“Dio non benedice alcuna guerra”. Nel giorno della commemorazione dei defunti, Messa con l’arcivescovo Tisi al sacrario militare. “Tutti sono degni di essere ricordati”

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“Dio non benedice alcuna guerra. Nessuna arma è benedetta da Dio”. È un monito netto contro la logica della violenza quello pronunciato dall’arcivescovo di Trento, monsignor Lauro Tisi, nell’omelia della Messa presieduta lunedì 2 novembre, commemorazione di tutti i fedeli defunti, presso il Sacrario militare italiano del cimitero monumentale di Trento, alla presenza delle autorità civili e militari.

Una celebrazione segnata dal ricordo delle vittime di tutte le guerre ma in primo luogo dal dolore per la recente tragedia dell’elicottero militare italiano precipitato il 29 ottobre in Bosnia-Erzegovina. Nell’introduzione alla Messa, l’Arcivescovo ha voluto ricordare i quattro militari che hanno perso la vita: il tenente Franco Adriano Zecchillo e la sergente Laura Procacci, appartenenti al Corpo Militare Volontario della Croce Rossa Italiana, e i sergenti Simone Ruggia e Claudio Marchesi, dell’Esercito italiano.

Un pensiero particolare è stato rivolto anche a don Lino Zatelli, cappellano della Polizia scomparso nei mesi scorsi, ricordato da monsignor Tisi per il bene seminato “in città e anche nel corpo della Polizia”.

“Siamo convocati attorno all’altare del Signore e questa convocazione chiede che Cristo nostra pace diventi la nostra vita”, ha sottolineato don Lauro, affidando i defunti alla “tenerezza di Dio che asciuga le lacrime e dona forza e vita”.

“I diritti o sono di tutti o non sono di nessuno”

Al centro dell’omelia, un forte richiamo all’uguaglianza nella dignità delle persone, contro ogni discriminazione che arriva a distinguere persino tra vittime degne di essere ricordate e vittime dimenticate. “I diritti o sono di tutti o non sono di nessuno”, ha affermato Tisi, denunciando una realtà in cui la tutela della vita umana sembra dipendere dal luogo di nascita o dall’appartenenza etnica. A questa logica ha contrapposto il Dio del Vangelo, “il Dio di tutti e il Dio per tutti”, che non vuole perdere nessuno e invita a riconoscere e tutelare ogni persona, a qualunque popolo o nazione appartenga.

Da qui il secondo grande richiamo dell’Arcivescovo: il rischio di perdere la memoria della storia. “Ci immaginiamo dentro un’era totalmente nuova, che non ha bisogno della memoria, non ha bisogno di ricordare la storia di chi ci ha preceduti”, ha osservato Tisi, mettendo in guardia dall’illusione di poter recidere le proprie radici senza ripetere gli errori del passato. “E invece, tragicamente, siamo in un’epoca vecchia, in un’epoca che ha ben poco di nuovo”, ha incalzato, facendo riferimento – come già denunciato nella Messa di Ognissanti – al ritorno della guerra come presunta soluzione dei conflitti. Immagini di morte e distruzione che sembravano definitivamente consegnate alla storia sono tornate drammaticamente attuali.

“Abbiamo dimenticato che la violenza non è mai forza, è sempre debolezza mortale. Nessuna guerra ha vincitori, tutte le guerre hanno solo perdenti. E anche chi si atteggia a vincitore è esso stesso un perdente: genera morte e prepara ulteriore morte”.

Il centurione sotto la croce: la forza del perdono

Alla logica delle armi, l’Arcivescovo ha contrapposto la speranza cristiana, quella “speranza che non delude” annunciata dall’apostolo Paolo e che trova il suo volto in Gesù crocifisso, capace di morire invocando il perdono. È proprio davanti a Cristo sulla croce che Tisi ha richiamato una figura particolarmente significativa nel contesto della celebrazione al Sacrario militare: il centurione romano, un soldato, un uomo abituato alla violenza e alla morte, che riconosce in Gesù il Figlio di Dio.

“È significativo, lo dico proprio davanti ai militari, che a riconoscere in questa umanità, in questo Dio che muore gridando perdono, il volto di Dio sia un soldato”, ha evidenziato l’Arcivescovo. Il centurione comprende che la vera forza di Dio non si manifesta nella sopraffazione, ma nell’amore che perdona, nel farsi carico dell’altro anziché respingerlo. “È assurdo immaginare, come purtroppo sta tornando, l’idea che Dio benedica la guerra. Dio non benedice nessuna guerra, nessuna arma è benedetta da Dio. Dio è il perdono”.

“Più forte della morte è l’amore”

Nella parte conclusiva dell’omelia, monsignor Tisi è tornato al significato cristiano della commemorazione dei defunti, richiamando la professione di fede di Giobbe: “Io lo so che il mio Redentore è vivo”. La redenzione, ha spiegato, si manifesta nel rifiuto della violenza e nella scelta radicale dell’amore: “Si passa dalla morte alla vita soltanto amando i fratelli”.

Un amore che, ha osservato l’Arcivescovo, continua a emergere anche nelle situazioni più drammatiche. Le stesse cronache di guerra raccontano gesti di misericordia, perdono e solidarietà compiuti da uomini e donne capaci di scegliere la pace anche quando tutto intorno sembra prevalere la violenza.

“In questo 2 novembre invochiamo la pace per i nostri morti”, ha concluso Tisi, invitando a custodire le storie di servizio e di dono di quanti ci hanno preceduto e a credere che “Cristo ha vinto la morte e che più forte della morte è l’amore”. Un amore che non potrà essere sradicato dall’umanità perché, grazie alla Pasqua di Cristo, continua a generare in ogni parte del mondo uomini e donne capaci di sostituire alla strada della morte quella dell’amore.

Al termine della celebrazione è seguita la tradizionale cerimonia in onore dei Caduti, nel ricordo di quanti hanno perso la vita nei conflitti e come impegno a custodire la memoria come fondamento di una cultura di pace.