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Vescovi del Nord Est a S. Giustina Bellunese su tutela minori. Nominato referente servizio interdiocesano

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(9 aprile) I Vescovi della Conferenza Episcopale Triveneto (Cet) – compresi l’arcivescovo di Trento monsignor Lauro Tisi e l’emerito monsignor Luigi Bressan – si sono ritrovati per due giorni, da lunedì 8 a martedì 9 aprile, a Santa Giustina Bellunese ospiti del Centro di Spiritualità e Cultura “Papa Luciani”. Nella mattinata di martedì, in particolare, i Vescovi hanno visitato la vicina e antica Certosa di Vedana (situata nel comune di Sospirolo) e vissuto la S. Messa insieme alla comunità delle nove monache di clausura,  di diverse nazionalità e lì presenti dal 2018, adoratrici perpetue del Santissimo Sacramento e dedite alla preghiera ininterrotta di fronte all’Eucaristia solennemente esposta, con la specifica intenzione di sostegno e santificazione dei sacerdoti.

Nel corso della riunione della Cet i Vescovi hanno poi approfondito, con il contributo del sacerdote della Diocesi di Bolzano-Bressanone don Gottfried Ugolini, il tema della tutela dei minori e delle persone vulnerabili vittime di varie forme di abuso e violenza e si sono quindi confrontati intorno alle prossime linee-guida, al regolamento e all’istituzione del Servizio nazionale di tutela voluto dalla Conferenza Episcopale Italiana. E’ proprio il mandato evangelico che contraddistingue la Chiesa, si è osservato, a richiedere che essa stessa sia attenta e attiva nella tutela dei minori e di chi è vittima di abusi e violenze.

Tra gli elementi sempre più fondamentali al riguardo sono emersi tra l’altro la capacità e le modalità di ascolto delle vittime, la comprensione del fatto che ogni abuso o violenza (al di là delle sue dimensioni) agisce sulla totalità ed integrità della persona colpita, la necessità di un cambio di cultura (nella mentalità e negli atteggiamenti), l’opera delicatissima ed essenziale di prevenzione, informazione e formazione in ogni momento e fase di vita della Chiesa (dalla comunità del Seminario ai diversi ambiti di vita pastorale con i relativi operatori).

Nella stessa occasione i Vescovi hanno provveduto a nominare nella persona di mons. Pierantonio Pavanello (Vescovo di Adria-Rovigo) l’incaricato regionale della Cet per seguire il Servizio regionale / interdiocesano per la tutela dei minori e delle persone vulnerabili nonché don Gottfried Ugolini, sacerdote della Diocesi di Bolzano-Bressanone, coordinatore dello stesso Servizio che sarà composto dai singoli referenti diocesani più altri operatori pastorali ed esperti. Ogni Vescovo provvederà, infatti, a nominare un referente diocesano per seguire ed assicurare a livello locale tale Servizio supportato da un’apposita equipe. In Diocesi di Trento è attivo dal 2 aprile il Servizio tutela minori. Qui articolo

Fonte ufficio stampa Cet

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Gorizia piange la scomparsa del vescovo emerito Dino De Antoni

Scomparso a 82 anni. Era vescovo dal 1999
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Anche la Chiesa di Trento si stringe alla Chiesa di Gorizia che piange la scomparsa di monsignor Dino De Antoni, arcivescovo emerito, spentosi venerdì 22 marzo. Era gravemente ammalato dalla scorsa estate. Nel pomeriggio di lunedì 25 marzo le esequie solenni (vai al sito della Diocesi di Gorizia) nella Chiesa del Sacro Cuore. Secondo la sua esplicita volontà monsignor De Antoni è stato sepolto in Cattedrale nella cripta dei vescovi, accanto ai suoi predecessori. De Antoni era nato a Chioggia in una famiglia numerosa di pescatori, il 12 luglio 1936 e ordinato presbitero nel 1960.  Dopo aver ricoperto diversi incarichi nella sua Diocesi di origine fino a diventare Vicario generale e dopo aver svolto anche il ministero di promotore di giustizia presso il Tribunale Ecclesiastico del Triveneto, mons. Dino De Antoni fu eletto arcivescovo metropolita di Gorizia il 2 giugno 1999.  Dal 13 settembre 2011 al 29 maggio 2012 è stato anche Presidente della Conferenza Episcopale Triveneta.

Un uomo – si legge sul portale web della Diocesi goriziana – di grande cuore, saggio, umile, buono, attento alle persone e alle comunità: così è stato mons. Dino. Ma soprattutto un uomo di fede profonda come ha dimostrato affrontando con completo abbandono alla volontà di Dio gli ultimi pesanti mesi della malattia, pieno di riconoscenza per il dono della vita e, soprattutto, del sacerdozio e dell’episcopato. Molti sacerdoti e fedeli sono stati edificati dalla sua testimonianza di profondo amore per il Signore e di attaccamento affettuoso alla Chiesa.

Vescovi Nordest, “due giorni” su Chiesa e comunicazione: ripartire sempre dalle persone e dai “testimoni”, saper raccontare “un’altra storia”

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Il legame esistente o da ricreare tra gli attuali strumenti di comunicazione e la comunità cristiana, come comunicare al meglio i diversi ambiti di vita cristiana sapendo che la Chiesa comunica se stessa in ogni suo momento e ambiente (catechesi, liturgia, carità), quale stile e quali modalità di intervento e di dialogo nel contesto della “piazza digitale”, come articolare la comunicazione tra la realtà ecclesiale e i media in casi problematici o situazioni di “crisi” riuscendo a proporre (e a difendere) le ragioni della fede in modo efficace ed autorevole senza alzare la voce e i toni: sono stati questi i principali temi toccati durante la tradizionale “due giorni” promossa e vissuta lunedì 7 e martedì 8 gennaio 2019 dai Vescovi del Nordest nella “Casa S. Maria Assunta” di Cavallino (Venezia) ed allargata ad un paio di altri rappresentanti – sacerdoti e laici – per ciascuna delle 15 Diocesi della Conferenza Episcopale Triveneto (Cet). 

Un paio di relazioni iniziali hanno inquadrato e offerto il quadro generale del tema “Per una Chiesa che comunica”: nella prima il prof. Adriano Fabris (docente di Filosofia morale all’Università di Pisa) ha sottolineato la necessità di saper utilizzare in maniera giusta e con competenza, da veri “testimoni” e non da “testimonial”, tutti gli strumenti della comunicazione perché “non sono mai solo dei mezzi; incidono e cambiano la mentalità, il modo di pensare e di vivere. Hanno un impatto fondamentale sulle persone ed aprono ambienti di interazione nei quali dobbiamo esserci per comunicare altro e rimandare alla trascendenza”. Nella seconda relazione don Marco Rondonotti (sacerdote della Diocesi di Novara e ricercatore del Cremit dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano) ha espresso indicazioni e proposte per una “pastorale 3.0” invitando a dare respiro e orizzonte più ampio alla comunicazione partendo sempre dalla persona “che va aiutata e accompagnata a riscoprire alcune dimensioni di sé, dalla memoria alle emozioni, ed anche a lavorare e riflettere sull’immagine e sull’esposizione che offre di se stessa nell’ambiente digitale. E bisogna imparare a legare di più le nostre narrazioni nei social alla presenza del Signore nella storia della nostra vita, come un filo rosso da intercettare e riscoprire”.

Gli ambiti di approfondimento e confronto, in tre gruppi, sono stati poi introdotti e indirizzati da tre apposite comunicazioni. Vincenzo Grienti (giornalista e digital editor, collaboratore dell’Ufficio della Cei per le comunicazioni sociali) ha parlato degli approcci comportamentali presenti nei social e ribadito l’importanza di ridare alla Rete il suo carattere originario di condivisione ed interazione tra le persone, puntando molto sulla testimonianza, sulla prossimità e sull’accompagnamento in modo da creare comunità e relazioni autentiche. Per Gigio Rancilio (giornalista, responsabile social del quotidiano Avvenire) “il mondo digitale è un luogo e i luoghi vanno abitati perché lì troviamo le persone; per questo deve diventare un nostro grande alleato. Dobbiamo riuscire ad ascoltare queste persone, capire quali sono i loro bisogni e cominciare a relazionarci meglio e con delle regole. Nel mondo digitale stiamo diventando sempre più marginali, eppure dobbiamo vederlo come un grande alleato”. Martina Pastorelli (giornalista, fondatrice e coordinatrice di Catholic Voices Italia) ha suggerito come volgere le controversie in opportunità per “raccontare un’altra storia, il nostro impegno per le persone, mostrando quelle alternative migliori che ci sono quasi sempre e nessuno racconta, a partire anche dalle intenzioni ‘positive’ che spesso ci sono anche nelle critiche rivolte alla Chiesa. Il cristianesimo è un’opzione positiva; è il grande sì che la Chiesa dice all’uomo, a tutte le persone”.

Nel trarre alcune conclusioni sui lavori della “due giorni”, Piergiorgio Franceschini (responsabile della Commissione triveneta della comunicazioni sociali e che, con l’Arcivescovo emerito di Trento mons. Luigi Bressan, ha coordinato l’intero incontro) ha infine rilevato il valore “dello stare nei media e nei social da testimoni – lo stile è sostanza – che hanno qualcosa e Qualcuno di importante a cui rimandare. Diamo peso alle storie, tornando continuamente al vissuto, ai desideri e alle esigenze della nostra gente. Accettiamo la sfida di voler essere significativi e riconosciamo l’urgenza di avere, nelle nostre Diocesi, progetti comunicativi ed editoriali che rispondano alle attese e ai bisogni delle persone”.

Nell’intervento finale il Patriarca di Venezia e Presidente della Cet Francesco Moraglia ha, quindi, affermato: “Dobbiamo abitare il mondo dei media e dei social con libertà, consapevoli anche dei nostri limiti. Non sono un assoluto, ma non possiamo ignorarli, non conoscerli o snobbarli. Per questo è importante che la Chiesa si doti delle competenze necessarie facendo entrare di più questa materia e questo ambito nel nostro modo di essere cristiani oggi, a cominciare dai Seminari e dagli Istituti di Scienze religiose. Ma sappiamo bene che, alla fine, non basta essere solo competenti; bisogna essere anche uomini e donne di Chiesa ed è necessario riuscire a padroneggiare tali mezzi e strumenti da uomini e donne di Chiesa, con liberta’ e fiducia”. (Testo e foto Ufficio Stampa Cet)

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