“Una Chiesa del colloquio, per esplorare la ricchezza dell’umano”. Il “sogno” di don Lauro, raccontato ai preti trentini

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“Io crederei solo a un Dio che sapesse danzare”. Cita Nietsche l’arcivescovo Lauro Tisi, nel primo incontro dell’anno pastorale con i preti trentini, nuovamente in presenza, giovedì 7 ottobre nell’aula magna del Collegio Arcivescovile a Trento. Lo fa per attestare, attraverso il pensiero del filosofo, una posizione diffusa, talora anche nel clero: quella che imputa “all’esperienza credente – spiega – di mortificare l’umano e tarpare le ali alla gioia”. Per questo don Lauro rilancia l’interrogativo già avanzato nella Lettera alla comunità “Occhi”, rivolgendosi alla Chiesa di Trento: “Hai ancora voglia di annunciare Gesù di Nazareth? Ti affascina ancora?”

“La vera notizia è Cristo morto e risorto”    

“Mi sento pertanto in dovere di dire a me e alla nostra Chiesa – rimarca con forza don Lauro – che dobbiamo ripartire dal fatto che Cristo è Risorto, la Pasqua è in atto, il Signore della vita sta liberando dalla morte e facendo uscire dai sepolcri!”. “Incredibilmente – a detta di monsignor Tisi -, l’azione ecclesiale si svolge come se la Pasqua non ci sia stata, vittime del funzionalismo, “quasi fossimo convinti – denuncia l’Arcivescovo – che il Regno lo piantiamo noi”.

La visione di Martini 

Nelle pagine dell’Antico Testamento, monsignor Tisi trova la risposta a Nietsche, sottolineando come Dio venga presentato come colui che danza nell’atto creativo. Cita quindi il cardinale Martini (“Non è mai esistito un cristianesimo primitivo che abbia affermato come primo messaggio: amiamoci gli uni gli altri; l’amiamoci, il percepirsi fratelli è figlio della notizia che Cristo è morto e risorto”) per ribadire: “Da qui dobbiamo ripartire: riappropriarci dell’incontro con il Risorto che apre a noi il cielo di Dio: quel Figlio incarnato che ci consegna l’essere per gli altri come la struttura in cui Dio vive”.

Gaudete et exsultate

Rilanciando la “Gaudete et exsultate” di Francesco, don Lauro indica una possibile via di santità: essere saldi nella certezza che quel Figlio muore per me, a Lui mi aggrappo e rimango sereno; attraversare la vita con gioia e umorismo, perché essa è nelle mani sicure di un Dio che è Padre; questo dà passione e audacia (“che invece mancano alla Chiesa”) nel  vivere l’insieme come elemento costitutivo dell’umano, senza sottrarsi al noi; infine, abito la vita pascolando nel silenzio e nella preghiera.

L’icona del prete e della Chiesa? L’esploratore 

“Sogno – argomenta l’Arcivescovo – una Chiesa non di ‘numeri-uno’ nella genialità organizzativa, di superman nella dinamica di gruppo, ma uomini e donne che con umiltà sanno che è lo Spirito a seminare il Regno di Dio, dove vuole e con chi vuole, anche nei luoghi più impensati. Una Chiesa esploratrice, si guarda attorno per cogliere i segni del Regno, li frequenta e li indica agli uomini” ed ha come orizzonte di rifermento non i confini delle parrocchie ma l’umanità, osservata con il gli occhi dell’esploratore che sa che lì c’è il tesoro nascosto e la perla preziosa: il Risorto che genera vita!”.

Paolo VI e la Chiesa del colloquio 

In linea con la sua passione di studente, don Lauro riprende Paolo VI nell’Ecclesiam Suam (La Chiesa deve venire al dialogo nel mondo in cui si trova a vivere. La Chiesa si fa parola, si fa colloquio”) “Una Chiesa – commenta l’Arcivescovo – certa dei segni del Regno, senza pensare di essere lei il Regno, ma si guarda attorno e colloquia con il mondo”.  “Nei prossimi anni  – prefigura l’Arcivescovo – dovremmo uscire dai nostri circoli per frequentare l’umano, anche il più accidentato, perché lì abitano i segni del Regno!”. “Una Chiesa che colloquia, con l’occhio vigile dell’esploratore“. “Chiediamo al Signore – auspica don Lauro – di renderci esploratori e amanti di questo nostro tempo, capaci di parole non di condanna e chiusura, ma colloquiali perché come ricorda Paolo VI, il mondo non ci è estraneo”.

Io-Noi 

La riflessione di monsignor Tisi prende quindi in esame il difficile equilibrio tra l’io e il noi (da un lato l’io monade che annulla il noi, dall’altra la necessità di garantire dignità e opportunità al singolo senza mortificarlo sull’altare di un “noi” ideologico): “puntiamo a un noi dove la diversità diventa ricchezza, pure nel presbiterio, dove ci si ritrova in un noi che valorizza le singolarità, non ‘preti in batteria’”.

Ansia di senso

Don Lauro rileva l’elevato tasso di angoscia e di ansia, soprattutto tra adolescenti e giovani. “Ma questo indica un’evidente ricerca di senso per il vivere; ecco un’azione ecclesiale: far sì che la nostra vita comunitaria sia risposta all’altissima domanda di senso! Questa è una luce!”.

Non manca una citazione sul dramma della pedofilia (nei giorni della diffusione del rapporto sulla Chiesa francese): “Dati spaventosi che lasciano senza fiato. L’emergere di queste ferite permette però lo svilupparsi di una Chiesa più umile, maggiore autocritica, una liberta di parola”.

Le Luci (1): dalla catechesi di comunità alla carità 

Guarda alla Chiesa trentina, don Lauro, per cogliere segni di luce. Cita anzitutto la proposta di “catechesi di comunità“, strutturando attorno alla Parola, che sta destando molto interesse. “E’ un terreno dove sperimentare sinodalità, nel rispetto dei territori. Per me è segno di grande speranza e ringrazio chi sta avviando la sperimentazione”. Un secondo motivo di luce emerge dalla richiesta di alcuni laici – incontrati di recente – che vorrebbero diventare protagonisti nell’ambito della carità. A questo si aggiunge la prospettiva di un maggiore coinvolgimento comunitario sul fronte dell’accoglienza dei senza dimora nella città di Trento, per la quale la Diocesi ha individuato ulteriori strutture di ospitalità “forti dell’esperienza dello scorso anno a Trento Nord”.

Le Luci (2): dal  rinnovo dei Consigli pastorali alle domande dei giovani 

In prospettiva, anche il rinnovo dei Consigli pastorali: per l’Arcivescovo “l’occasione per dar vita ad autentiche esperienze di sinodalità, individuando nuove persone da coinvolgere”. Quindi un appello a favore dei giovani: “Se sono lontani dalle nostre stanze, perché non proviamo a capire perché non si riconoscono in noi? Forse è arrivato il momento di trasformare il loro disagio in un’occasione per rivedere il nostro agire comunitario e di fede. Il Vangelo sia per noi disturbo e non quiete, inquietudine sana che porta alla gioia!”

All’incontro dei preti trentini – coordinato dal vicario generale don Marco Saiani e dal  vicario per il clero don Ferruccio Furlan – sono intervenuti anche don Vincenzo Lupoli per illustrare le finalità della neonata “casa vocazionale” e Daniela Langella dell’altrettanto neonata Comunità Laudato Si’.

Foto: Giuseppe Mihelcic