Lavorare in ospedale è una missione: la testimonianza di padre Davide Negrini

Salute, Pellegrinaggi, Anziani

Padre Davide Negrini, camilliano, è cappellano dell’Ospedale Santa Chiara di Trento; ai microfoni di Telepace Trento racconta la sua esperienza: due mesi vissuti “sul campo” per stare accanto alle persone durante l’emergenza sanitaria:

VIDEO testimonianza di p. Davide Negrini

 

Il testo della testimonianza di Padre Davide Negrini:

Esce dall’ospedale con la mascherina sul volto e ti saluta con un colpetto di gomito, come si usa in questi giorni in cui non ci si può stringere la mano. Valtellinese, 51 anni, p. Davide Negrini è il cappellano del Santa Chiara, l’unico rimasto dopo che don Cornelio Carlin (il più anziano) è stato dispensato dal vescovo perché vista l’età correva troppi rischi e dopo che fra’ Ezio Tavernini (un cappuccino, il terzo religioso del Santa Chiara) è stato contagiato dal virus. Sarà lui quindi – padre Davide, un passato da missionario in Messico – a raggiungere i malati più gravi per impartire l’estrema unzione in corsia, con il via libera dell’Azienda sanitaria e della Provincia, annunciato l’altra sera dal governatore Maurizio Fugatti.

Padre Davide, prima di entrare nei dettagli una precisazione: a lei il termine “estrema unzione” non piace. Perché?
Più semplicemente, l’estrema unzione non esiste. Esiste invece il sacramento dell’unzione degli infermi. L’estrema unzione è un modo di dire vecchio e anche sbagliato, perché fa pensare che si possa dare solamente in fin di vita, ma questo non è vero: è il sacramento dei malati e può essere dato anche più volte nel corso della vita quando c’è un problema di salute, non solo in punto di morte.

Come siete organizzati in ospedale?
Dei tre cappellani, da inizio marzo sono rimasto solo io e quindi sono a disposizione 24 ore su 24. Durante il giorno giro nei reparti “normali” e se mi chiamano vado in reparto anche la notte.

E i reparti Covid?
All’inizio sono stato chiamato anche lì. Ovviamente tutto vestito come un astronauta, con le stesse protezioni che utilizzano i medici. In quei giorni ho impartito l’unzione degli infermi anche a padre Angelico, una delle prime vittime del virus in Trentino. Poi sono stato chiamato sempre meno, per questioni organizzative. Così mi sono dovuto limitare a pregare da lontano, su richiesta dei familiari, poi a pregare nella camera mortuaria (ora non più per motivi di sicurezza) e a celebrare la messa nella cappella, che però è chiusa al pubblico. Finché l’altro giorno mi ha chiamato il dottor Ruscitti della Provincia.

E cosa le ha detto?
Mi ha chiesto se – con le dovute precauzioni – me la sentivo di entrare di nuovo in reparto.

E lei che ha risposto?
Ho detto di sì, come è giusto. Non solo perché è il mio compito di cappellano ospedaliero, ma anche perché quando ho scelto di entrare nell’ordine dei camilliani oltre ai voti di povertà, castità e obbedienza ho accettato una quarta missione, che è quella di stare accanto ai malati, anche in situazioni che comportano pericolo di
vita. Sembrava un voto d’altri tempi, di quando c’era la peste o il colera. Parliamo di un voto istituito da San Camillo nel 1.500. Tanti religiosi in passato hanno sacrificato la vita nell’assistenza ai malati, ma negli ultimi anni questa cosa sembrava aver perso significato.

Non ha paura?
No, con le dovute precauzioni penso che possa essere più rischioso frequentare un supermercato affollato dove non sei protetto e non sai chi incontri. E poi non mi faccia passare per un eroe: penso che tutti i sacerdoti lo farebbero. Comunque non ci penso: cerco solo di portare conforto ai malati e ai loro famigliari che in questo modo sanno che il loro caro non è solo. La presenza della Chiesa lì dentro, vicino alle persone più gravi, che stanno morendo, penso sia di conforto
anche al personale che sta svolgendo una missione difficilissima.

Come è la situazione in quei reparti?
È una cosa surreale. Gli infermieri mi raccontano le paure di questi pazienti: hanno il terrore negli occhi, sono circondati da persone che sembrano astronauti, non vedi nemmeno un centimetro di pelle. Ci sono persone che si raccomandano con il personale: mi saluti mia moglie, le dica che le voglio bene. Perché ormai – soprattutto quelli meno anziani – conoscono la situazione di isolamento a cui vanno incontro. E per il personale lo stress continua anche dopo il turno.

In che senso?
Nel senso che anche quando torni a casa ti porti dietro tutta questa carica emotiva e rischi di crollare. Anche loro hanno bisogno di una parola di conforto, di un incoraggiamento.

E nel resto dell’ospedale che cosa si percepisce?
Si sta un po’ svuotando: anche nelle retrovie è cambiato tutto, non solo in prima linea, c’è un silenzio mai visto, non è più lo stesso ospedale.

Le chiese erano già semivuote. Ora sono chiuse. Che succederà quando riapriranno?
Chiudono le chiese ma non la fede. La chiusura delle chiese era necessaria per tenere a casa le persone, soprattutto gli anziani. In questo momento la fede viene vissuta personalmente, ma quando ripartiremo le chiese penso saranno anche più frequentate: questa esperienza ci ha cambiato e riscopriremo i valori, anche quelli
religiosi. Ci ritroveremo più poveri ma acquisteremo valori. Verrà messo in discussione il modo di vivere che avevamo. Almeno me lo auguro.