Fine vita, al Vigilianum confronto tra etica e diritto: dialogo aperto su cure, autodeterminazione e dignità

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Sono stati monsignor Renzo Pegoraro, medico e bioeticista, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, e Carlo Casonato, professore ordinario di Diritto costituzionale comparato all’Università di Trento e tra i principali studiosi italiani di biodiritto, i relatori del primo appuntamento del ciclo “Dialoghi sul fine vita, promosso dall’Area Cultura della Diocesi.

La serata, ospitata martedì 21 aprile in una aula magna del Vigilianum particolarmente affollata (in prima fila anche l’arcivescovo Lauro e il vicario generale don Ferrari), ha affrontato le prospettive etiche e giuridiche delle decisioni nella fase finale della vita, offrendo strumenti di orientamento su un tema complesso e spesso polarizzato nel dibattito pubblico.

Ad aprire l’incontro è stato don Stefano Zeni, delegato dell’Area Cultura, che ha chiarito lo spirito dell’iniziativa: “Non siamo qui per fare catechesi o indottrinamento, ma per ragionare insieme e creare pensiero su un tema sfidante che ha bisogno di testa e di cuore”.

A moderare il dialogo era chiamato Leopoldo Sandonà, docente all’Istituto Superiore di Scienze Religiose di Vicenza.

Il primo passo: chiarire il lessico del fine vita

L’apertura della serata ha riguardato la necessità di costruire un linguaggio condiviso. “Quando affrontiamo questi temi si incontrano linguaggi diversi: quello della medicina, quello della filosofia, quello della teologia e quello del diritto. Farli dialogare è il primo passo per capirsi”, ha osservato Pegoraro. Termini come eutanasia, suicidio assistito, sedazione palliativa, accanimento terapeutico e consenso informato indicano realtà differenti e richiedono precisione per evitare semplificazioni.

In particolare, Pegoraro ha chiarito: “Non è il mezzo in sé che definisce l’accanimento terapeutico, ma il bene complessivo del paziente”. E ha ribadito un punto decisivo nel dibattito pubblico: “Sospendere un trattamento diventato sproporzionato non è eutanasia”.

Il diritto al rifiuto delle cure e la legge 219

Dal punto di vista giuridico, Casonato ha ricostruito il percorso della Corte costituzionale italiana sul fine vita, partendo dal principio costituzionale secondo cui nessuno può essere obbligato a un trattamento sanitario. Questo orientamento ha trovato attuazione nella legge 219 del 2017, che riconosce il diritto all’autodeterminazione del paziente e valorizza il consenso informato e la pianificazione condivisa delle cure. “La Corte costituzionale ha cercato di individuare un substrato comune all’interno della cittadinanza italiana per indicare il rispetto di alcuni diritti fondamentali”, ha spiegato.

Assistenza al suicidio: le condizioni previste oggi in Italia

Un secondo passaggio riguarda l’assistenza al suicidio, ammessa in presenza di precise condizioni: malattia irreversibile, sofferenza ritenuta intollerabile, capacità decisionale libera e consapevole, dipendenza da trattamento di sostegno vitale. Resta invece vietata in Italia l’eutanasia, distinta giuridicamente dall’assistenza al suicidio.

Cure palliative: non medicina di serie B

Ampio spazio è stato dedicato al tema delle cure palliative e dell’accompagnamento. Pegoraro ha richiamato il valore della legge 38 del 2010, sottolineando la necessità di rafforzarne l’attuazione e superare alcune resistenze culturali ancora presenti. “Bisogna smetterla di pensare che le cure palliative siano una medicina di serie B”, ha affermato. “Chi si prende cura di chi muore non raccoglie i fallimenti degli altri: dà un servizio importantissimo perché ciascuno non muoia da solo, non abbia dolore e sia accompagnato adeguatamente”.

Anche Casonato ha evidenziato come una terapia del dolore efficace rappresenti una priorità: “Sarebbe una sconfitta per tutti se una persona chiedesse di morire perché soffre di un dolore che si può palliare”.

La testimonianza delle RSA: formarsi per accompagnare meglio

Tra gli interventi del pubblico, significativa la testimonianza di una medica impegnata nelle RSA, che ha sottolineato quanto il tema del fine vita sia ormai centrale anche nella pratica quotidiana delle strutture residenziali.  Ha ricordato l’importanza della formazione e della pianificazione condivisa delle cure, citando anche una suggestione letteraria: “In nome della bontà e dell’amore, l’uomo non deve concedere alla morte il dominio sui suoi pensieri”. Un invito a non rimuovere la morte dall’orizzonte della vita, ma a imparare ad affrontarla con consapevolezza.

Sedazione palliativa e comunicazione: la centralità del consenso

Particolarmente intenso l’intervento di un familiare che ha raccontato la propria esperienza legata alla sedazione profonda della madre senza adeguata comunicazione. Su questo punto Pegoraro ha ricordato con chiarezza: “La sedazione palliativa profonda non si fa senza il consenso della persona, questo è per legge”. Ha aggiunto inoltre un elemento decisivo per la pratica clinica: “Il tempo della comunicazione è tempo di cura”. Una sottolineatura che richiama la responsabilità delle istituzioni sanitarie e la necessità di formare operatori capaci di accompagnare anche sul piano relazionale.

Il valore della vita tra dimensione personale e responsabilità sociale

Nel dibattito è emersa anche la domanda sul rapporto tra autodeterminazione individuale e valore sociale della vita. Pegoraro ha ricordato che la vita rappresenta un fondamento civile oltre che religioso: “La vita è patrimonio comune di uguaglianza con tutti, altrimenti cominciamo a creare gerarchie e discriminazioni”.

Tra le domande emerse dal pubblico anche quella sul rischio di una possibile “china scivolosa” legata alla regolamentazione del suicidio assistito. Pegoraro ha richiamato alcune criticità osservate in altri contesti internazionali: “Quando cominci a discutere dell’eutanasia dei minori o dei malati psichiatrici allora ti chiedi: dove ci fermiamo?”. Casonato ha riconosciuto la necessità di vigilare sui possibili abusi, ma ha invitato a distinguere tra rischio e regolazione normativa: “Il fatto che si possa abusare di una facoltà non è di per sé un motivo per non permetterne l’uso virtuoso”.

La sfida dell’accompagnamento: restare umani nella fragilità

Nel corso della serata è emerso con chiarezza come la questione del fine vita non riguardi solo norme e procedure, ma soprattutto relazioni. “Quando qualcuno dedica tempo a chi sta per morire, anche se non può guarirlo, sta dicendo che la sua vita ha ancora un senso”, ha ricordato Pegoraro.

Il ciclo “Dialoghi sul fine vita” proseguirà giovedì 14 maggio al Vigilianum (20.30) con il secondo appuntamento dedicato alle prospettive esistenziali e sociali, con Gino Gobber e Stefano Semplici, moderati da Lucia Galvagni.

Ampia sintesi della prima serata sul prossimo numero del settimanale Vita Trentina.

A breve sarà disponibile sul canale YouTube della Diocesi di Trento il VIDEO INTEGRALE della serata.

FOTO Alessandro Holneider