Author: losspapot

Passeggiate dello Spirito al santuario di Piné

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Il Santuario Diocesano di Montagnaga di Pinè propone un’iniziativa di spiritualità che si svolgerà in occasione delle Feste estive della Madonna, martedì 16 luglio, Madonna del Monte Carmelo, lunedì 5 agosto, Madonna della Neve e giovedì 22 agosto, Maria Regina del cielo e della terra.

Si tratta di un percorso che ha quale mèta la radura della “Quarta Comparsa”, sconosciuta alla gran parte dei pellegrini perché fuori mano rispetto ai Santuari del luogo e raggiungibile unicamente a piedi: secondo la tradizione è in questa radura che il 10 settembre 1729 la Madonna avrebbe incontrato Domenica Targa, occupata come ogni giorno nel suo mestiere di “pastora”, e l’avrebbe consolata per le incomprensioni che incontrava nel riferire delle apparizioni e incoraggiata con indicazioni precise per adempiere il suo compito di “messaggera”.

La prima parte del tragitto si potrà percorrere in bus-navetta (con partenze dal piazzale del Santuario a partire dalle 8.30 fino alle 9.00), la seconda parte si svolgerà a piedi, processionalmente, con la recita del Rosario: il cammino (mezz’ora a passo lento) non riserva alcuna difficoltà, anzi, si presenta quasi del tutto pianeggiante e gradevole per il suo snodarsi attraverso il bosco.

Giunti sul luogo, il Rettore don Piero Rattin terrà una meditazione, partendo da una delle pagine evangeliche che parlano di Maria. Segue il Canto delle Litanie e quindi il rientro entro mezzogiorno, con le stesse modalità dell’andata (parte a piedi, parte con il bus-navetta).

L’iniziativa non prevede la Celebrazione della S.Messa perché questa, come ogni giorno, ha luogo alla Comparsa alle ore 18.00.

L’altra iniziativa estiva programmata dalla direzione del Santuario è l’Adorazione Eucaristica settimanale, che ha luogo nella Cappella del Calvario (alla sommità della Scala Santa) ogni venerdì dalle 20.30 alle 21.30.

Suor Ersilia a 97 anni: “La fedeltà dura sempre” (7 luglio 2019)

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Gentile Vita Trentina, a San Vigilio in Duomo ho preso e poi letto la lettera che l’Arcivescovo Lauro ha inviato raccontando la storia dell’anziana missionaria trentina in Marocco. Vorrei mandarle anch’io un saluto e un incoraggiamento e chiederle come vede il valore della fedeltà che l’ha portata a tornare in Marocco a 97 anni.

Un’abbonata

Ci è sembrato utile contattare subito a Casablanca suor Ersilia Mantovani e chiedere una risposta. Ecco che cosa ci ha scritto poche ore dopo, anche grazie alla posta elettronica delle consorelle Francescane Missionarie di Maria.

 

Caro direttore, intanto vi ringrazio di avermi raggiunto anche con la sorpresa per me della Lettera del nostro Vescovo allegata a Vita Trentina. Cerco di rispondere alla domanda; come considero il valore della fedeltà a Dio che m’ha portata a tornare in Marocco a 97 anni, ma penso che se stavo in Italia sarebbe la stessa cosa. Il valore della fedeltà dura sempre; quando da giovanissima ho capito il valore della vita, e che Dio me l’ha data gratuitamente, ho ritenuto che la cosa migliore fosse di offrirla a Lui nel servizio agli altri: perciò ho scelto un Istituto missionario. Certo che quel “per sempre” mi è sembrato un po’ duro, ma alla fine ho rischiato tutto e non mi sono mai pentita. Il Signore m’ha sempre colmata di gioie e di pene, ma – ecco il punto – devo saper rispondere, perché tutto è grazia. Perciò se Lui continua a darmi anche fino a 100 o 120 anni, io devo renderGli secondo le mie forze. Sarà sempre Lui il più generoso e fedele. È il Dio delle sorprese, è meraviglioso servirlo. Non so se ho risposto alla domanda, ma è tutto quello che so fare. Distinti saluti a lei e a l’equipe in unione di preghiera.

Suor Ersilia fmm

Addio a don Remo Dorigatti

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Addio a don Remo Dorigatti, storico parroco di Mala in Valle dei Mocheni, che si è spento alle nella tarda serata di lunedì 8 luglio. Aveva 90 anni e risiedeva da qualche mese all’infermeria del clero a Trento.

Originario di Miola di Piné fu ordinato presbitero a Trento nel 1955. Fu poi vicario parrocchiale a Taio (1955-1959), Albiano (1959-1962), parroco a Mala (1962-2015) e residente a Mala dal 2015.

Il funerale sarà celebrato presso la chiesa parrocchiale di Miola di Piné  giovedì 11 luglio ad ore 16.00, mentre il rosario sarà recitato nella chiesa parrocchiale di Mala mercoledì 10 luglio ad ore 20.00.

Si è spento mons. Lucio Soravito de Franceschi, vescovo emerito di Adria-Rovigo

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È tornato alla Casa del Padre nel pomeriggio di sabato 6 luglio, il vescovo emerito di Adria -Rovigo Lucio Soravito de Franceschi. Era ricoverato da qualche giorno presso l’ospedale civile di Udine a causa dell’aggravarsi delle condizioni di salute. È tutta la diocesi di Adria-Rovigo ad elevare per lui una preghiera forte e accorata al Signore della vita perché accolga la sua anima a cantare la liturgia del Cielo dopo averla cantata nella liturgia qui in terra. Gaudete in Domino semper – Rallegratevi sempre nel Signore era il suo motto episcopale, un invito alla gioia che ha fatto suonare nei dodici anni intensi vissuti in Polesine dove aveva fatto il suo ingresso come vescovo il 18 luglio del 2004 succedendo al vescovo Andrea Bruno Mazzoccato. Nato a Mione di Ovaro (Udine) l’8 dicembre 1939, ha frequentato gli studi medi inferiori e superiori nel Seminario di Udine, conseguendo il diploma di maturità classica nel 1958. Completati gli studi teologici, è stato ordinato sacerdote il 29 giugno 1963.Negli anni successivi – mentre svolgeva il suo ministero presbiterale – ha proseguito gli studi teologici, conseguendo la Licenza in Sacra Liturgia e la Laurea in Teologia con specializzazione Pastorale presso l’Università Pontificia Salesiana di Roma, con una tesi su: “Orientamenti per un progetto di catechesi degli adulti in Friuli oggi”. Successivamente ha continuato la sua formazione catechetica, approfondendo la riflessione sulla catechesi degli adulti, la formazione dei catechisti e la pastorale della famiglia. È stato eletto vescovo di Adria-Rovigo il 28 maggio 2004, consacrato nella Cattedrale di Udine l’11 luglio, iniziando il Suo ministero in Diocesi il 18 luglio successivo. La sua rinuncia al ministero è stata accettata dal Santo Padre il 23 dicembre 2015. Dopo la rinuncia al governo pastorale della diocesi si era ritirato prima presso il vescovado di Adria collaborando presso la parrocchia della cattedrale durante il Giubileo della Misericordia e poi presso la diocesi di Udine. Negli anni vissuti in diocesi di Adria-Rovigo ha animato la comunità polesana a partire dal progetto triennale per gli anni 2005-2008 dal titolo emblematico Annunciatori di gioia e di speranza che ha condotto la diocesi fino al ventottesimo Sinodo diocesano celebrato con grande entusiasmo da parte del vescovo Soravito nei tre anni successivi. Non si possono poi dimenticare nei dodici anni di episcopato in Polesine le Giornate Eucaristiche diocesane vissute nell’Anno dell’Eucaristia 2005 indetto da papa Benedetto XVI e la visita pastorale nella quale ha incontrato tutte le parrocchie della diocesi, riunite per Unità pastorali. Tutto il suo episcopato è stata una spinta verso la comunione tra le parrocchie per uscire dal campanilismo verso una chiesa famiglia di famiglie.Non sono mancate le fatiche e le resistenze lungo il suo ministero in diocesi che ha concluso affidando alle mani del Vescovo Pavanello una chiesa in cammino ancorata a Cristo Signore e desiderosa di essere popolo che annuncia la Misericordia di Dio. È tutta la diocesi allora, in quest’ora di dolore per la perdita di un vescovo caro alla memoria della gente, ad affidare al Padre di ogni Misericordia il suo pastore emerito consapevole del bene ricevuto dal suo instancabile desiderio di annunciare la gioia del vangelo.

Le esequie, alle quali ha partecipato anche l’arcivescovo di Trento Lauro Tisi, sono state celebrate mercoledì 10 luglio alle 17 nella cattedrale di Rovigo.

Lourdes: rinnovamento, non commissariamento (23 giugno 2019)

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Gent. Vita trentina, nel numero scorso avete spiegato bene in sintesi la decisione di Papa Francesco su Lourdes, ma mi spiace che l’invio di un proprio incaricato da parte di Francesco per esaminare la situazione anche finanziaria porti a farci perdere un po’ di fiducia in Lourdes, magari a favore di Medjugorie. Cosa ne pensano gli organizzatori dei viaggi diocesani a Lourdes?

Una lettrice

 

Certe vicende di questi ultimi anni dovrebbero averci dato prova sufficiente che la parabola evangelica del buon grano che cresce insieme alla zizzania (cfr. Matteo – l’evangelista! – cap.13,24-30) non riguarda tutto in generale e nulla in particolare, ma trova riscontro anche in configurazioni ecclesiali concrete, quali certi ordini religiosi, diocesi, istituzioni e associazioni note per la loro missione tradizionalmente cristiana. A volte si tratta di responsabilità colpevole di singoli individui o gruppi che non resistono alla tentazione di trarre vantaggio, anche in modo disonesto, dall’ambito amministrativo in cui operano. Tuttavia, se conoscessimo un po’ meglio la Bibbia nella sua interezza, il pericolo di rimanerne scandalizzati sarebbe certamente più limitato (San Paolo non ha scritto certo ieri quella lettera a Timoteo in cui parla di “uomini corrotti … che considerano la religione come fonte di guadagno”, e dove afferma che “l’avidità del denaro è la radice di tutti i mali…” – cfr.1Tim 6,5.10).
Altre volte, anzichè di zizzania, si tratta invece di gestioni amministrative portate avanti con una certa faciloneria o imprudenza, le quali alla fin fine devono pagare prezzi alquanto salati alla mancanza di rigore o di dimestichezza con il farraginoso mondo dell’economia e delle leggi che le riguardano.
L’amministrazione del Santuario di Lourdes probabilmente ha sperimentato qualcosa di questo genere, ma a monte vi sono anche altre ragioni: due devastanti alluvioni del Gave si sono succedute qualche anno fa nell’arco di pochi mesi e proprio nella stagione clou dei pellegrinaggi; molti ambiti e spazi del Santuario hanno subito gravi danni e si sono rivelati inagibili; la grandiosa Basilica sotterranea di san Pio X, ad esempio, ne è stata totalmente sommersa. L’amministrazione del Santuario ha ritenuto di dover cogliere in questa calamità una provocazione: non solo a rendere riutilizzabili gli spazi devastati dalle alluvioni, ma anche a ristrutturarli secondo modalità più sicure e soprattutto più adeguate al crescente affluire di pellegrinaggi e visitatori. Non si dimentichi infatti che Lourdes rimane comunque il Santuario mariano più frequentato al mondo, né che – a differenza di quanto accade in Italia o in altri Paesi – lo Stato francese (noto per la sua laicità) non ha l’abitudine d’intervenire finanziariamente a sostegno di opere religiose (tranne, forse, che per il restauro di Nôtre Dame); pertanto ogni spesa relativa alla rimessa in funzione, manutenzione, o ristrutturazione dei vari ambiti del santuario, a Lourdes è a carico della Chiesa, vale a dire: dei pellegrini che vi si recano, soprattutto se in gruppi organizzati. I responsabili dei pellegrinaggi diocesani di tutto il mondo possono probabilmente rimproverare all’amministrazione del Santuario “di aver fatto il passo più lungo della gamba”, ma conoscendo gli antefatti (sopra accennati) e la tipica situazione locale, sono ben lontani dal sollevarle l’accusa di disonestà o dal rifiutarle comunque solidarietà e comprensione.
Che se poi a qualche organizzazione di pellegrinaggi venisse voglia di disertare Lourdes per puntare su altri santuari “meno costosi” (magari ancor privi di “patente ecclesiale di credibilità”), sia chiaro che ha tutto il diritto di farlo, ma non può evitare il sospetto che non sia anzitutto la Fede ad animare quei pellegrinaggi, ma il “devozionismo” (e, da parte di chi li organizza, qualche altro interesse che non di rado ha più a che vedere con l’accusa mossa da San Paolo, e sopra accennata, che non con la Madonna o con i Santi). La grande stampa ha parlato di “commissariamento”: il termine fa più rumore, c’era da aspettarselo.
Ma anche se è tra le preoccupazioni di Papa Francesco che “il primato nei Santuari sia garantito alla spiritualità, invece che all’aspetto gestionale o finanziario”, non è per questa alternativa la sua prioritaria attenzione. Non lo è stata nel caso di Lourdes (dove ha nominato suo Delegato il Vescovo mons. Antoine Hérouard), né per quanto riguarda Medjugorie (dove pure ha inviato quale suo visitatore il Vescovo polacco mons. Henryk Hoser). Con quale incarico? Per quale ragione? Solo per impedire scandali e pericolose derive, o non piuttosto per promuovere ambiti nei quali risuoni in modalità più adeguate e nuove l’annuncio del Vangelo? Papa Francesco, con un Motu proprio datato l’11 febbraio 2017, aveva già deciso di trasferire al Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione le competenze sui Santuari che in precedenza erano attribuite alla Congregazione per il Clero. Quale significato ha e quali conseguenze assume questo atto?
Che quanto deciso per Lourdes è tutt’altro che commissariamento, non solo, ma che quanto dovrà caratterizzare i santuari è ben più che una solita offerta di spiritualità. Le loro espressioni tipiche e tradizionali di religiosità, in quest’epoca di post-cristianesimo che accomuna quantomeno i nostri Paesi occidentali, non bastano più: sono insufficienti. Se sempre più spesso attraggono individui o famiglie che con il cammino delle parrocchie hanno poca o nessuna dimestichezza, ciò responsabilizza ancor più i santuari a qualificare al meglio il loro servizio, che è proposta di Vangelo in quelle modalità variegate di linguaggio alle quali l’uomo contemporaneo è ancora recettivo, e attraverso quelle iniziative che incontrano ancora la sua sensibilità. D’altronde (lo scrivevo due numeri fa a proposito di “apparizioni”): non è l’attualizzazione dell’unico Vangelo il primo criterio con cui la Chiesa valuta l’autenticità delle origini storiche dei santuari, vale a dire, la credibilità di quanto può esservi accaduto agli inizi?
Certo, pur con i limiti che questo tipo di annuncio comporta: per molte persone infatti non può che essere estemporaneo, occasionale, forse anche raro o unico. Ma ciò è in perfetta sintonia con la sensibilità culturale contemporanea e, soprattutto, con la coscienza di limitatezza e povertà che deve animare la Chiesa: quali che siano le configurazioni che assume, essa è solo strumento d’una azione, testimonianza e voce di una Parola che non è affatto sua. L’unico protagonismo – umile e discreto, tra il resto – è quello dello Spirito di Dio.

don Piero Rattin

Inflazione di apparizioni? (9 giugno 2019)

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Gent. direttore, mi chiedo spesso in questi giorni a cosa sia dovuto questo rinnovato interesse rispetto al tema delle apparizioni della Madonna (penso anche al successo della rivista dei Paolini “Maria con te”), nonostante la prudenza con cui il Papa affronta questi fenomeni come si è visto nel caso di Medjugorie. Anche in Pinè quest’anno si ricordano le apparizioni di 290 anni fa, ma a me sembra che alla sensibilità moderna e anche a quella dei nostri figli parlare di apparizioni sia piuttosto controproducente, nel senso che c’è molto scetticismo verso la verità storica e anche verso un certo devozionismo.
Una mamma abbonata

Quello cui si riferisce il lettore è sintomo di un fenomeno che travalica l’ambito religioso; non facile da valutare del resto, anche perché non solo la teologia, ma anche altre scienze umane avrebbero qualcosa da dire al riguardo. La frequenza di “apparizioni” nel Cristianesimo, tuttavia, non dovrebbe meravigliare troppo: è una “fede storica”, non solo nel senso che ha visto la luce nel corso della storia e in una cultura ben precisa, ma anche perché ritiene che il Trascendente stesso ha scelto di abitare la storia, animandola di ideali e valori che la rendano via via più umana, o quantomeno le evitino il rischio di retrocedere a “giungla”. Non spetta alla Chiesa peraltro rendere autentiche le apparizioni; essa si limita a dichiarare credibili quelle che – per le modalità e per i messaggi che trasmettono – sono in perfetta sintonia con il Vangelo di sempre. Ma il Vangelo, lo si sa, non di rado rischia di venire dimenticato o, se non altro, di passare in second’ordine: è allora che le apparizioni ritenute credibili sollecitano i cristiani a darsi una mossa, a ritrovare coerenza, a convertirsi al Vangelo in una parola. La patente di credibilità data dalla Chiesa, tuttavia, non ha alcun valore dogmatico: a quelle apparizioni si può credere, se ne possono trarre vantaggi preziosi, ma non vi è alcun obbligo di ritenerle autentiche.
Il fenomeno è comunque complesso, al punto da non sfuggire al rischio d’ambiguità: che “anche Satana possa mascherarsi da angelo di luce” è un dato di fatto quantomeno fin dai tempi di San Paolo (sono parole sue: 2 Cor 12,14). Gli astuti, abili a trarre profitto anche da fenomeni solo in apparenza religiosi, non sono mai mancati né mai mancheranno. In genere, tuttavia, non è necessario troppo tempo per smascherarli.
Ma perché tali fenomeni – veri o presunti che siano – abbondano proprio in quest’epoca? Si direbbe che certa religiosità, cacciata rumorosamente dalla porta alcuni decenni or sono, stia rientrando stranamente dalla finestra. Cos’è mai accaduto? Cause e motivazioni hanno radici che risalgono quantomeno nell’epoca dei “lumi” (illuminismo). Non è questo il luogo di disquisizioni troppo approfondite, basti dire che se la cultura biblica riteneva che la persona avesse quale unico centro il “cuore” (inteso come sede simbolica sia di pensiero e di ragionamento, sia di sentimento e di volontà), in Occidente quel centro è stato spezzato in due: cervello (sede di raziocinio, pensiero, progettualità) e cuore (simbolo di affettività, sentimenti ed emozioni). L’illuminismo ha privilegiato a tal punto la capacità razionale dell’uomo (il cervello, con le sue tipiche competenze e abilità) da misconoscere e ridicolizzare come retrogrado tutto ciò che riguarda il sentimento, l’affettività, l’emotività, la volontà stessa (il cuore in una parola). Le apparizioni, con quel comune denominatore di messaggi che parlano di vicinanza divina compassionevole, di condiscendenza e tenerezza materna o amica, di conversione come scelta di volontà, fanno pensare a “interventi divini d’emergenza” in soccorso di una dignità umana ridotta a puro raziocinio, e pertanto impoverita e in progressivo degrado. È nota l’affermazione di Pascal a tale riguardo: “Il cuore conosce delle ragioni che la ragione non conosce”.
Le immani atrocità che hanno insanguinato il secolo scorso non sono che l’estremo risultato di una razionalità assoluta e tirannica (dov’era finito il cuore?); da qui il conseguente crollo delle ideologie e la diffidenza nei confronti di ogni dogmatismo astratto (anche in ambito religioso). Ma val la pena per questo affidarsi in maniera acritica a ogni evento anormale? La presunzione che privilegia o assolutizza la dimensione razionale, che rifiuta o sorride quantomeno di fronte ad apparizioni dichiarate credibili, non s’è ancora esaurita, ma tuttavia già si va ridimensionando (la vera scienza, dal canto suo, non teme finalmente di riconoscere i suoi limiti); nella cultura e nell’esperienza umana invece tale presunzione sta ancora …zoppicando: prova ne siano le espressioni di plagio (in ambito esoterico, o politico) in cui cadono facili vittime individui che pure si gloriano di eccellere per razionalità e atteggiamento critico.
Papa Francesco, doverosamente prudente e personalmente critico, com’è noto, verso il fenomeno Medjugorie, non poteva esimersi dal prendere provvedimenti “pastorali” in un ambito che vede comunque autentiche manifestazioni di fede, né dal consentire un degno svolgimento di pellegrinaggi, a prescindere da qualsiasi riconoscimento sui veri o presunti fatti che sarebbero all’origine del fenomeno. Tutto ciò è interessante: conferma, se non altro, che – se spetta al Magistero ecclesiale il compito di discernere le vere dalle false “apparizioni” – tutto il popolo di Dio dal canto suo possiede un “senso di fede” che può trasformare un luogo misconosciuto in ambito privilegiato di spiritualità, cui dare un proprio apporto e da cui attingere a propria volta. E questo a prescindere dal credere o meno a ciò che può esservi accaduto alle origini. (Il che, se pure in misura minore, vale anche per Pinè: nonostante deposizioni credibili e verbalizzate in processi canonici, il fenomeno apparizioni non ha mai avuto un riconoscimento ufficiale da parte del Magistero della Chiesa; la sua credibilità è legata da un lato all’assidua partecipazione di Vescovi diocesani e della regione Triveneta a particolari eventi del santuario, e dall’altro all’ininterrotto affluire di pellegrini. Tutto ciò, in ogni caso, non consente di relegare a dato archeologico o a pura suggestione quanto accadutovi 290 anni fa. Se l’autenticità di Pinè non ha avuto alcun riconoscimento “cartaceo”, l’ha certamente avuto di fatto!).
Al lettore, che si chiede se non sia controproducente parlare di apparizioni ai figli, posso rispondere così: se ho occasione di parlare di fede con un adolescente o un giovane, non comincerò dall’argomento “apparizioni”: vi è una gradualità anche nell’esperienza cristiana. Ma soprattutto lo solleciterò ad armonizzare cervello e cuore, sia nell’esperienza di fede che nella vita, per non ritrovarsi domani una personalità ridotta quanto a dignità e impoverita nelle sue naturali prerogative.

don Piero Rattin

Le ceneri in casa e il ricordo dei morti (26 maggio 2019)

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Gentile Direttore, un mio parente recentemente deceduto aveva chiesto la cremazione del suo corpo al momento della morte e la dispersione delle ceneri al vento o in mare. So che la Chiesa negli ultimi decenni ha permesso questa pratica pur raccomandando vivamente la pia consuetudine di seppellire i corpi sull’esempio di Gesù che fu inumato. Personalmente penso che in una società che tende a nascondere la morte, i cimiteri ci ricordano i nostri limiti e la nostra precarietà di persone umane e le tombe che conservano i resti mortali sono uno strumento visibile per rafforzare il legame affettivo con coloro, parenti e amici che ci hanno preceduto. Desidererei sapere se la dispersione delle ceneri o la conservazione delle stesse in casa sono permesse, sia dalle autorità civili che religiose. Ringrazio e saluto cordialmente.

Fabio Mendler

 

Rispondo alla sua cortese lettera in merito alla cremazione e alla dispersione delle ceneri. Già dal 1963 la Chiesa Cattolica accetta e non vieta la modalità sempre più diffusa e civilmente possibile, anche dalle nostre parti, della cremazione del corpo di un defunto. Quest’uso è ormai previsto anche dal Rito delle Esequie (2011) della Conferenza Episcopale italiana con delle indicazioni e delle preghiere apposite. In quel testo si dice esplicitamente: “La Chiesa raccomanda vivamente che si conservi la pia consuetudine di seppellire i corpi dei defunti. La Chiesa permette la cremazione se tale scelta non mette in dubbio la fede nella risurrezione” (n. 167). Come lei ricorda opportunamente la Chiesa ci invita a seppellire i morti (è anche un’opera di misericordia) come è avvenuto per Gesù, per gli apostoli e per i cristiani in genere.
Per quanto concerne la dispersione delle ceneri di un defunto non conosco la legislazione civile. Mi verrebbe da dire come troviamo scritto per altre cose: “Non disperdere nell’ambiente!”. I nostri Vescovi in quel rituale aggiungono: “La prassi di spargere le ceneri in natura, oppure di conservarle in luoghi diversi dal cimitero, come, ad esempio, nelle abitazioni private, solleva non poche domande e perplessità. La Chiesa ha molti motivi per essere contraria a simili scelte, che possono sottintendere concezioni panteistiche o naturalistiche. Soprattutto nel caso di spargimento delle ceneri o di sepolture anonime si impedisce la possibilità di esprimere con riferimento a un luogo preciso il dolore personale e comunitario. Inoltre si rende più difficile il ricordo dei morti, estinguendolo anzitempo.
Per le generazioni successive la vita di coloro che le hanno precedute scompare senza lasciare tracce” (n. 165). Nel breve documento della Congregazione per la Dottrina della Fede, approvato da Papa Francesco, dal titolo “Ad resurgendum cum Christo” (Per risuscitare con Cristo) del 15 agosto 2016 ci si esprime ancora più esplicitamente con queste parole (n. 5- 7): “La conservazione delle ceneri in un luogo sacro può contribuire a ridurre il rischio di sottrarre i defunti alla preghiera e al ricordo dei parenti e della comunità cristiana. In tal modo, inoltre, si evita la possibilità di dimenticanze e mancanze di rispetto, che possono avvenire soprattutto una volta passata la prima generazione, nonché pratiche sconvenienti o superstiziose. Per i motivi sopra elencati, la conservazione delle ceneri nell’abitazione domestica non è consentita… Per evitare ogni tipo di equivoco panteista, naturalista o nichilista, non sia permessa la dispersione delle ceneri nell’aria, in terra o in acqua o in altro modo oppure la conversione delle ceneri cremate in ricordi commemorativi, in pezzi di gioielleria o in altri oggetti, tenendo presente che per tali modi di procedere non possono essere addotte le ragioni igieniche, sociali o economiche che possono motivare la scelta della cremazione”.
La ringrazio, quindi, della sua domanda che ci consente ancora una volta di dire una parola su una grande verità della nostra fede, un fatto che oggi è spesso dimenticato se non irriso, quello della risurrezione di Cristo e della nostra. Come dice il documento del 2016 (n. 3): «Seppellendo i corpi dei fedeli defunti, la Chiesa conferma la fede nella risurrezione della carne, e intende mettere in rilievo l’alta dignità del corpo umano come parte integrante della persona della quale il corpo condivide la storia. Non può permettere, quindi, atteggiamenti e riti che coinvolgono concezioni errate della morte, ritenuta sia come l’annullamento definitivo della persona, sia come il momento della sua fusione con la madre natura o con l’universo, sia come una tappa nel processo della re–incarnazione, sia come la liberazione definitiva della “prigione” del corpo. Inoltre, la sepoltura nei cimiteri o in altri luoghi sacri risponde adeguatamente alla pietà e al rispetto dovuti ai corpi dei fedeli defunti, che mediante il Battesimo sono diventati tempio dello Spirito Santo e dei quali, “come di strumenti e di vasi, si è santamente servito lo Spirito per compiere tante opere buone”. Infine, la sepoltura dei corpi dei fedeli defunti nei cimiteri o in altri luoghi sacri favorisce il ricordo e la preghiera per i defunti da parte dei familiari e di tutta la comunità cristiana, nonché la venerazione dei martiri e dei santi».

don Giulio Viviani