“Vegliate e fate attenzione alla luce gentile presente nei nostri ospedali dove uomini e donne, senza più nessun applauso, stremati si prendono cura dei nostri ammalati”: il richiamo del vescovo Lauro nella Prima Domenica di Avvento

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E’ risuonato forte, domenica 29 novembre, Prima Domenica di Avvento, il richiamo del vescovo Lauro durante la messa celebrate in Cattedrale a Trento: un richiamo alla situazione ancora grave che sta portando l’emergenza sanitaria da Covid-19 in Trentino, che sta portando, come la scorsa primavera, forte stress agli operatori sanitari, lontani questa volta dai riflettori e dai ringraziamenti pubblici.

La grave situazione sta però anche causando molti lutti nella Chiesa trentina: nel solo mese di novembre, sono ben 13 i sacerdoti diocesani defunti, la maggior parte dei quali alla Casa del Clero, dopo aver contratto il Covid. Per questo, a concelebrare l’eucaristia assieme a don Lauro, domenica c’era anche don Olivo Rocchetti, che da molti anni segue in prima persona i sacerdoti alla Casa del Clero.

Iniziando la celebrazione, il vescovo ha letto il suo appello ai giovani per compiere “Passi di prossimità“. Ma la Prima Domenica di Avvento ha visto anche l’esordio nell’utilizzo, per la celebrazione, della Terza Edizione del Messale Romano.

“Solo chi attende vive, l’ora buia in cui siamo è ancora più scura -ha ricordato il vescovo nell’omelia- perché da troppi anni abbiamo rinunciato ad attendere. L’orizzonte in cui ci muoviamo è lo spazio angusto del nostro personale sentire, delle nostre convinzioni, delle nostre presunte performance. Ospitare storie e mondi diversi dai nostri non ci sembra opportuno, anzi lo riteniamo pericoloso. Dialogare, accogliere, fare spazio non è nelle nostre corde. Il primo regalo dell’Avvento credo possa essere la presa di coscienza dell’esilio in cui ci troviamo. E’ infatti esule da se stesso, l’uomo e la donna che non conosce la gioia di attendere. Un popolo senza attese comincia a morire”.

Vegliate per impedire ai venditori di odio di avvelenare la vita -ha ricordato l’arcivescovo- impedendo all’ebbrezza dell’amare di regalare le sue gioie. Vegliate e fate attenzione alla luce gentile presente nei nostri ospedali dove uomini e donne, senza più nessun applauso, stremati si prendono cura dei nostri ammalati. Fate attenzione alla luce del personale della nostra casa del clero che con tenerezza infinita chiudono gli occhi ai sacerdoti che ci stanno lasciando. Fate attenzione ai nostri sacerdoti che muoiono nel Signore, scrigno prezioso che racconta la fecondità del Vangelo. Fate attenzione ai i giovani che silenziosamente stanno dando la loro disponibilità per permettere alla nostra Chiesa di raggiungere i poveri. Vegliate e custodite tutti questi germogli, attendete fiduciosi il Signore della vita che squarcia i cieli, è in cammino sulle nostre strade, pellegrino senza casa, cerca casa presso di noi. Liberiamo la meraviglia; Isaia cambia la nostra idea di conversione, non è più il girarsi della creatura verso il Creatore, ma è accogliere con stupore Dio chinato sull’uomo, Dio commosso per noi”.

Prima della benedizione finale, il vescovo Lauro ha voluto anche leggere una lettera, pubblicata su un quotidiano locale.

Se ne vanno, mesti e silenziosi, come magari è stata umile e silenziosa la loro vita, fatta di lavoro e sacrifici. Se ne va una generazione, quella che ha visto la guerra, ne ha sentito l’odore e le privazioni tra la fuga in un rifugio antiaereo e la bramosa ricerca di qualcosa per sfamarsi. Se ne vanno mani indurite dai calli. Visi segnati da rughe profonde, memorie di giornate passate sotto il sole cocente o il freddo pungente. Mani che hanno spostato macerie, impastato cemento, piegato ferro, in canottiera e cappello di carta di giornale.
Se ne vanno quelli della 500 o 600, dei primi frigoriferi, della televisione in bianco e nero. Ci lasciano avvolti in un lenzuolo, come Cristo nel Sudario, quelli del boom economico che con il sudore hanno ricostruito questa nostra nazione, regalandoci quel benessere di cui abbiamo impunemente approfittato. Se ne va l’esperienza, la resilienza, il rispetto, pregi ormai dimenticati. Se ne vanno senza una carezza, senza neanche un ultimo bacio. Se ne vanno i nonni, memoria storica del nostro paese, patrimonio dell’intera umanità. L’Italia intera deve dirvi GRAZIE ed accompagnarvi in questo ultimo viaggio con 60 milioni di carezze.
Marco De Manincor