I numeri dicono molto, ma non dicono tutto. Raccontano comunque con immediatezza la trasformazione radicale che in pochi decenni ha investito la Chiesa trentina: secondo i dati forniti da Arcidiocesi e pubblicati nei giorni scorsi da ilT Quotidiano, i sacerdoti diocesani sono passati dai 536 del 1998 ai 215 dell’agosto 2026; i parroci, nello stesso arco di tempo, da 317 a 76. Le parrocchie, invece, sono rimaste quasi lo stesso numero: da 456 a 450. Il risultato è che oggi nove sacerdoti arrivano a seguire complessivamente 138 parrocchie.
Dietro la statistica ci sono chilometri da percorrere, campanili, celebrazioni, funerali, incontri, ammalati da visitare, organismi pastorali, gruppi da accompagnare. Ma soprattutto ci sono persone e relazioni. E proprio su questo terreno si incrociano, con accenti diversi, le riflessioni proposte negli ultimi giorni dal settimanale diocesano Vita Trentina e dai media locali.
A riaprire il tema ha contribuito anche un’estate dolorosa per la Chiesa trentina. Senza sovrapporre situazioni personali né cercare facili rapporti di causa ed effetto, i lutti degli ultimi mesi hanno reso più urgente una domanda che l’editoriale di Diego Andreatta su Vita Trentina formula senza giri di parole: chi si prende cura dei nostri preti?
Quando il prete non riesce a “togliersi le scarpe”
A rispondere, dalle pagine del settimanale diocesano, è anzitutto don Tiziano Telch, rettore del Seminario dal 2014, responsabile della formazione del clero e ora anche vicario episcopale per il clero.
La sua riflessione parte da un dato elementare, ma non sempre così facile da riconoscere: prima di essere sacerdote, il prete è un uomo. E prima di essere annunciatore è discepolo. Anche per questo può conoscere stanchezza, fragilità, bisogno di riposo e momenti nei quali è necessario farsi aiutare.
Il problema, osserva Telch, è che proprio i sacerdoti fanno spesso fatica a concedersi questo diritto: una gita, alcuni giorni di ferie, qualche ora senza un impegno da assolvere. Ancora più difficile può essere ammettere di essere affaticati e bussare alla porta di qualcuno chiedendo sostegno. Una capacità che, secondo il responsabile della formazione del clero, dovrebbe essere imparata già negli anni del Seminario.
Il carico pastorale è certamente cresciuto, ma Telch individua un altro elemento forse ancora più logorante: la frammentazione. Non soltanto più cose da fare, dunque, ma comunità differenti, gruppi, ambienti, responsabilità e continui passaggi da un contesto all’altro. Diventa così difficile trovare quel luogo e quel tempo nel quale, usa un’immagine molto efficace, poter finalmente “togliersi le scarpe”: sentirsi a casa, interrompere il servizio, recuperare energie.
Da qui anche la necessità di superare l’immagine del sacerdote come uomo sempre disponibile, senza cedimenti e senza bisogni. Periodi di pausa, anni sabbatici o percorsi di sostegno psicologico, sottolinea Telch, non dovrebbero automaticamente trasformarsi nell’etichetta di un “prete in crisi”.
Il “multiparroco”: non si può fare tutto come prima
Una prospettiva complementare arriva dall’intervista di Davide Orsato su ilT Quotidiano a don Celestino Riz, che in questa fase si trova ad avere assegnate, tra titolarità e amministrazione temporanea, ben 22 parrocchie tra Tione, valle del Chiese e val Rendena.
Riz preferisce definirsi “multiparroco”. E davanti a un numero che potrebbe apparire quasi ingestibile introduce subito un elemento decisivo: non si può – e non si deve – continuare a fare tutto come prima. Il passaggio dalle singole parrocchie alle Unità pastorali, ricorda, non è avvenuto improvvisamente. È una trasformazione maturata in decenni. E non significa semplicemente affidare al medesimo sacerdote il lavoro che un tempo svolgevano dieci o venti parroci: significherebbe rendere il sistema inevitabilmente insostenibile.
La risposta di Riz passa attraverso tre parole: corresponsabilità, coministerialità e sinodalità. La comunità cristiana non può più essere pensata attorno a un sacerdote chiamato a fare e decidere tutto. Occorre coinvolgere i battezzati, riconoscere ministeri differenti e imparare uno stile nel quale il pastore non sia soltanto davanti al popolo ma anche “in mezzo” ad esso.
È significativo che le parole di Riz incontrino, da un altro versante, quelle di Telch. Il primo insiste sulla necessità di delegare; il secondo arriva a sostenere che ai laici non vadano riconosciute soltanto fiducia e responsabilità, ma anche effettive possibilità decisionali. “Talvolta come istituzione ecclesiale sappiamo dare fiducia e responsabilità, ma il potere ce lo teniamo”, osserva Telch.
Nell’intervista a ilT, Riz si dice inoltre favorevole alla prospettiva del diaconato femminile, pur riconoscendo la complessità e gli ostacoli culturali che accompagnano il tema nella Chiesa universale. Ma mette in guardia anche da una facile soluzione numerica: perfino per gli uomini il diaconato permanente richiede tempo e disponibilità, risorse tutt’altro che scontate nella vita lavorativa e familiare di oggi.
Anche le comunità devono cambiare
Il rischio, infatti, sarebbe guardare soltanto alla diminuzione dei sacerdoti e chiedersi dove trovarne altri per mantenere invariato l’attuale sistema. Il vero interrogativo sembra invece essere un altro: come possono cambiare le comunità cristiane insieme ai loro preti?
È anche la direzione sulla quale sta lavorando la Diocesi. Il confronto sul futuro delle comunità coinvolge sacerdoti e laici e si lega alla prospettiva indicata dall’arcivescovo Lauro Tisi con i cosiddetti “fuochi eucaristici”: in futuro le celebrazioni eucaristiche festive saranno inevitabilmente meno diffuse e potrà essere richiesto ai fedeli di spostarsi, individuando insieme luoghi e orari capaci di mantenere viva la dimensione comunitaria.
Non semplicemente, dunque, “meno Messe perché ci sono meno preti”, ma la ricerca di un diverso modo di essere comunità. Ed è qui che la questione organizzativa torna a incontrare quella umana. L’editoriale di Vita Trentina invita infatti i laici a non inchiodare il sacerdote all’obbligo dell’onnipresenza: riconoscerne il ruolo, ma anche aiutarlo a delegare; rispettarne gli impegni, ma accettare che possa dire qualche sano “no”; invitarlo qualche volta a fermarsi, a condividere una cena senza essere l’ospite d’onore, semplicemente come uno di famiglia. Non per proteggerlo in una sorta di recinto clericale, ma per costruire relazioni vere, dentro le quali anche il prete possa mostrare la propria umanità.
La cura non può andare in una sola direzione.
“Il sacerdote con il suo stile e la sua fede plasma la comunità, ma anche la comunità plasma il suo sacerdote”, ricorda Telch. È forse questa una delle chiavi più stimolanti che emergono dal confronto di questi giorni.
La diminuzione dei preti resta un dato con il quale fare i conti. Ma può diventare anche la domanda da cui ripartire: non soltanto quanti sacerdoti avremo domani, o quante parrocchie potrà seguire ciascuno di loro, ma quale Chiesa vogliamo costruire insieme.
Una Chiesa nella quale il prete non sia un uomo solo incaricato di garantire tutti i servizi, ma un ministro dentro una comunità adulta; e nella quale prendersi cura delle comunità significhi, finalmente, anche prendersi cura di chi le serve.




