Addio in Ciad a padre Luigi Moser, comboniano di Palù di Giovo. Musicologo ed esperto di comunicazione

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Lutto nella chiesa trentina e nel mondo missionario per la morte del comboniano p. Luigi Moser, 79 anni, nativo di Palù di Giovo. Si è spento in Ciad all’ospedale di N’Djamena per problemi cardiaci insorti dopo un intervento chirurgico, a seguito di una caduta provocata probabilmente da un malore.  Ad annunciarlo la pagina Facebook dei Missionari Comboniani che rilanciano la notizia pubblicata su Ilnuovotrentino.it. Solo due mesi fa era partito per la nazione centroafricana e avrebbe dovuto rientrare in Italia per curare i problemi cardiaci accentuatisi nell’ultimo periodo.

La sua biografia  è ben descritta in una recente intervista pubblicata dalla rivista “Missionari Comboniani – azione missionaria”.  Musicologo (laureato alla Sorbona in cultura musicale africana)  e grande esperto di comunicazione (fondatore e animatore di radio e TV) ha lavorato in Repubblica del Congo per 40 anni (1971-2011), prima di divenire “responsabile – si legge – degli audiovisivi dei comboniani, la FATMO (finestra aperta sul terzo mondo), nell’équipe di “Nigrizia” a Verona, sempre per l‘animazione missionaria tramite le 256 radio cattoliche italiane e le TV. Di ritorno in Congo, per 10 anni è stato responsabile e direttore dei media della diocesi di Kinshasa: commissione diocesana dei media, direttore della radio, coordinatore della futura TV, fondatore e direttore della scuola di musica liturgica, e… tanto apostolato. Nel 2010, una mafia locale, per questione di soldi, gli aveva reso la vita impossibile. Aveva quindi lasciato il Congo e nel 2012, dopo un anno di animazione missionaria nella sua terra, il Trentino, era ripartito, questa volta per una nuova avventura missionaria in Ciad”.

Ecco le ultime risposte della citata intervista:

“Umanamente parlando, la tua è stata una missione super: dalla capanna ai satelliti e alle tecnologie moderne… quasi una marcia trionfale.
“No. no. anzi. Entusiasmante si, ma sofferenze e imprevisti erano sempre all‘angolo, con il rischio, a volte, di lasciarci la pelle. Come a fine settembre 1992 a Kinshasa, dopo il grande saccheggio della città, verso le 2 di notte. Due uomini, vestiti da militari, son venuti con il kalashnikov per rubarmi la macchina, una piccola Suzuki. Uno, per un quarto d’ora, mi ha tenuto la canna del fucile sul ventre, mentre il mio confratello voleva addirittura aggredirlo dal di dietro: una pazzia”.

Da dove le viene tanta forza e questa gioia di ripartire?
“Dalla missione. Ho dato tanto, ma ho anche ricevuto moltissimo”.
Ma dopo 50 anni d’Africa, perché non si ferma qui da noi?
“Gesù direbbe: “Avete la legge e i profeti”. Certo, in Italia si vive dieci volte meglio che in Ciad. Ma mi sento ancora utile e poi gli africani hanno anche loro diritto a partecipare alla nostra ricchezza spirituale e materiale”.

(da “Missionari Comboniani – Azione missionaria”, novembre 2021)