Il grazie del vescovo Lauro agli operatori sanitari dell’ospedale San Lorenzo di Borgo Valsugana. Poi la messa per tutti i defunti: “Toccate le lacrime, le vostre e quelle di tanti che in questi giorni hanno provato la fatica di qualcuno che ci ha lasciati”

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Visita del vescovo Lauro, nel pomeriggio di venerdì 3 giugno, a Borgo Valsugana e all’ospedale San Lorenzo per ringraziare tutti gli operatori sanitari che si sono prodigati nei mesi di massima emergenza per il coronavirus. Prosegue con questo ulteriore appuntamento quindi il viaggio delle località maggiormente colpite dalla pandemia: a Borgo infatti, il 12 marzo scorso, si è registrata la prima vittima trentina per Covid-19.

Al saluto agli operatori sanitari nel nosocomio ha partecipato anche l’assessore alla salute, politiche sociali, disabilità e famiglia Stefania Segnana, il direttore sanitario di Apss Pier Paolo Benetollo, il direttore medico degli Ospedali di Borgo Valsugana e Cavalese, Pierantonio Scappini e altri rappresentanti del personale ospedaliero. A seguire un momento di preghiera nella cappella dell’ospedale.

Il vescovo Lauro ha quindi celebrato la messa nella chiesa parrocchiale della Natività di Maria, affiancato dal parroco don Roberto Ghetta, don Renato Tomio e don Renzo Scaramella, in ricordo di tutti i defunti del tempo di emergenza.

“Le lacrime vere che abbiamo visto e versato -ha detto nell’omelia il vescovo Lauro- ci dicono universalmente che quando viene meno qualcuno che ti ha amato, vieni meno un po’ anche tu. E lo struggente dolore che producono le lacrime nel momento in cui qualcuno di noi se ne va, dicono che questo fratello non è riconducibile ad un dato materiale di chimica, non è materia organica, è una realtà che trascende la materia e parla di altro. Parla del desiderio di non morire, che i nostri cari siano consegnati alla vita, non alla fine. Toccate le lacrime, le vostre e quelle di tanti che in questi giorni hanno provato la fatica di qualcuno che ci ha lasciati. Quelle lacrime ci dicono che l’uomo è molto più della chimica, della materia; ci dicono che l’uomo è fatto di abbracci, incontro, sguardi, tenerezza, è fatto per amare ed essere amato. Ci sono uomini che scoppiano di salute ma non vivono perché nessuno li guarda e non riescono a guardare nessuno perché nessuna traccia d’amore passa attraverso di loro”.

“Abbiamo visto che gli uomini -ha proseguito il vescovo- sono in grado di fare dei capolavori del dono di sé: 171 medici morti, centinaia di operatori sanitari spesi in modo bellissimo, persone che ci hanno garantito i servizi essenziali nell’anonimato più totale, che si sono fatte prossimità e dono senza misura. L’uomo possiede in sé i tratti di Dio, perché tutto questo è tipico di Dio. Abbiamo visto anche che l’uomo è grido: in certi momenti la paura è entrata in noi, ci circondava. Abbiamo gridato “Signore salvaci!”. Abbiamo sentito che Dio è importante per la vita. Non gli abbiamo dato questo nome probabilmente. Fa’ in modo, o Gesù, che toccando questi semi di verità che abbiamo sperimentato possiamo dire di nuovo “Mio Signore e mio Dio!”.

“Aver en tochét de Signore Dio fa la differenza”: così mi ha detto un’anziana in questi giorni, ed in queste parole ho percepito l’umanità di Gesù, che ci rivela chi siamo noi. Mentre lo tocco capisco il modo migliore per vivere e amare; mentre lo tocco sento che mi sta davanti un abbraccio di misericordia, davanti a me non c’è il male ma l’abbraccio dell’amore”.