Author: losspapot

Come è possibile pregare “contro”? (3 marzo 2019)

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Perché alcuni Salmi contengono espressioni forti e violente? Come è possibile pregare con questi Salmi?

 

Sì, in effetti la violenza, il castigo, la vendetta di Dio o dei credenti, rappresentano un ostacolo per chi non ha ancora familiarizzato con la preghiera dei Salmi. Come è possibile restare fedeli al Vangelo, che esorta al perdono e alla preghiera per i nemici, e poi contraddire questa fedeltà invocando per loro il castigo di Dio?
Già nel 2° secolo alcuni cristiani, estranei alla tradizione ebraica e digiuni di sensibilità biblica, si trovarono disorientati, al punto che uno di loro (un certo Marcione) propose di eliminare dalle Scritture cristiane l’Antico Testamento e di espellere anche dal Nuovo ogni riferimento a castighi, violenze o vendette da parte di Dio. La Chiesa non condivise tale proposta, anzi l’accantonò
come erronea, e mantenne gelosamente nel suo insostituibile “bagaglio” di Fede sia le Scritture del Nuovo come quelle dell’Antico Testamento (compresi i Salmi).
I Salmi infatti non offrono soltanto espressioni di preghiera; rappresentano una scuola, un tirocinio per chiunque intenda pregare con fede (costantemente), anziché per sola religiosità (quasi sempre occasionale e saltuaria). Sì, anche i Salmi dalle espressioni forti e violente hanno qualcosa da insegnare ai credenti. In essi, colui che ha subìto delle ingiustizie, racconta e consegna a Dio, senza pudore o vergogna, i sentimenti negativi del suo cuore. Ogni cristiano, del resto, lo sperimenta: certe offese subìte, soprattutto se pesanti, assediano e arroventano mente e cuore, tanto che nemmeno nella preghiera si riesce a liberarsene… Ma perché liberarsene? Perché non lasciare che arrivino fino a Dio, proprio durante la preghiera? Dio dal canto suo, che conosce e
scruta il cuore dell’uomo, non si scandalizza affatto, anche perché, consegnando a lui i propri desideri di vendetta, si rinuncia ad attuarli personalmente
e si rimette a lui ogni giudizio. In fondo, questi Salmi sanciscono il principio in base al quale, anche di fronte all’ingiustizia e al male subìti, il credente rinuncia a farsi giustizia da solo e non cede alla tentazione di rispondere al male con il male, alla violenza con la violenza, ma lascia fare alla giustizia di Dio.
Ecco quanto afferma Enzo Bianchi a questo riguardo: “Di fronte al male operante nella storia le «preghiere contro avversari e nemici», sono lo strumento dei poveri, degli oppressi, dei giusti perseguitati: essi intervengono con le loro grida, visto che nella storia per loro non ci sono altri spazi! Una preghiera che non esprimesse tali sentimenti sarebbe assai poco biblica e alquanto ideologica, dunque ipocrita, lontana da un autentico e vivace rapporto con Dio: verso di lui si grida, si urla nei momenti dell’angoscia, della disperazione, della violenza subita (Gesù grida sulla croce!). Sarebbe una preghiera lontana dalla storia e dal reale male che l’attraversa, dai reali empi e malvagi che sono i prepotenti-onnipotenti che imperversano sullo scenario del mondo. Certamente sono suppliche a volte eccessive; ma chi può mai pesarle e condannarle, se non si è trovato nella stessa situazione di violenza sofferta nella propria persona? Che cosa grideremmo noi in simili situazioni? E soprattutto: grideremmo stando davanti a Dio, invocando lui?”.
Ho l’impressione che pure l’individualismo tipico della cultura del nostro tempo costituisca un ostacolo nel familiarizzare con il linguaggio dei Salmi. Infatti, anche se il loro linguaggio è alla prima persona singolare (“io”), in realtà quella preghiera non è mai espressione d’un “io” individualista, indifferente alle traversie, alle sofferenze e sventure del prossimo. Oltre che a nome suo, il credente che prega con i Salmi dev’essere consapevole di farlo a nome di tutti, anche e soprattutto di quanti si trovano oppressi da prove a tal punto opprimenti, da non aver più nemmeno la capacità di esprimersi in un lamento…
Occorrerà pure che qualcuno si faccia loro portavoce! Ecco, su tale orizzonte di fede “solidale e fraterna” anche le espressioni forti e violente dei Salmi hanno pieno diritto di essere accolte e condivise.

don Piero Rattin

“Il bene possibile”, convegno sulla famiglia il 10 marzo a Verona promosso dalla Conferenza Episcopale Triveneto

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“Il bene possibile” è il titolo del convegno organizzato dalla Commissione per la famiglia e la vita della Conferenza Episcopale Triveneto per domenica 10 marzo a Verona.

La commissione regionale, durante i periodici incontri annuali dei responsabili della pastorale familiare delle quindici Diocesi del Triveneto, si è soffermata sul primario tema della coscienza e del discernimento per poter orientare sempre più consapevolmente scelte e progetti pastorali ancor più attenti alla famiglia e alla persona, con lo sguardo su tre aspetti: sguardo antropologico, morale e pastorale. Da qui il desiderio di un’ulteriore ricerca e un approfondimento coinvolgendo coppie, presbiteri e operatori pastorali che hanno a cuore il bene della famiglia.

Domenica 10 marzo a Verona, presso l’Istituto Salesiano San Zeno, si terrà quindi un convegno (il programma è scaricabile a questo link) sulla formazione della coscienza in famiglia. Si tratterà di una giornata di studio e condivisione per famiglie, collaboratori nei vari ambiti della pastorale familiare, sacerdoti, diaconi, consacrati, religiosi e tutti coloro che hanno a cuore il bene della famiglia, “cellula fondamentale della società”. La giornata prevede l’intervento interattivo di un teologo moraleesperto di temi formativi e familiari e il dialogo con una specialista del linguaggio filmico e cinematografico. Al mattino interverranno il professor Aristide Fumagalli e la dottoressa Arianna Prevedello, mentre nel pomeriggio si terranno dei momenti di confronto e discussione su cinque ambiti della pastorale. I laboratori, guidati dai tutor membri della commissione regionale, approfondiranno temi quali la formazione degli operatori, la preparazione del matrimonio cristiano, giovani coppie e battesimo dei figli, formazione affettiva e della famiglia ferita. Al termine dei lavori di gruppo, in assemblea, ci sarà l’occasione per un confronto con i relatori.

Durante le relazioni del mattino e i laboratori del pomeriggio i figli avranno l’occasione di vivere un’attività parallela e collegata condotta da animatori di “Animatema di famiglia” del Triveneto.

Al culmine della giornata si terrà la Santa Messa presieduta dal Vescovo di Verona e presidente della commissione regionale per la pastorale della famiglia e la vita mons. Giuseppe Zenti.

Quanto emergerà dai laboratori sarà oggetto di riflessione per l’intera Commissione regionale composta dai responsabili diocesani (presbiteri e coppie) delle 15 Diocesi del Triveneto, coordinati dai responsabili Pierluigi e Giulia Morsanutto e da don Sandro Dalle Fratte. Un momento di profonda comunione tra le Chiese sorelle del Triveneto.

Ha senso pregare per i defunti? (17 febbraio 2019)

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E’ giusto pregare per chi non c’è più? Che senso ha pregare per i defunti?

(domanda proposta nel convegno catechisti e operatori liturgici)

 

Ricordo che ero ancora chierichetto e mi colpiva che quasi ogni giorno per le Messe “da morto” si leggesse una breve pagina dell’Antico Testamento dal Secondo Libro dei Maccabei (12, 43-45): «In quel tempo Giuda “l’eroe fortissimo” fatta una colletta, con tanto a testa, per circa duemila dracme d’argento, le inviò a Gerusalemme perché fosse offerto un sacrificio per il peccato, compiendo così un’azione molto buona e nobile, suggerita dal pensiero della risurrezione. Perché, se non avesse avuto ferma fiducia che i caduti sarebbero risuscitati, sarebbe stato superfluo e vano pregare per i morti. Ma se egli pensava alla magnifica ricompensa riservata a coloro che si addormentano nella morte con sentimenti di pietà, la sua considerazione era santa e devota. Perciò egli fece offrire il sacrificio espiatorio per i morti, perché fossero assolti dal peccato».
Dalla stessa parola di Dio ricaviamo quindi l’idea e la prassi che non è “superfluo e vano pregare per i morti”. Inoltre ogni cultura e religione ha i suoi modi per “ricordare” i morti, per rimanere in comunione con loro e per affidarli a Dio. Il cuore umano non vuol perdere per sempre i propri cari e quindi prega per loro e spesso anche con loro perché abbiano pace e serenità. Per un cristiano questo si sostanzia anche nell’espressione della propria fede nella risurrezione dai morti, in una vita eterna oltre la vita terrena, in un Dio che non è Dio dei morti ma dei viventi. A quel Dio ognuno affida i propri cari defunti nella preghiera personale e famigliare, ogni giorno nella Messa e nel Rito comunitario delle Esequie.
Quindi non solo è giusto ma è doveroso pregare per i morti e i nostri cimiteri, non solo il 1° novembre, ma sempre sono il luogo della memoria e della preghiera. Purtroppo molti oggi non comprendono questo fatto e “nascondono” i loro morti con spargimento di ceneri, con tumulazioni nascoste, con il tenersi a casa l’urna, impedendo la preghiera degli altri e della comunità su quella tomba che ne conserva la memoria e richiama a pregare con riconoscenza o con richiesta di perdono. Una delle opere di misericordia spirituale evidenzia il dovere di “Pregare Dio per i vivi e per i morti”. Anche la preghiera è una vera e concreta opera di carità. Oltre a deporre un fiore o un lume, per chi è ormai morto, non ci resta altro da fare che pregare per lui, particolarmente per chi ne ha bisogno, per essere purificato dal male. La nostra preghiera serve ai defunti? Ormai sono fuori dal tempo! Ma anche Dio è fuori dal tempo! Preghiamo quindi per coloro che vivono nella dimensione del Purgatorio che è tempo e spazio di purificazione da ogni male, da ogni peccato, da ogni traccia di umana fragilità.
La giaculatoria della Madonna di Fatima ci invita chiedere a Dio che “porti in Cielo tutte le anime, soprattutto le più bisognose della sua misericordia”. Ricordo ancora il racconto di Mons. Lorenzo Dalponte: «Qualche anno fa mi recai in ospedale a trovare un anziano contadino amico di famiglia, ormai morente. Con la confidenza che ci accomunava da tempo, gli chiesi se aveva paura della morte e come vivesse quegli ultimi momenti prima di morire. Mi rispose di sì, che aveva un po’ di timore; poi fece un’affermazione che mi sorprese: Mi consola l’idea del funerale. Gli ribattei che certamente avrebbe avuto un funerale. E lui di rimando: Se penso al funerale cristiano la morte non mi spaventa! Ma, risposi, non vorrai mica che ti seppelliscano come una bestia. Oh, no; – aggiunse – ma quando vado ai funerali, vedendo tanta gente che prega per il morto, penso: vuoi che il Padre eterno non ascolti tutte quelle persone, i loro canti e le loro preghiere! Quanta fede, quale speranza e che consapevolezza del valore della carità e solidarietà fraterna in quel semplice uomo». Come non pensare alla promessa di Gesù: “In verità io vi dico ancora: se due di voi sulla terra si metteranno d’accordo per chiedere qualunque cosa, il Padre mio che è nei cieli gliela concederà. Perché dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt18, 19-20). Ecco che cosa facciamo per i nostri defunti nelle Messe e sui cimiteri: preghiamo insieme per loro. Preghiamo per i più piccoli e poveri, per i dimenticati e i bisognosi della misericordia di Dio. Lo facciamo nella consapevolezza di quella che è la volontà del Padre: che nessuno vada perduto e che Gesù “lo risusciti nell’ultimo giorno” (Gv6,40).
Ma, potrebbe dire qualcuno, se quello è già in Paradiso, è già in Dio, la mia preghiera va persa, è sprecata! No! Mi ricordo ancora che ci insegnavano che la preghiera è come l’acqua nei vasi comunicanti; se uno si riempie l’acqua passa naturalmente a riempirne un altro. Così se il mio congiunto, se quella persona non ha più bisogno di una mia preghiera, ecco che quella preghiera come l’acqua “va in un altro vaso”, cioè diventa benefica per un’altra persona, perché Dio non lascia perdere nulla. Si instaura così una forma di comunione tra noi e i morti come diceva una vecchia e tradizionale preghiera che sentivo da bambino: “Anime sante, anime purganti (oggi il Catechismo ci invita a dire: purificanti!), pregate Dio per noi, che noi pregheremo per voi acciocché Iddio ci doni la gioia del santo Paradiso!”. Amen.

don Giulio Viviani

Auguri a don Guido Avi per i suoi 101 anni. Il prete più anziano della Diocesi

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Giovedì 14 febbraio don Guido Avi ha spento 101 candeline: è il sacerdote più anziano (e ancora attivo) della diocesi di Trento.

Un anno fa, durante la grande festa per il secolo di vita, don Guido aveva dato appuntamento per i festeggiamenti dei 101 anni, e così, puntualmente, sarà: giovedì i sacerdoti della zona si riuniscono per celebrare con lui una messa di ringraziamento, proseguendo successivamente con un pranzo di fraternità la festa.

Non erano previsti momenti per così dire pubblici di festa, quest’anno: nessuna grande festa ad hoc, anche se, ovviamente, non mancherà un ricordo a lui dedicato domenica prossima nei paesi dove è ancora attivo.

Sempre l’anno scorso, nell’omelia della messa per i suoi 100 anni, esordì dicendo, in buon dialetto, “mi no g’ho fretta de nar, perché anca se el Signore el ciama, mi son sordo e no sento”.

Nonostante qualche normale acciacco dovuto all’età, celebra ancora la messa con disinvoltura, e dopo la pubblicazione del suo primo libro nel 2016, che fruttò un ricavato di oltre 30 mila euro donati alla Caritas di Norcia per i terremotati, ha pubblicato lo scorso anno un nuovo libro autobiografico, stavolta zeppo di foto, il cui ricavato stavolta viene destinato al sostegno delle attività che si svolgono nella sua casa natale di Vigalzano a favore dei richiedenti asilo.

Don Guido, fra poco più di un mese, festeggerà anche il 77° anniversario di sacerdozio: è stato ordinato sacerdote a Trento, per mano del vescovo Carlo de Ferrari, il 21 marzo 1942. È stato poi viceparroco a Noriglio (1942-1943), dove aiutò un soldato inglese e uno australiano a sfuggire alla cattura dai nazisti, e a Rovereto in Santa Maria (1943-1947). È diventato poi parroco a Cristo Re a Trento (1947-1968), dove ha contribuito alla costruzione della chiesa di quel rione che gli valse il soprannome di “don Torta”. È stato poi parroco ad Albiano (1968-1975) ed a Baselga del Bondone (1976-1990). Nel 1983 fu anche l’artefice della costruzione della chiesetta di Kamauz.

A chi gli chiede quale sia il segreto della sua longevità e della sua serenità, don Guido risponde: “Accettare la vita come viene, senza prendersela”. Uno stile di vita semplice e umile che ha ancora tanto da insegnare.(l.op)