio).

In ascolto dei giovani, senza giudicare (14 aprile 2019)

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Le comunità parrocchiali sono ancora luogo di formazione per le giovani generazioni, sanno ascoltare le loro domande? In che modo gli adulti possono accompagnare i giovani oggi, valorizzando il loro contributo e aiutandoli nel discernimento?

(domanda posta nel convegno promosso dall’Azione Cattolica dopo il Sinodo dei giovani)

 

Il mio pensiero va al settembre scorso quando ho rivisto Maddalena (nome cambiato per rispetto alla privacy) e subito penso a lei per un servizio verso i più piccoli. Settembre è il tempo in cui si va alla ricerca di persone da “arruolare” nell’attività pastorale per “coprire” quei buchi che dopo le attività della stagione precedente sono ancora scoperti. Maddalena ha raccontato della sua estate e poi ha incalzato con una affermazione lapidaria prima ancora che io abbia potuto comunicare il mio pensiero: “Sai non frequento più il gruppo giovani della parrocchia X, perché non mi dava niente… le parrocchie non offrono una formazione ai giovani… ci chiedono solo attività da fare”. Ho continuato ad ascoltarla senza replicare, perché ha espresso in modo chiaro e crudo ciò di cui sono convinta da tempo. Che proposte offrono attualmente la maggior parte delle nostre parrocchie per i giovani?
Dopo la tanto “attesa” cresima c’è il grande sforzo di “tenere uniti” gli adolescenti, in modo che non ci sia la “fuga”: qualcuno, con fatica, resta. E per questi “qualcuno” il percorso si prospetta con incontri di adolescenti, dove sono coinvolti in attività, spesso di servizio. Quando arriva il percorso universitario, se questo non ti porta ad essere molto lontani come sede, viene proposta loro una responsabilità verso i più piccoli (catechisti o animatori), qualche altra attività parrocchiale (coro), qualcuno forse fa parte del Consiglio Pastorale Parrocchiale…
Le nostre parrocchie sono, per molti motivi, ancora molto standardizzate e inquadrate: orari, spazi predisposti per attività programmate, molto organizzate e forse con poca vita comunitaria. I giovani (ma anche molti adulti) hanno probabilmente bisogno di essere riconosciuti, accolti, ascoltati, da qualcuno che desidera farsi compagno di cammino più che da “personale parrocchiale”. Probabilmente hanno bisogno di uno stile più libero, più sensibile a cogliere la vita, più capace di rispondere a domande nuove anziché essere “inquadrati” in una organizzazione ben chiara e precisa. Avrebbero più bisogno di spazi e luoghi in cui incontrare un Vangelo che parla alla loro vita piuttosto che essere esecutori di progetti e programmi che sentono lontani dalla loro esperienza. Ma questo riescono a proporlo le nostre parrocchie?
Si tratta di mettersi in cammino cancellando anzitutto alcune nostre tipiche affermazioni come “si è sempre fatto così… ma dove sono i giovani? cosa fanno?…” e andare loro incontro anziché creare dei muri tra “chi è dentro e chi è fuori”; stare con loro invece che definirli in negativo; lasciare un po’ le nostre fisse programmazioni, abituarsi a vivere un po’ la disorganizzazione e l’incertezza, nella serenità che non siamo chiamati a costruire parrocchie super efficienti, ma accompagnare persone all’incontro con Cristo vivo che desidera amare e salvare ognuno.
Concludo con l’espressione di un giovane seduto accanto a me in una riunione post-sinodo giovani: “I giovani se ne vanno perché non si sentono ascoltati, ma giudicati”. Un’affermazione che non lascia spazio a commenti. Il Sinodo dei giovani ha aperto due grandi strade nel rapporto con i giovani: l’ascolto e la sinodalità. Mettiamoci in movimento con entusiasmo e fiducia… senza paure!

sorella Patrizia
Fraternità Cena Domini

La Chiesa riesce a tenere il passo della società? (1 aprile 2019)

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La Chiesa riesce a tenere il passo della società che cambia? Ed in particolare del mondo giovanile?

(domanda emersa nell’incontro promosso da Azione Cattolica dopo il Sinodo dei giovani)

 

La domanda è ampia. Visto che non è qui lo spazio per una risposta ampia cercherò di offrire alcuni sguardi con cui si può provare ad abbozzare una risposta.
Un primo sguardo severo. Ad un primo sguardo la risposta è… no. La Chiesa sembra proprio non riuscire a tenere il passo. Il suo modo di presentarsi è spesso vecchio, sciatto, arroccato. Sembra non riconoscere le urgenze del momento o dare risposte fuori tempo e fuori luogo. I giovani rivolgono alla Chiesa uno sguardo severo, oppure non la guardano affatto. Lo stesso fa, nel complesso, la nostra società. In parte si capisce che ci sono delle ragioni per questo. La Chiesa dovrebbe riuscire a dialogare, ad offrire quello che ha in modo convincente. In fondo questo
è il suo compito: offrire il Vangelo a tutti, non tenerlo per sé.
Un secondo sguardo severo. Un certo disprezzo della società verso la Chiesa è, a ben vedere, in fondo ricambiato. Se la Chiesa non piace a questa società, nemmeno questa società piace alla Chiesa, e spesso nelle parole della Chiesa – dai papi ai parroci – il fastidio e la critica verso “questo mondo” si fanno sentire. Allo stesso modo, se i giovani sono scettici o indifferenti alla Chiesa, anche la Chiesa è scettica o indifferente verso i giovani. “In fondo, si chiede la Chiesa, perché dovrei tenere il passo? Devo annunciare il Vangelo, mica correre dietro a giovani e società!”
Sembrano realtà che non si capiscono e non si piacciono.
Uno sguardo allo specchio. Questi sguardi severi sono però il frutto di una distorsione. Pensano la Chiesa di qua e la società di là, la Chiesa da una parte e i giovani dall’altra. Ma la Chiesa è in questa società (dove altro?) ed è fatta anche di giovani. Questo permette di riconoscere che le difficoltà di comprensione non sono tanto della Chiesa verso la società o della società verso la Chiesa. Piuttosto si tratta di una società che fatica a capire se stessa e i propri cambiamenti e di una Chiesa che fatica a stare al passo con se stessa, con le esigenze che il Vangelo e la realtà le sottopongono. Forse così si potrebbe percepire che il compito che ci aspetta non riguarda la Chiesa oppure la società oppure i giovani. Riguarda tutti. Viviamo in un tempo complesso da capire e da vivere. Chi ha suggerimenti si faccia avanti.
Uno sguardo ampio. La Chiesa non è al passo con le esigenze dei giovani… quali giovani? Quali risposte dà ai molti giovani cristiani che scappano dalla persecuzione o dalla guerra, che cercano una vita migliore altrove? Quali risposte per quei giovani che il nostro mondo lascia senza lavoro, senza identità culturale, senza sicurezza? Quando si riflette sulla Chiesa uno sguardo ampio aiuta a vedere le cose nella giusta prospettiva.
In questo avere un Papa che proviene da lontano aiuta. I giovani cattolici sono indiani, congolesi, boliviani, francesi, filippini… e italiani. Oggi queste realtà giovanili sono al tempo stesso molto diverse e molto interconnesse. Risposte che vanno bene da una parte sono inadeguate dall’altra. Proprio per questo la Chiesa dovrà imparare a percepirsi sempre più come “Chiese”, come realtà concreta e locale che risponde alle proprie domande, che affronta i problemi da giovane, da anziano, da sacerdote, da famiglia. Senza una Chiesa plurale e responsabile, che si fa carico di se stessa, non c’è possibilità di stare al passo con niente e nessuno. Pensare che da Roma, da una sola persona – sia pure Papa Francesco – possano arrivare le risposte per tutti e per tutto, in un mondo plurale e complesso come il nostro, è semplicemente irrealistico.

Leonardo Paris
teologo, Servizio Cultura Arcidiocesi di Trento

Cosa vuol dire penitenza? (17 marzo 2019)

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Nelle nostre chiese non si sente più parlare tanto di penitenza, nemmeno in questa Quaresima. Forse si è perso significativo anche di questa parola. Potreste approfondire il valore della penitenza oggi?

 Un’abbonata

 

 

Quando sentiamo la parola penitenza il primo pensiero di molti di noi va a quelle “penitenze” che dovevamo fare da bambini, quando in un gioco si perdeva o si sbagliava, e allora si era costretti a compiere qualche “penitenza”… Oppure ci viene in mente quando andiamo a confessarci e ci sentiamo dire: “Per penitenza dica tre Ave, Maria”; quasi che pregare fosse una penitenza! Mentre quella penitenza, o meglio “soddisfazione” (ma neanche questa espressione è chiara!), è il segno che voglio cambiare vita e inizio almeno a pregare (esigenza e non dovere del credente), o a compiere qualche opera “nuova”.

Proprio questo è l’originario significato di penitenza: cambiare vita, convertirsi. Nella traduzione latina del Vangelo l’invito di Gesù ”Convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15) rende la parola greca “metanoeite” con l’espressione latina “paenitemini” cioè fate penitenza. Fare penitenza poi è diventata sinonimo solo di fare qualche opera per emendarci, per scontare la pena del male fatto, del peccato compiuto. La penitenza che ci viene proposta in Quaresima è allora qualcosa d’altro, come dice un prefazio: “Tu vuoi che ti glorifichiamo con le opere della penitenza quaresimale, perché la vittoria sul nostro egoismo ci renda disponibili alle necessità dei poveri, a imitazione di Cristo tuo Figlio, nostro salvatore”. E ogni anno il mercoledì delle Ceneri il Vangelo ci ricorda le tre vie normali del cristiano, che la Quaresima ci fa riscoprire, per fare penitenza, per convertirci, cioè per guardare a Dio e al prossimo: la preghiera (soprattutto come ascolto della parola di Dio), il digiuno (c’è qualcosa di più importante di me stesso, del mio cibo, ecc.) e dell’elemosina (intesa come solidarietà, condivisione e carità piena). Quali opere compiere oggi? Un testo sconosciuto, il Manuale delle indulgenze, indica alcune interessanti opere penitenziali alla portata di tutti: “Compiere i propri doveri quotidiani e sopportare le avversità della vita, innalzando l’animo a Dio; con spirito di fede e con animo misericordioso, porre se stessi o i propri beni a servizio dei fratelli che si trovano in necessità; privarsi spontaneamente e con sacrificio di qualcosa di lecito; in particolari circostanze della vita quotidiana, rendere spontaneamente aperta testimonianza di fede davanti agli altri”. Vie di penitenza praticabili da tutti.

Sant’Ignazio nei suoi Esercizi Spirituali (n. 87) ci ricorda che “le penitenze esterne si fanno principalmente a tre scopi: il primo a riparazione dei peccati passati; secondo, per vincere se stessi, ossia affinché la sensualità obbedisca alla ragione, e tutte le parti inferiori siano sottomesse alle superiori; terzo, per cercare o trovare qualche grazia o dono che la persona voglia o desideri… o per la soluzione di qualche dubbio in cui la persona si trovi”.

Infine che si dica che i preti nelle loro omelie non parlano più di penitenza, o della morte, del giudizio, dell’inferno, del purgatorio, del paradiso, può anche essere vero. Certo una volta le prediche erano veramente tali e si parlava solo al negativo. Ma non possiamo negare che la parola di Dio (soprattutto Gesù, San Paolo e i profeti) e i testi della liturgia, ogni giorno e soprattutto in Quaresima, non ignorano queste tematiche, anzi se ne parla spesso! La parola penitenza risuona quindi ancora nella Chiesa e nelle chiese; facciamoci caso! Già il fermarci a fare silenzio e ascoltare la parola di Dio è una via di autentica penitenza. Quella Parola opera in noi e ci converte realmente.

Don Giulio Viviani