“Non basta la salute: entriamo nella stanza segreta del nostro cuore”. A Montagnaga l’arcivescovo Lauro guida la celebrazione diocesana della Giornata del Malato

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Il lebbroso del Vangelo di domenica 14 febbraio, purificato da Gesù che gli si avvicina (infrangendo le leggi dell’isolamento) e lo tocca con tenerezza è l’icona della celebrazione diocesana della Giornata Mondiale del Malato nell’anno della pandemia. Teatro del rosario (guidato dal rettore don Piero Rattin) e della s. Messa presieduta dall’arcivescovo Lauro il santuario mariano di Montagnaga di Piné, decisamente al centro dell’attenzione in questi giorni: mercoledì 17 ospiterà il Rosario per l’Italia in onda su TV2000 alle ore 21.

Nei primi banchi, tra i fedeli adeguatamente distanziati, spiccano le divise dei volontari di Ospitalità tridentina e delle delle dame che solitamente accompagnano gli ammalati, in particolare a Lourdes. “Portiamo davanti a Dio – esordisce l’Arcivescovo – l’enorme sofferenza che la pandemia ha generato e continua a generare e insieme chiediamo il dono dello spirito per poter sentire che non siamo soli in quest’ora di prova il signor cammina con noi fa strada genera dentro la storia la sua forza di vita”.

Nell’omelia monsignor Tisi si sofferma a lungo sulla figura del lebbroso, purificato ma al contempo congedato velocemente da Gesù che gli intima di non parlarne con nessuno ma di portarsi dal sacerdote. “Protagonista della pagina evangelica – commenta Tisi – è la compassione di Gesù. I suoi gesti pieni di tenerezza spiazzano tutti gli apparati religiosi”. Don Lauro cita quindi  Sant’Agostino: “Dio è più intimo a noi di noi stessi. La grande notizia, in quel toccare il lebbroso, farsi prossimo, infrangere il rituale è che abbiamo la prova che Dio è vicino, prossimo, è della nostra partita,  è uno di noi, è per noi“. “Ma perché impone al lebbroso il silenzio?”, si chiede l’Arcivescovo interpretando la perplessità di tanti. “Il grande rischio per tutti noi – soggiunge – è quello di essere fuori di noi, non lasciare sedimentare le esperienze, vivere in superficie, essere forestieri a noi stessi”. Di qui la sottolineatura a rileggere l’invito di Gesù a “non accontentarsi della guarigione fisica, ma approfondire chi è che ti ha guarito; serva la presa di coscienza che non basta la salute, c’è bisogno di entrare nella camera segreta del nostro cuore e parlare col Padre“. “Ecco quando un uomo è guarito veramente: non basta la salute fisica, ma quando c’è capacità di dimorare dentro di sé ed assaporare la notizia e fare esperienza dell’amore di Dio, sentirne l’abbraccio, la compassione la vicinanza di un Dio più intimo a noi di noi stessi. Solo così possiamo camminare nella vita con serenità, affrontando l’erta difficile della sofferenza e della morte”. A maggior ragione, fa notare ancora don Lauro “in quest’anno dove abbiamo respirato il morso amaro della solitudine: senza il Signore il cammino della vita si fa duro e impervio”.  Un Dio che “vuole per noi il massimo, che siamo felici e la nostra vita sia attraversata dalla gioia non può essere – argomenta ancora monsignor Tisi – la causa del male”. “Il male è in capo a noi, alla scelta scelta diabolica di vivere attorno a noi stessi“. “Come può far del male Gesù di Nazareth, meraviglio dio crocifisso?”, s’interroga con forza l’Arcivescovo, prima di concludere : “E’ arrivato il momento di dire: Signore ci siamo smarriti come uomini. Vieni e facci diventare finalmente uomini! Fa’ come Dio: diventa uomo e ama i tuoi fratelli”.

La partecipazione alla s. Messa è stata favorita anche dall’armoniosa animazione del coro parrocchiale (con ringraziamento finale dell’Arcivescovo esteso agli altri concelebranti don Livio e don Carlo). QUI SOTTO RIVEDI DIRETTA (regia di Paolo Holneider)