Giornata Missionaria Mondiale: su Vita Trentina la “provocazione” di chi torna dalla missione

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Sul tema “Battezzati e inviati” si celebra domenica 20 ottobre la Giornata Missionaria Mondiale. Quest’anno con una rilevanza ancora maggiore, considerato ii mese missionario straordinario voluto da papa Francesco in questo ottobre 2019.

In questo giorno i fedeli di tutti i continenti sono chiamati ad aprire il loro cuore alle esigenze spirituali della missione e ad impegnarsi con gesti concreti di solidarietà a sostegno di tutte le giovani Chiese. Vengono così sostenuti con le offerte della Giornata,  progetti per consolidare la Chiesa mediante l’aiuto ai catechisti, ai seminari con la formazione del clero locale, e all’assistenza socio-sanitaria dell’infanzia.

Sul sito del Vaticano si può leggere il messaggio del papa; nella pagina dedicata si possono trovare tutti i materiali e appuntamenti per l’ottobre missionario; sulla pagina di Missio Italia altre informazioni.

 

LA “PROVOCAZIONE” DI CHI TORNA  

Il settimanale Vita Trentina pubblica nell’ultimo numero una lunga lettera di don Gianni Poli uno dei preti trentini fidei donum, rientrato da poco dalla missione in Brasile ed ora parroco nelle Giudicarie. Ecco il testo della lettera:

Caro lettore, ora mi chiedo se sono stato un missionario o un viaggiatore. Ero convinto di essere partito inviato da te, e da quanti come te sono parte viva della Diocesi, con tanto di copertura finanziaria e accompagnamento con la preghiera. Adesso peró sono tornato e ti domando: che mi hai mandato a fare in missione?

Ti ricordo perché sono partito: la ragione profonda era che noi – io e te – avevamo incontrato una persona cosí bella, cosí importante, che non poteva restare solo nostra. In un certo modo ci facevano pena gli altri, i “moretti”, perché loro conoscevano Gesú come fossero dilettanti: in una relazione sporadica, epidermica. E allora abbiamo deciso che sarei partito io a dar loro una mano. Adesso piú ti guardo, e piú diventa pesante la domanda: non sará che hai delegato un compito che non hai nessuna voglia di fare tu?

Mi hai mandato a imparare la lingua portoghese. Per impararla ho cominciato con la rinuncia sempre ad aver ragione, perché dovevo pronunciare come loro avevano bisogno di ascoltare, e non come ero capace io. É duro da adulto sentirsi rispondere: “non si dice cosí” e accettare continue correzioni. Ho imparato a dire: “ho fame”. Poi ho imparato a leggere gli avvisi parrocchiali. Poi ho imparato a fare le prediche. Poi a calcolare. Fino a sognare in portoghese. Ma lí mi sono dovuto fermare: perché quando avevo sentimenti di malinconia, me li dovevo tener dentro, poiché anche se avessi trovato un amico buono, di confidenza, mi mancavano le parole per esprimere certe sensazioni. Essere straniero mi ha fatto sentire piú solo ancora di quanto non lo sia restando nel mio Paese. Ma tu, a parte dire ‘location’ invece di dire ‘posto’, che sforzo fai per imparare la lingua degli altri? Se va bene insegni l’italiano ai rifugiati. A me hai fatto imparare migliaia di vocaboli, e il congiuntivo futuro, ma tu: quante parole di arabo conosci?

Sai, in Italia vivono cinesi, indiani, moldave, nigeriane. Te lo faccio notare perché io, mandato da te, ho imparato centinaia di canti in portoghese. Sono polemico con te perché tu non solo non hai imparato un canto in cinese, ma non lo ascolti neanche! Non hai imparato un canto bulgaro: nemmeno la ascolti la musica degli altri. Ti accorgi di quanto sei incoerente mentre scegli il canale ‘solo musica italiana’? Preghi il padre nostro in latino, ma non lo preghi in spagnolo, in moldavo, in inglese. Quanto ti interessa la cultura degli altri? Perché hai mandato me a fare cose che poi tu non fai?

Io ho amici brasiliani. Mi mancano. Se Alí adesso torna in Marocco, ti manca? Perché hai mandato me a farmi amico di stranieri quando tu al massimo li rispetti, li tolleri? Cosa hai condiviso tu con loro? E se non hai condiviso che denaro, perché invece hai mandato me a esporre ai sudamericani i miei limiti, la mia fragilitá?

Parliamo di Chiesa, delle bellissime Comunitá Ecclesiali di Base: io ho dato responsabilitá a tanti laici. I laici non sono tutti buoni; ce ne sono anche tra i preti di quelli che confondono il loro servizio con uno status: pensano che i gradini dell’altare, invece che servire per essere ascoltati da tutti, siano lí per autorizzarli ufficialmente a sentirsi superiori. Ebbene, ci sono anche i laici cosí: coordinatori di comunitá padroni, cassieri furbetti. Io me li sono tenuti per sedici anni. Ci sono persone mature, generose, che mi porto nel cuore, ma ci sono anche laici clericali. Perché me li hai fatti sopportare, mentre tu non stavi facendo quello che hai mandato me a fare?

Ti difendi dicendo che qui i laici non sono preparati. Io ho accolto i laici, li ho cercati, li ho incoraggiati; abbiamo cercato di migliorarci, di assumere con serietá le nostre responsabilitá. Torno qui e scopro che i laici non sono preparati: in fondo non sono che direttori di banca, capicoro con sensibilitá estetica e liturgica, direttrici dell’Azieda Servizi Municipializzati, professoresse di universitá; i laici qui sono mamme che contemporaneamente sanno preparare il pranzo, rispondere al telefono, cambiare i pannolini del piccolo, fare una lavatrice rispetando tessuti delicati e colori brillanti. Ma – insisti – i laici non sono all’altezza. Ma hai mandato me a fare le Comunitá Ecclesiali di Base con i laici che avevo, all’altezza o no.

Tu mi hai mandato a inventare liturgie che non ti interessano. Smettila di dare la colpa solo ai preti!

Io ti raccontavo quello che facevo nelle mie prediche o nei gruppi missionari. Ma tu non sei andato dal parroco a dire: “Lo vogliamo anche noi”. No. Sei rimasto lí incantato: «che bello il prete che – lá – dá la comunione con il Corpo e il Sangue di Gesú. Che fa queste bellissime confessioni comunitarie prima di Natale, prima di Pasqua, prima dei patroni, dove le persone si mettono in fila per ricevere l’assoluzione con un abbraccio. Le fa anche con i carcerati, che cosa bella! Che interessanti le liturgie con la Parola di Dio letta e condivisa!» Ma poi hai sempre preteso la Messa, e che sia alle dieci, mica ad un orario bislacco.

Mi dici che c’e scambio tra le Chiese, ma cosa sei disposto ad accettare da loro? Mohamed Yunus (in “Il banchiere dei poveri”) dice con ragione che l’Occidente non accoglie tecnologia dal sud del mondo. Nel suo caso é tecnologia bancaria, il microcredito; nel mio caso, é tecnologia pastorale, tecnologia liturgica.

Sappi che io non torno piú indietro. Perché lí davanti, lí fuori, mi hai mandato tu. E adesso io pretendo che tu venga dove sono arrivato io. Perché se io andavo a Roma a studiare storia della Chiesa, o morale, o teologia del Nuovo Testamento, poi tornavo indietro e insegnavo, mi davate una cattedra. Invece mi sono preso sedici anni di America Latina (senza la condizionale) che devo chiudere dentro un parentesi nostalgica.

Ah, no! Adesso ti deve interessare, perché mi hai mandato dicendomi che ero in missione inviato da te. Adesso vieni tu dove sono io: se é la missione che fa la Chiesa, adesso io pretendo che tu faccia i passi che hai mandato me a fare. Non accetto di sigillare i miei anni in missione dentro un archivio morto del computer. Tocca a me dare la missione e te: se ti sembro troppo avanti, ti dico: “Alzati e cammina”. Se ti sembro troppo fuori, ti dico: “Smetti di aver paura di sbagliare o di sporcarti, e sii Chiesa in uscita”.

Don Gianni Poli, Fidei Donum in Brasile, ora parroco nelle Giudicarie Esteriori