Vescovo Lauro ai preti trentini: “Meno leader e più discepoli fraterni. Torniamo a stimarci a vicenda. Comunità meno operative e più misteriche”

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Primo incontro dell’anno pastorale ricco di stimoli per i preti trentini riuniti martedì 1 ottobre in Seminario, nel capoluogo, insieme all’arcivescovo Lauro. All’intervento d’esordio del cancelliere don Aste sull’importanza del rendiconto economico nelle parrocchie e sulle modalità più corrette di pubblicazione (aspetti già illustrati lo scorso 21 settembre in sede di presentazione del Rapporto 2018), hanno fatto seguito altri “aggiornamenti” di settore: dal cammino di formazione in seminario e nei gruppi vocazionali (don Telch) alla proposta di rinnovamento dei percorsi di preparazione al matrimonio che si immaginano sempre più simili a itinerari di catecumenato (don Prandi); dal servizio offerto ai parroci dall’Archivio diocesano nella gestione più corretta della crescente richiesta di certificati (nascita  e battesimo in particolare) sempre più spesso dall’estero (Katia PIzzini), alla sottolineatura dei percorsi di animazione missionaria e di sostegno ad alcuni progetti nel sud del mondo (don Bettega), così come l’animazione culturale grazie all’attività di ISSR Guardini, ITA, Stat e Scuola di formazione teologica  che hanno però bisogno di un maggiore sostegno da parte del territorio (don Zeni). 

Quale presbitero?

“Segnali che c’è un’erbetta che cresce, che il Padre eterno sta lavorando” ha commentato l’Arcivescovo, che ha invitato i preti a fare scouting sul versante vocazionale orientando i giovani a intraprendere percorsi di discernimento. Quindi ha lanciato ai presenti – più di cento – due provocazioni. Una prima sul ruolo del presbitero: “Mi rendo conto del grande carico che spesso vi viene messo addosso, una montagna”, ha ammesso don Lauro. “Dovendo ripensare la figura del presbitero – ha aggiunto – mi sono chiesto: quali elementi rendono difficile il ministero?”. L’Arcivescovo offre ai preti una stimolante chiave di lettura: “E se – incalza – mandassimo a casa lo schema del leader? Nel passato il presbitero ma anche la figura del vescovo era considerato un capo, un leader, perno decisivo della vita comunitaria. Ma Gesù ci ha detto non chiamate nessuno padre e maestro, perché uno solo è il Maestro”.

“Quando parliamo dei preti – ha sottolineato ancora monsignor Tisi – ci giudichiamo dalla prestazione, dalla capacità di raccogliere consenso. Ѐ un criterio mondano. Perché tu prete fai parte di un corpo ecclesiale e sei membro della comunità, non un capo che se manchi tu cade tutto.  La chiave del presbitero oggi è allora trovare la modalità per stare nella comunità, ma ritraendosi.”  Da qui la provocazione in una domanda: “E se fossimo meno leader, più discepoli, capaci di ascolto e di vivere la fraternità come una necessità? Non capi, ma discepoli e fratelli”.

Quale comunità?  

Circa i percorsi comunitari l’Arcivescovo nota:  “In qualche caso si andrà verso l’unificazione di più parrocchie in un’unica parrocchia, intesa come ente giuridico. Ma la comunità è altra cosa, è dilatazione dell’umanità di Cristo (citando il compianto rettore del seminario don Piergiorgio Piechele) è il Cristo morto e risorto che ci genera capaci di riprodurre i suoi gesti che sono il farsi carico, la gratuità, la fraternità. Dobbiamo allora togliere da noi l’idea organizzativa della comunità, per ripensarla non in chiave operativa ma misterica”. 

“Per cominciare – ha concluso il suo intervento l’Arcivescovo guardando negli occhi i “suoi” preti – torniamo a stimarci. Facciamo un reset di tutto quello che tra noi non ha funzionato. Proviamo a darci fiducia in modo vicendevole”.

Alle parole dell’Arcivescovo sono seguiti vari interventi, in particolare sul tema della formazione e dell’iniziazione alla vita cristiana. “La conversione vera da fare è quella di entrare in una permanente iniziazione perché gli scenari di cambiamento sono tali da far pensare ad essa come categoria esistenziale e stile permanente del discepolo“.