“Davanti a noi c’è una sfida decisiva: fare del Trentino un laboratorio di pace”. È uno dei passaggi chiave de “Il Vasaio”, la nuova Lettera alla comunità firmata dall’arcivescovo di Trento Lauro Tisi in occasione della solennità del patrono San Vigilio e consegnata oggi, venerdì 26 giugno, al termine del solenne pontificale in Cattedrale.
La pace come opera artigianale
Il titolo rimanda all’immagine dell’artigiano che plasma l’argilla con mani pazienti: un’immagine scelta da don Lauro per indicare il compito affidato alla comunità cristiana e all’intero territorio trentino. La pace non è un’idea astratta, né una parola da pronunciare nei momenti solenni, ma un’opera quotidiana, fragile e concreta, da modellare insieme. “Ho un sogno – scrive l’Arcivescovo –: veder crescere nelle nostre comunità artigiani che si mettono in gioco per plasmare insieme la pace. Come fosse un vaso di terracotta: argilla umile, lavorata da mani pazienti, attraversata dal fuoco e resa capace di durare”.
Il Samaritano in bicicletta
La Lettera si apre con una scena osservata dalla finestra dell’episcopio, affacciata su piazza Fiera: un uomo a terra, persone che passano senza fermarsi, un migrante in bicicletta che si china, lo rialza e lo accompagna fino a una panchina. “E dentro di me ho sussurrato: ecco il Samaritano del Vangelo. Ecco Gesù Cristo”. Da quell’episodio, apparentemente minimo, prende avvio una riflessione ampia e intensa sulla pace, sul disarmo, sulla verità, sul perdono e sulla responsabilità delle comunità cristiane e della comunità civile davanti alle guerre e alle lacerazioni del presente.
La denuncia della corsa alle armi
Il tono della Lettera è netto fin dalle prime pagine, a partire dalla denuncia della corsa mondiale agli armamenti. Tisi cita i dati del Sipri sulla spesa militare globale, salita nel 2025 a 2.887 miliardi di dollari, e osserva come la convinzione che la sicurezza passi anzitutto dalle armi rischi di condurre il mondo “sul baratro dell’autodistruzione”. “Ogni guerra promette nuovi equilibri, sicurezza, protezione, ma lascia dietro di sé solo morte, terrore, povertà. La violenza può imporre silenzi: mai costruirà una voce corale. Può produrre tregue, non riconciliazione”.
Da qui la domanda decisiva posta dall’Arcivescovo: non solo “che cosa ci rende davvero sicuri?”, ma soprattutto “che cosa può renderci davvero umani?”. Per don Lauro, infatti, la pace non nasce prima di tutto da strategie geopolitiche o da equilibri di potere, ma da un cuore riconciliato. “La pace, prima di essere un assetto esterno, è un ordine interiore; e quando il cuore perde il suo centro, anche le relazioni, le comunità e i popoli finiscono per smarrire la via della comunione”.
Disarmare anche le parole
Particolare rilievo assume il tema della verità. Richiamando il dialogo tra Gesù e Pilato, Tisi mette in guardia dal rischio di ridurre la verità al proprio sentire o al proprio interesse. In un tempo segnato da propaganda, manipolazione e polarizzazioni, la pace chiede anche un disarmo del linguaggio. “La prima forma di disarmo riguarda le parole. Il potere arma il linguaggio, trasforma la menzogna in munizione: chi vuole servire la pace ha il compito di disinnescarlo”. E ancora: “Ogni guerra comincia anche così: quando le parole smettono di custodire la vita e diventano armi puntate contro l’umano”.
La croce, icona della pace disarmata
Il cuore cristologico della Lettera è nella contemplazione della croce. Cristo, scrive Tisi, “è la nostra pace” non perché parla semplicemente di pace, ma perché la genera proprio là dove la violenza sembra avere l’ultima parola. “La croce non è il monumento religioso del dolore, ma l’icona più alta della pace disarmata”. La pace, prosegue l’Arcivescovo, “comincia quando, davanti al male ricevuto, scegliamo di non lasciarci trasformare in strumenti di altro male”.
Relazioni, perdono e cura reciproca
Nel testo trovano spazio anche il tema dell’obbedienza alla vita, la centralità delle relazioni, il perdono e la necessità di imparare a vivere il conflitto non come scontro ma come occasione di crescita. “Non siamo nati per scattarci selfie. La nostra vera foto, sono gli altri”, scrive don Lauro, ricordando quanto la Visita pastorale in Diocesi gli abbia confermato “quanto sia bello e necessario prendersi cura gli uni degli altri”.
Il Trentino laboratorio di pace
“Vorrei che tutta la nostra Diocesi si senta interpellata a fare della pace la vera missione del futuro”, afferma l’Arcivescovo, chiedendo alle comunità di promuovere “percorsi di educazione alla nonviolenza, iniziative di mediazione e di dialogo nei conflitti che spesso lacerano il nostro territorio”.
L’appello si allarga poi alla società trentina nel suo insieme: “Dalla scuola allo sport, dal volontariato alla politica, dal mondo ecclesiale alla società civile, siamo chiamati a lavorare insieme per custodire la nostra democrazia autonoma e i suoi principi, nel rispetto dei diritti di ogni persona”.
“Signore fa’ di noi cesellatori della tua pace”
La Lettera, dopo aver citato la testimonianza di resistenza evangelica del teologo Bonhoeffer ma anche l’esempio semplice di Alex Zanardi che racconta la pace nella capacità di gioire delle piccole cose quotidiane, si chiude con una preghiera, ispirata alla tradizione francescana, nell’ottavo centenario della morte del Poverello d’Assisi. “Signore fa’ di noi cesellatori della tua pace”, invoca Tisi, chiedendo per la comunità la capacità di seminare parole che disarmano, aprire strade di perdono, costruire ponti e non muri, servire la verità “con umiltà e coraggio”.
La Lettera “Il Vasaio”, edita da Vita Trentina, si può trovare gratuitamente in forma cartacea nella sede della Curia, in piazza Fiera e presso il Polo culturale Vigilianum. È disponibile anche in versione digitale sul sito web diocesano.





