Pellegrinaggio diocesano alla Madonna Addolorata della Cornabusa, un diario personale

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Pubblichiamo il racconto personale di Monica Salvetta, che ha partecipato al pellegrinaggio diocesano al Santuario della Madonna della Cornabusa lo scorso 9 ottobre. Una testimonianza in forma di diario, che ripercorre i momenti della giornata, tra preghiera, riflessioni e condivisione comunitaria.

 

I pellegrinaggi sono un modo di pregare che il popolo in cammino può adottare anche per sentirsi più comunità.

“Il pellegrinaggio vuol dire che il Signore ha preso l’iniziativa ancor prima che noi decidessimo di partecipare. È Lui che ci chiama, ci attende per dirci una Parola che può illuminare la nostra vita e ci prepara dei doni di grazia che ci possono aiutare a vivere da veri cristiani” (don Piero Rattin, nell’introduzione al viaggio).

Un popolo in cammino dalle valli trentine

Con questo spirito, venerdì 9 ottobre, di buon’ora, siamo partiti con tre pullman alla volta del Santuario della Madonna della Cornabusa. Eravamo davvero un popolo in cammino, vista la provenienza dei partecipanti: Alto Garda, Vallagarina, Valle dei Laghi, Giudicarie, Val di Non, Val di Fassa e Fiemme, Rotaliana, Trento…

La splendida giornata ci ha permesso di apprezzare il paesaggio bergamasco fino alla Valle Imagna, sul cui versante destro sorge il Santuario della Madonna della Cornabusa, in una zona impervia e boschiva, a 658 metri sul livello del mare.

Il Santuario, la grotta e la storia della devozione mariana

La storia della venerazione della Madonna della Cornabusa risale al periodo compreso tra il 1350 e il 1440, al tempo delle tumultuose lotte tra Guelfi, sostenitori del Papa, e Ghibellini, sostenitori dell’imperatore. Alcuni abitanti della zona si rifugiarono in una “corna busa”, che nel dialetto locale significa cavità naturale. Una donna anziana, molto devota, avrebbe portato con sé un oggetto che riteneva particolarmente prezioso: la statuetta della Madonna Addolorata, una Pietà alta circa 40 centimetri, in legno, attribuita alla prima parte del XV secolo e di provenienza toscana. Per proteggerla, la statuetta venne collocata in una nicchia della parete della grotta e tutti i rifugiati le rivolsero le proprie preghiere.

Secondo la tradizione, anche una pastorella sordomuta si rifugiò nella grotta e venne attratta dalla luce emanata dalla statuetta. Inginocchiatasi a pregare, riacquistò la parola e l’udito e, tornando a casa, raccontò di aver visto la Madonna. Subito si gridò al miracolo e la devozione alla Madonna Addolorata crebbe tanto che, a partire dal Cinquecento, si cominciò a costruire il Santuario dedicato alla Madonna della Grotta, in seguito chiamata Madonna della Cornabusa. Si racconta che, dopo l’evento miracoloso, la statua venne trasferita prima nella chiesa di Bedulita e successivamente in quella di Cepino; in entrambe le occasioni sarebbe stata ritrovata miracolosamente nella grotta. Secondo un altro racconto della tradizione, quando si pensò di portarla in processione tra i paesi, la statua della Madonna continuava a volgersi verso la sua collocazione originaria, dove venne definitivamente sistemata.

La grotta, lunga 96 metri e larga 20, è un luogo unico in Italia, caratterizzato dalla presenza dell’acqua, della luce e della roccia. La cavità è uno degli anfratti naturali delle Orobie, formatasi grazie all’erosione dell’acqua che ancora oggi filtra dalla volta. Sul fondo della caverna si raccoglie l’acqua di una sorgente che scorre sotto il pavimento della grotta, con un rumore che fa da sottofondo alla preghiera.

La preghiera del Rosario e le parole di papa Leone XIV sulla pace

La nostra preghiera non poteva che essere il Rosario, che ha accompagnato sia il viaggio di andata sia quello di ritorno, per affidare a Maria le sofferenze, le angosce e le tribolazioni del mondo intero, ma con la certezza che dopo la Passione del Venerdì Santo viene sempre la Pasqua e che non c’è Croce senza Risurrezione.

E poiché il saluto del Signore risorto è “Pace a voi”, dobbiamo tenere viva la speranza della pace con la nostra preghiera.

Nella meditazione ci hanno aiutato le parole di papa Leone XIV pronunciate al Santuario di Lourdes nel settembre scorso e durante la Veglia di preghiera per la pace dell’11 aprile 2026.

A Lourdes il Papa aveva ricordato: “Nel dialogo dell’Annunciazione, mentre il Signore posa su di Lei il suo sguardo, Maria scopre di essere la prescelta di Dio. Ma, al centro di questo incontro, è ciascuno di noi a scoprire di essere personalmente chiamato e profondamente destinato all’amore di Dio, che è fonte di vita. La persona umana è infatti ‘degna’ per il semplice fatto di esistere e di avere come fine l’eternità. La sua dignità non si misura e non si discute”.

Durante la Veglia per la pace dell’11 aprile, papa Leone aveva invece sottolineato: “La guerra divide, la speranza unisce. La prepotenza calpesta, l’amore solleva. L’idolatria acceca, il Dio vivente illumina. Basta un poco di fede, una briciola di fede, carissimi, per affrontare insieme, come umanità e con umanità, quest’ora drammatica della storia. La preghiera, infatti, non è rifugio per sottrarci alle nostre responsabilità, non è anestetico per evitare il dolore che tanta ingiustizia scatena. È invece la più gratuita, universale e dirompente risposta alla morte: siamo un popolo che già risorge! In ognuno di noi, in ogni essere umano, il Maestro interiore insegna infatti la pace, sospinge all’incontro, ispira l’invocazione”.

E ancora: “La preghiera ci educa ad agire. Le limitate possibilità umane si congiungono nella preghiera alle infinite possibilità di Dio. […] Il Rosario, come altre antichissime forme di preghiera, ci ha uniti stasera nel suo ritmo regolare, impostato sulla ripetizione: la pace si fa spazio così, parola dopo parola, gesto dopo gesto, come una roccia si scava goccia dopo goccia, come al telaio la tessitura avanza movimento dopo movimento. Sono i tempi lunghi della vita, segno della pazienza di Dio”.

La Messa nella grotta e l’invito di don Rattin a stare accanto alle croci

Nella grotta abbiamo vissuto una Santa Messa intensa, attorno alla Madonna Addolorata, che ci esorta ad affrontare la vita con la fiducia e la speranza cristiana in Dio.

Don Piero Rattin, nella sua omelia, ci ha ricordato che “Maria è la madre dei veri viventi: quelli che credono in Gesù, suo Figlio, e ricevono da Lui una vita che non finirà mai, nemmeno con la morte”. “Perché ci ha affidati a Maria? Perché ci ha donato sua Madre? Per darci un’ulteriore dimostrazione che Dio ci ama con tutta la dolcezza e tenerezza di una madre”.

E ancora: “Dopo che quel discepolo si sentì dire «Ecco la tua Madre», l’evangelista conclude con queste parole: «Da quel momento il discepolo l’accolse con sé». No, è troppo poco questo, non hanno tradotto bene… L’evangelista dice più esattamente: quel discepolo se la prese a cuore.

Ebbene, se in quel discepolo siamo rappresentati tutti, allora è a ciascuno di noi che Gesù dice: «Ecco la tua Madre». Accogliamola allora nella nostra vita di cristiani come dono prezioso”.

Don Piero ha quindi invitato i pellegrini a seguire l’esempio di Maria, soprattutto nell’attenzione verso chi soffre: “Noi assomigliamo a Maria nostra Madre quando sappiamo stare accanto alle croci, sia le nostre, sia soprattutto quelle degli altri. E voi sapete che sono sempre tante, troppe, le croci che incontriamo sulla nostra strada: croci di persone che sembrano aver fatto l’abbonamento alle batoste, alle sofferenze; croci di quanti hanno bisogno di qualcuno che si fermi e stia un po’ accanto a loro con tenerezza, con misericordia: qualcuno che condivida con loro il peso della croce.

No, non è un pellegrinaggio all’insegna del dolore o dell’amarezza quello di oggi. È un pellegrinaggio di riconoscenza: a Gesù, che ci ha dato tutto e, come ultimo dono prezioso, la sua stessa Madre. E la preghiera più calorosa che gli rivolgiamo è quella di poter essere figli che assomigliano a questa Madre: capaci di stare accanto a ogni croce con misericordia, con fede, e soprattutto con tutta la tenerezza di cui è capace il nostro cuore”.

Monica Salvetta