Author: losspapot

“Senti che l’ha scritta uno che è passato attraverso la tribolazione”: il vaticanista Accattoli e il testo di affidamento di don Piero Rattin

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Il vaticanista Luigi Accattoli, sul suo blog, ha ripreso, a tre mesi di distanza, il testo di affidamento alla Vergine Addolorata composto da don Piero Rattin: il 3 aprile, in pieno lockdown ed in piena emergenza sanitaria don Rattin, uscito da poco dall’ospedale dopo esser stato colpito anche lui da Cod-19, affidò al vescovo Lauro questo testo che fu letto in cattedrale.

“Senti che l’ha scritta uno che è passato attraverso la tribolazione”, commenta oggi nel suo blog il vaticanista Luigi Accattoli, cercatore instancabile di “fatti di Vangelo” e anche di “storie di guariti” (ne ha già trascritte e illustrate sette di grande intensità).

A riprendere questa pubblicazione è il sito del settimanale diocesano Vita Trentina.

Visita del vescovo Lauro a Spiazzo Rendena e Tiarno di Sopra: “Nel gesto di tanti uomini e donne che senza risparmio si sono spesi per i malati è possibile riconoscere la presenza dei tratti della Pasqua di Gesù”

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Nuova tappa del vescovo Lauro nelle comunità trentine maggiormente colpite dalla pandemia di coronavirus.

Domenica 5 luglio infatti, don Lauro ha celebrato la messa a Spiazzo Rendena per la solennità di San Vigilio. Accanto a lui il parroco, don Federico Andreolli.

 

 

 

 

 

 

 

Per l’occasione, l’arcivescovo ha fatto anche visita agli anziani della locale casa di riposo: senza entrare nella struttura, ed a distanza, don Lauro si è fermato sulla soglia mentre gli anziani sono scesi nel giardino dove era stato preparato un piccolo altare, per un momento di preghiera molto apprezzato.

Molto sentito il saluto della presidente della RSA, Giovanna Tomasini: “L’appuntamento di San Vigilio -ha detto la presidente- è un appuntamento da tutti noi particolarmente sentito che porta gioia, speranza e coraggio. Sentimenti di cui abbiamo davvero bisogno. Il Covid anche per noi è stata una prova molto dura, sia per gli ospiti che per gli operatori. Abbiamo dovuto affrontare momenti difficili, carichi di tensione emotiva e psicologica. Ma siamo riusciti a superarla grazie all’amorevole dedizione ed allo straordinario sforzo di tutto il nostro staff“.

“L’inattesa e imprevedibile pandemia -ha proseguito la presidente- ho comportato e comporta tutt’ora per i nostri ospiti grandi sacrifici e crudeltà particolarmente nel fine vita. Stiamo, nostro malgrado, assistendo all’annullamento dei legami familiari, religiosi, alla perdita delle relazioni sociali dei nostri ospiti. Gli operatori hanno dato e stanno tuttora dando il massimo per limitare gli effetti di questa situazione surreale, hanno dovuto sostituirsi alle famiglie colmando con la loro sensibilità i vuoti, la solitudine, l’angoscia e tutti gli effetti negativi che il distanziamento anche affettivo sta provocando. Tutti insieme uniti ce la faremo a superare questo difficile momento. Il nostro impegno è proprio uno dei sogni che Lei ha manifestato durante l’omelia in cattedrale, ossia quello di custodire con dedizione e responsabilità gli anziani che hanno scelto la nostra casa come loro seconda famiglia“.

“Non meno difficile del nostro -ha ricordato don Lauro nell’omelia- è il tempo in cui si sono mossi Vigilio ed i tre martiri. Ma sorprendentemente, le difficoltà e le fatiche anziché portarli alla resa, forti di una fede che vedeva l’invisibile, ha trasformato la prova in un momento straordinario di fecondità che ha fatto prendere il largo alla nostra Chiesa“.

“Per aiutarci a far nostra la frequentazione dell’invisibile -ha proseguito don Lauro- ripercorriamo insieme questi mesi di pandemia. Nelle lacrime e nella solitudine del morire di tanti nostri fratelli e sorelle, abbiamo scoperto che nessuna vita è riconducibile al puro dato materiale, ma è incanto, grandezza, e il suo venir meno lascia un vuoto incolmabile. Nel gesto di tanti uomini e donne che senza risparmio, mettendo in pericolo la loro stessa vita, si sono spesi per i malati, è possibile riconoscere la presenza in noi dei tratti della Pasqua di Gesù: chi ama la vita, la perde per gli altri. In questi anni abbiamo tolto Dio dall’agenda della nostra vita. In questi mesi senza accorgercene abbiamo invocato il suo ritorno: nell’ammirazione per chi compiva i gesti di Dio e nel bisogno fortissimo sperimentato soprattutto da chi moriva in solitudine o era costretto a lasciar soli i propri cari nel dolore, di amare ed essere amati”.

Altra messa poi a Tiarno di Sopra, in Val di Ledro: nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo don Lauro ha celebrato la messa assieme al parroco don Jgor Michelini, per intrattenersi poi, al termine, con la comunità. Un momento particolarmente toccante e commovente, nel quale sono state ricordate oltre 30 vittime di Covid-19 della zona.

Il grazie del vescovo Lauro agli operatori sanitari dell’ospedale San Lorenzo di Borgo Valsugana. Poi la messa per tutti i defunti: “Toccate le lacrime, le vostre e quelle di tanti che in questi giorni hanno provato la fatica di qualcuno che ci ha lasciati”

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Visita del vescovo Lauro, nel pomeriggio di venerdì 3 giugno, a Borgo Valsugana e all’ospedale San Lorenzo per ringraziare tutti gli operatori sanitari che si sono prodigati nei mesi di massima emergenza per il coronavirus. Prosegue con questo ulteriore appuntamento quindi il viaggio delle località maggiormente colpite dalla pandemia: a Borgo infatti, il 12 marzo scorso, si è registrata la prima vittima trentina per Covid-19.

Al saluto agli operatori sanitari nel nosocomio ha partecipato anche l’assessore alla salute, politiche sociali, disabilità e famiglia Stefania Segnana, il direttore sanitario di Apss Pier Paolo Benetollo, il direttore medico degli Ospedali di Borgo Valsugana e Cavalese, Pierantonio Scappini e altri rappresentanti del personale ospedaliero. A seguire un momento di preghiera nella cappella dell’ospedale.

Il vescovo Lauro ha quindi celebrato la messa nella chiesa parrocchiale della Natività di Maria, affiancato dal parroco don Roberto Ghetta, don Renato Tomio e don Renzo Scaramella, in ricordo di tutti i defunti del tempo di emergenza.

“Le lacrime vere che abbiamo visto e versato -ha detto nell’omelia il vescovo Lauro- ci dicono universalmente che quando viene meno qualcuno che ti ha amato, vieni meno un po’ anche tu. E lo struggente dolore che producono le lacrime nel momento in cui qualcuno di noi se ne va, dicono che questo fratello non è riconducibile ad un dato materiale di chimica, non è materia organica, è una realtà che trascende la materia e parla di altro. Parla del desiderio di non morire, che i nostri cari siano consegnati alla vita, non alla fine. Toccate le lacrime, le vostre e quelle di tanti che in questi giorni hanno provato la fatica di qualcuno che ci ha lasciati. Quelle lacrime ci dicono che l’uomo è molto più della chimica, della materia; ci dicono che l’uomo è fatto di abbracci, incontro, sguardi, tenerezza, è fatto per amare ed essere amato. Ci sono uomini che scoppiano di salute ma non vivono perché nessuno li guarda e non riescono a guardare nessuno perché nessuna traccia d’amore passa attraverso di loro”.

“Abbiamo visto che gli uomini -ha proseguito il vescovo- sono in grado di fare dei capolavori del dono di sé: 171 medici morti, centinaia di operatori sanitari spesi in modo bellissimo, persone che ci hanno garantito i servizi essenziali nell’anonimato più totale, che si sono fatte prossimità e dono senza misura. L’uomo possiede in sé i tratti di Dio, perché tutto questo è tipico di Dio. Abbiamo visto anche che l’uomo è grido: in certi momenti la paura è entrata in noi, ci circondava. Abbiamo gridato “Signore salvaci!”. Abbiamo sentito che Dio è importante per la vita. Non gli abbiamo dato questo nome probabilmente. Fa’ in modo, o Gesù, che toccando questi semi di verità che abbiamo sperimentato possiamo dire di nuovo “Mio Signore e mio Dio!”.

“Aver en tochét de Signore Dio fa la differenza”: così mi ha detto un’anziana in questi giorni, ed in queste parole ho percepito l’umanità di Gesù, che ci rivela chi siamo noi. Mentre lo tocco capisco il modo migliore per vivere e amare; mentre lo tocco sento che mi sta davanti un abbraccio di misericordia, davanti a me non c’è il male ma l’abbraccio dell’amore”.

Da martedì 7 luglio riaprono al pubblico i Servizi di Curia

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Si avvisa che a partire da martedì 7 luglio i Servizi di Curia riaprono al pubblico.
Si potrà accedere solo previo appuntamento (tel. 0461 891.111), con l’obbligo di mascherina, sanificazione delle mani e compilazione dell’autodichiarazione che verrà consegnata all’entrata.
I giorni e gli orari di apertura al pubblico sono i seguenti: martedì, mercoledì e giovedì dalle ore 9 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 16.30.

Papa Francesco per la festa dei santi Pietro e Paolo: “Unità e profezia”

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Unità e profezia. Sono le parole chiave che Papa Francesco ha utilizzato oggi nella sua riflessione per la Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo. In una Basilica di San Pietro ancora sottoposta ai vincoli imposti dal Coronavirus, Francesco ha celebrato, con le stesse modalità usate per il Triduo Pasquale e il tempo di Pasqua, la Messa in cui si ricordano i due Apostoli “romani” che secondo la tradizione furono martirizzati a Roma: Pietro ai piedi del Colle Vaticano, Paolo nella zona delle Tre Fontane. “Celebriamo insieme due figure molto diverse – ha esordito il Papa nella sua omelia –, Pietro era un pescatore, Paolo un colto fariseo che insegnava nelle sinagoghe, e quando le loro strade si incrociarono, discussero in modo animato. Erano insomma due persone tra le più differenti, ma si sentivano fratelli, come in una famiglia unita”. E qui il primo affondo di Francesco: unità! Un’unità non costruita però su presupposti umani ma innanzitutto sulla parola del Signore che ”non ci ha comandato di piacerci, ma di amarci – ha detto – perché è Lui che ci unisce, senza uniformarci”. E insieme alla Parola la preghiera, “perché dalla preghiera – ha aggiunto – viene un’unità più forte di qualsiasi minaccia. L’unità è un principio che si attiva con la preghiera, che permette allo Spirito Santo di intervenire, di aprire alla speranza, di accorciare le distanze, di tenerci insieme nelle difficoltà”. Una preghiera incessante, dunque, per tutti. In particolare per chi ci governa. “Ma questo governante è …, e i qualificativi sono tanti e io non li dirò perché non è il luogo né il posto”, ha sottolineato parlando a braccio, ma pregare per loro “è un compito che il Signore ci affida. Lo facciamo? Oppure parliamo, insultiamo, e basta?”. Nelle parole del Papa poi, ancora una volta la condanna di un atteggiamento inutile e dannoso e più volte da lui stigmatizzato: la lamentela. Nella prima comunità cristiana “nessuno si lamenta del male, del mondo, della società. “Tempo sprecato e inutile per i cristiani quello passato a lamentarsi di quello che non va – ha proseguito –  perché le lamentele – ha ribadito – non cambiano nulla. Quei cristiani non incolpavano Pietro, non sparlavano di lui, ma pregavano per lui. Non parlavano alle spalle, ma a Dio”.

Da qui, l’invito a custodire l’unità mormorando di meno e pregando di più, a ricordarci di coloro che ci sono stati affidati, e in particolare di “quelli che non la pensano come noi, di chi ci ha chiuso la porta in faccia, di chi fatichiamo a perdonare. Solo la preghiera scioglie le catene, spiana la via all’unità”. E allora, come per Pietro in carcere, anche per noi “tante porte che ci separano si aprirebbero, tante catene che paralizzano cadrebbero”. Francesco ha quindi ricordato il rito della benedizione dei palli che secondo la tradizione, vengono conferiti al Decano del Collegio cardinalizio e agli Arcivescovi Metropoliti nominati nell’ultimo anno. Per l’Italia si tratta degli arcivescovi di Cagliari, monsignor Giuseppe Baturi, e del vescovo eletto di Genova, padre Marco Tasca, che sarà consacrato vescovo l’11 luglio prossimo quando farà l’ingresso in città ricevendo il testimone dal cardinale Angelo Bagnasco che ha guidato la diocesi negli ultimi 14 anni. Le restrizioni imposte dal Coronavirus, poi, oltre a vietare una più vasta partecipazione di fedeli, hanno impedito alla delegazione del Patriarcato ecumenico di Costantinopoli di partecipare alla celebrazione. È la prima volta infatti, che lo scambio di visite delle delegazioni tra il Patriarcato ecumenico e la Santa Sede si interrompe. Un’usanza istituita dopo lo storico incontro del 1964 tra Paolo VI e il Patriarca Atenagora, a Gerusalemme, e alla successiva remissione delle reciproche scomuniche. “Una bella tradizione – ha detto Francesco – Pietro e Andrea erano fratelli e noi, quando possibile, ci scambiamo visite fraterne nelle rispettive festività: non tanto per gentilezza, ma per camminare insieme verso la meta che il Signore ci indica: la piena unità”. Un pensiero questo che ha preceduto il secondo affondo del Papa: la profezia! Tutto nasce dalla provocazione di Gesù ai due apostoli. Da quel “ma tu chi dici che io sia” rivolto a Pietro, a quel “Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?”.

Due provocazioni diverse, che avvengono in contesti diversi, ma che al primo fa capire che “al Signore non interessano le opinioni generali, ma la scelta personale di seguirlo, mentre al secondo fa “cadere la sua presunzione di uomo religioso e per bene, così da farlo diventare Paolo, che significa ‘piccolo’”. Due provocazioni sulle quali però si fonda la profezia che li accompagnerà per sempre. Pietro sarà la “pietra” sulla quale Gesù edificherà la sua Sua Chiesa, mentre Paolo sarà trasformato in quello “‘strumento’ che ho scelto per me, affinché porti il mio nome dinanzi alle nazioni”. Entrambi hanno accolto il Vangelo, e con esso quella provocazione che ribalta le nostre certezze,quel desiderio tutto umano “gestire la propria tranquillità, di tenere tutto sotto controllo”. Il mondo e la Chiesa, oggi, hanno bisogno di questa profezia, “non di parolai che promettono l’impossibile, ma di testimonianze che il Vangelo è possibile”. E poi l’appello finale. “Oggi – ha ricordato con forza – non servono manifestazioni miracolose, ma vite che manifestano il miracolo dell’amore di Dio. Non potenza, ma coerenza. Non parole, ma preghiera. Non proclami, ma servizio. Non teoria, ma testimonianza. Non abbiamo bisogno di essere ricchi, ma di amare i poveri; non di guadagnare per noi, ma di spenderci per gli altri; non del consenso del mondo, ma della gioia per il mondo che verrà; non di progetti pastorali efficienti, ma di pastori che offrono la vita: di innamorati di Dio”. Una profezia vivente che “cambia la storia”. E se c’è “sempre chi distrugge l’unità e chi spegne la profezia – ha concluso – il Signore crede in noi e chiede a te: “Vuoi essere costruttore di unità? Vuoi essere profeta del mio cielo sulla terra?”. Lasciamoci provocare da Gesù e troviamo il coraggio di dirgli: “Sì, lo voglio!”.

FONTE: SIR

Il vescovo Lauro a Fai della Paganella ricorda don Italo Tonidandel

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Domenica 28 giugno il vescovo Lauro ha celebrato la messa a Fai della Paganella, paese natale di don Italo Tonidandel scomparso a 94 anni il giorno di Pasqua.

Oltre alla comunità di Fai, era presente anche una nutrita rappresentanza dalla Val Ridanna e Val Passiria, luogo minerario in cui don Italo svolse il ministero di cappellano dei minatori, e della sezione bolzanina dell’Avis.

A concelebrare all’aperto, al palazzetto dello sport del paese, assieme a don Lauro erano presenti anche il parroco di Fai, don Augusto Angeli, don Franco Torresani, don Carlo Mottes, don Luigi Carfagnini e padre Andrea Previtali.

Don Italo Tonidandel, nato a Fai, fu ordinato presbitero nel 1950 a Trento; venne in seguito incardinato nella diocesi di Bolzano-Bressanone, dove svolse il suo ministero in particolare come cappellano dei minatori e nel mondo delle ACLI. Nel 2013 è stato accolto alla Casa del Clero dove è spirato.

Il vescovo Lauro a Santa Croce del Bleggio ricorda i morti per la pandemia e don Gino Serafini: “Ha trasformato la sua vita in una gioiosa disponibilità per gli altri”

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Nuova tappa nei luoghi più duramente colpiti dalla pandemia di Covid del vescovo Lauro Tisi: nel pomeriggio di domenica 28 giugno, don Lauro ha fatto visita alla comunità di Santa Croce del Bleggio, ricordando con l’occasione anche don Gino Serafini, spirato nella casa di riposo a 98 anni, lo scorso 28 marzo a causa del virus.

Commentando il Vangelo domenicale, don Lauro ha messo in collegamento l’invito di Gesù, quella “incredibile proposta evangelica -l’ha definita il vescovo- per cui l’altro viene prima di te, per cui vien detto che dal dono di te hai pienezza di vita e gioia, che occuparsi dell’altro è il modo migliore per preoccuparti di te”, alla vita di don Gino. “Don Gino -ha ricordato don Lauro- ha rinunciato al bisogno di essere amato ed ha trasformato la sua vita in una gioiosa disponibilità per gli altri, con entusiasmo e freschezza che anche a 90 anni lasciava stupiti. Era giovane dentro. Mandava a casa le monotonie: si è sempre rinnovato. Era un rivoluzionario, invitava ad andare all’essenziale della vita. Don Gino ha fatto tantissima carità per i poveri, erano un’altra sua passione: se n’è andato con gli ospiti della casa di riposo e con loro è entrato nella Terra di Dio”.

Riflettendo sul passaggio in cui Gesù dice “Chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me”, l’arcivescovo ha precisato: “Gesù non vuole invitarci alla sofferenza, non vuole discepoli tristi, sconfitti, crocifissi. “Prendere la croce” vuol dire dotarsi della capacità di amare di Dio, che abbiamo visto nel morire di Gesù. Quella capacità di amare che nel morire di Gesù in croce ha avuto la sua più grande manifestazione. Dio si alza la mattina è la prima parola che dice è “voglio che tu viva”. Su questo, don Gino Serafini era teologo innovativo: aveva intuizioni stupende su Dio. Caro don Gino, ti chiedo di mandare alla nostra Chiesa profezia e intuizioni su Dio, perché corriamo il rischio di raccontare un Dio monotono, stanco, che vende croci quando invece regala amore gratuito”.

Potente, infine, l’immagine del “bicchier d’acqua” dato ai piccoli: “In questi mesi di pandemia -ha concluso il vescovo Lauro- anche nella casa di riposo i nostri cari sono stati accompagnati nell’ultimo passaggio dalla delicatezza, dal bicchier d’acqua, dal gesto di tenerezza degli operatori. Sono stati sacerdoti: hanno accompagnato i nostri cari, hanno tenuto in vita, nella speranza, molti di loro. Ringraziamo, oggi, tutti gli operatori della casa di riposo, e preghiamo per tutti i morti che, come Gesù, sono stati sepolti in modo frettoloso. I discepoli del Vangelo non li misuri con la grandezza delle loro opere: li misuri dai gesti semplici del loro cuore”.

Molti, al termine della celebrazione, i ricordi commossi della vita e delle opere di don Gino Serafini.

 

“Gli uomini e le donne di Dio non vengono misurati in base alla grandezza delle loro opere, ma da un cuore semplice”: il vescovo Lauro presiede l’ultima messa trasmessa in streaming

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Ultima messa trasmessa in diretta streaming dalla Cattedrale di Trento, domenica 28 giugno: con l’arrivo dell’estate, e la graduale ripresa delle celebrazioni su tutto il territorio diocesano, l’arcivescovo Lauro ha presieduto la messa della Tredicesima Domenica del Tempo ordinario.

Un Vangelo breve, quello che accompagna questa domenica, ma non per questo meno carico di responsabilità che ci vengono assegnate: “Chi ama padre o madre, figlio o figlia più di me, non è degno di me”, scrive l’evangelista Matteo. “Una pretesa -sottolinea il vescovo Lauro- che sembra disumana, in contrasto con la bellezza e la forza degli affetti, che sono la prima felicità di questa vita, la cosa più vicina all’assoluto. Gesù, in realtà non sottrae amori al cuore affamato dell’uomo, aggiunge invece un “di più”. In cosa consiste questo “di più”? E’ la capacità di morire al proprio bisogno di essere amato e servito per trasformarlo nel desiderio di amare e servire l’altro“.

A questo si aggiunge anche l’altra forte affermazione di Gesù, ““Chi non prende la propria croce e non mi segue non è degno di me“. “La croce non è da identificare con sofferenza -precisa don Lauro- perchè Gesù non vuole che passiamo la vita nel dolore, non desidera crocifissi al suo seguito. Ci regala, semplicemente il suo modo di vivere, la vita libera di Dio in cui tutto è dono, gratuità, voglia di far esistere l’altro. Vivere la vita di Dio è fare esperienza che il dono è paga a sé stesso, non ha bisogno di alcuna ricompensa. La prova di questa incredibile legge evangelica l’abbiamo avuta in questi mesi di pandemia. Sono innumerevoli, le testimonianze del prodigio dei tanti “bicchieri d’acqua”, diventati provvidenziali occasioni per far ripartire la vita”.

“Gli uomini e le donne di Dio -ha concluso l’arcivescovo- non vengono misurati in base alla grandezza delle loro opere, ma da un cuore semplice, abitato dalla gioia di vivere per gli altri. Accettare questa disarmante semplicità evangelica, è la vera croce. Chi l’accoglie: conosce la gioia, è liberato dalla paura, gusta la vita. Nulla lo turba, nulla lo spaventa. A lui solo Dio basta“.

LEGGI QUI L’OMELIA COMPLETA

 

Fondo di solidarietà della Diocesi per le persone in difficoltà per l’emergenza. Aiuto straordinario anche ai missionari

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Un San Vigilio solidale per la Chiesa trentina: la Diocesi, attraverso la Caritas, istituisce un Fondo straordinario per dare un contributo concreto a persone sole o famiglie che stanno pagando, spesso in modo pesante, le conseguenze economiche dell’emergenza sanitaria, in particolare con la riduzione o la perdita del lavoro.

InFondo Speranza – questo il nome dell’iniziativa – è rivolto a tutto il territorio diocesano, con particolare attenzione a disoccupati, lavoratori precari e lavoratori autonomi che a causa dell’ondata Coronavirus abbiano subito l’interruzione delle attività; singole situazioni di parrocchie o di altri enti ecclesiastici, operanti nel territorio diocesano, con gravi difficoltà a seguito della pandemia.

Le persone in stato di bisogno verranno segnalate dai parroci, dai gruppi Caritas locali o da altri organismi ecclesiali operanti nel territorio, che si faranno carico di presentare le domande per accedere al Fondo. Le domande di sostegno saranno raccolte dal Centro d’Ascolto Caritas di Trento e vagliate da una apposita Commissione, che si confronterà con cadenza anche quotidiana al fine di dare risposta nel minor tempo possibile. L’esito poi verrà restituito al parroco del territorio, o al gruppo Caritas locale, che si impegnerà ad accompagnare la situazione segnalata, specificando la gestione del contributo concesso e le eventuali indicazioni, in seguito per verificare il buon andamento dell’intervento anche attraverso successivi riscontri. Gli interventi, a fondo perduto, non potranno superare il massimo di € 2.500.

Per poter accedere al Fondo straordinario sarà necessario essere residenti nel territorio dell’Arcidiocesi, trovarsi in situazione di disoccupazione dal 1° marzo 2020 o aver visto drasticamente ridotte le proprie occasioni di lavoro; non avere in atto altri sostegni economici diocesani né altre forme di sussidi pubblici. Per informazioni è necessario dunque rivolgersi al parroco del proprio territorio di residenza.

 

L’aiuto straordinario ai missionari

La Diocesi di Vigilio guarda anche fuori confine. Un secondo fronte solidale è, infatti, quello aperto dai missionari trentini operanti nel mondo, spesso a contatto con emergenze che la pandemia ha reso drammatiche. Il Centro Missionario Diocesano, in costante contatto con i missionari trentini, ha deciso di farsi presente in questo modo: le offerte raccolte in Quaresima – pari a 462.500 euro – sono state anche quest’anno, come da tradizione, distribuite in parti uguali a tutti i missionari trentini: 2.500 euro a ciascuno dei 185 missionari che nei loro territori hanno “tradotto” questo sostegno in cibo per i più poveri.

Ad una trentina di missionari, operanti in territori colpiti in modo particolarmente aggressivo da Covid-19, sono stati inviati in questi giorni ulteriori 3.000 euro ciascuno (per un totale di 90 mila euro, n.d.r.). “Segni concreti di una solidarietà ben radicata nel DNA della nostra gente e che sa andare oltre ogni confine”, commenta don Cristiano Bettega, delegato dell’Area Testimonianza della Diocesi.

Addio a don Cornelio Cristel

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Nuovo lutto nella Chiesa trentina: è morto domenica 28 giugno don Cornelio Cristel. Aveva 92 anni.
Nato a Tesero, è stato ordinato presbitero nel 1953 a Trento. Successivamente è stato viceparroco a Cles (1953-1955), curato a Pergolese (1955-1961), parroco a S.Michele all’Adige (1961-1967), Madonna di Campiglio (1967-1986), parroco e decano a Vigo di Fassa (1986-2004), parroco a Capriana (2004-2012).
Residente a Capriana negli anni 2012-2014, dal 2014 era ospite alla Casa del Clero.

Il funerale sarà celebrato presso il cimitero di Tesero martedì 30 giugno alle ore 18.00.