De Gasperi, a Sella Valsugana la Messa nel 72° della morte. Tisi: “Abbiamo bisogno di prigionieri della speranza”

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A Sella Valsugana, nel luogo profondamente legato agli ultimi giorni di Alcide De Gasperi, l’arcivescovo di Trento monsignor Lauro Tisi ha presieduto nel pomeriggio di mercoledì 19 agosto, nella chiesa di S. Maria ad Nives, la S. Messa nel 72° anniversario della morte dello statista trentino, avvenuta proprio a Sella il 19 agosto 1954.

La celebrazione, all’indomani della Lectio degasperiana tenuta a Pieve Tesino dal professor Mario Del Pero, è stata animata dai canti del coro Valsella e concelebrata dal parroco di Borgo Valsugana don Roberto Ghetta e da don Lucio Tomaselli, accanto al diacono Aldo Campestrin. Presenti i familiari di De Gasperi e rappresentanti delle istituzioni e del mondo politico locale e nazionale.

Tisi: “Una politica che non pascoli se stessa”

Nell’omelia, monsignor Tisi ha riletto la figura di De Gasperi a partire dalla pagina del profeta Ezechiele (34,1-11), con il severo richiamo ai pastori, cioè – ha spiegato l’Arcivescovo – a quanti hanno la responsabilità della comunità. Un testo che Tisi ha posto immediatamente in dialogo con il presente, denunciando il rischio di responsabili dei popoli “impegnati a pascolare se stessi”, incapaci di farsi carico di chi vive situazioni di fragilità, mentre intere popolazioni sono segnate dalla fame, dalla guerra e dalla povertà.

Ma la denuncia di Ezechiele, secondo monsignor Tisi, apre anche una prospettiva positiva: la costruzione di una società nella quale al centro non vi sia semplicemente l’”avere”, bensì la dignità della persona e i suoi diritti. È qui che Tisi ha collocato l’eredità di De Gasperi e degli altri padri dell’Europa del dopoguerra, capaci, dentro le macerie lasciate dal conflitto mondiale, non soltanto di sognare, ma di “piantare i paletti di un’Europa che si strutturasse attorno ai diritti delle persone”.

Diritti e cura dei fragili: l’eredità dell’Europa

L’Arcivescovo ha insistito in particolare sull’universalità dei diritti, mettendo in guardia da una loro applicazione selettiva, diversa a seconda dei popoli e delle aree del mondo. Da quella visione dell’Europa, ha osservato, è nata anche l’idea di una società capace di farsi carico concretamente della fragilità. Emblematico, in questo senso, il diritto alla salute per tutti, indicato come una delle grandi conquiste del modello europeo.

“Quando un popolo non cura più la salute di tutti, comincia a morire e a implodere”, ha ammonito l’Arcivescovo, sottolineando come prendersi cura delle persone più deboli non rappresenti soltanto una scelta dettata dalla generosità, ma sia il fondamento stesso di una società capace di futuro. Il criterio evangelico diventa allora quello delle “persone prima delle cose”. Prendersi cura dell’ultimo, ha aggiunto Tisi, non è semplicemente una strategia del buon cuore: “è la via della vita”. Nel capovolgimento evangelico per cui gli ultimi diventano primi, il bene costruito a partire da chi è più fragile finisce per diventare bene per tutti.

“Prigionieri della speranza”

La seconda immagine don Lauro la coglie dal Vangelo di Matteo (20,1-16), con la parabola degli operai chiamati nella vigna anche all’ultima ora. Quegli operai convocati alle cinque del pomeriggio, quando ormai il lavoro sta per concludersi, diventano per Tisi il segno di un investimento ostinato nella speranza. “In questo momento abbiamo bisogno di uomini e donne irriducibili dello sperare”, ha affermato, richiamando l’espressione biblica dei “prigionieri della speranza”. Il nostro tempo, ha aggiunto, non ha bisogno di persone ripiegate sulla lamentela, ma di uomini e donne capaci di credere che il futuro possa essere generato investendo sulla cura del fratello, sull’ultimo e sulla dignità dell’uomo.

De Gasperi e la forza del “noi”

Nell’ultima parte dell’omelia, monsignor Tisi ha ripreso anche un passaggio ascoltato il giorno precedente nella Lectio di Mario Del Pero: l’episodio del mancato incontro di De Gasperi con Pio XII e la reazione dello statista, che interpretò quel diniego non tanto come un rifiuto personale, quanto come qualcosa che riguardava il popolo che egli rappresentava. Da qui un ulteriore tratto dell’eredità degasperiana: l’amore per il popolo e il senso di responsabilità verso un “noi” più grande del singolo.

Servono, ha sottolineato Tisi, persone creative, appassionate e capaci di mettere in campo il meglio di sé, ma non “battitori liberi” convinti di possedere da soli tutte le risposte. La genialità personale, per diventare feconda, deve essere giocata dentro una dimensione comunitaria: “Il ‘noi’ è un’opzione da cui non ci si stacca”, ha rimarcato l’Arcivescovo. Perché “chi non crede nel noi alla fine vuol dire che non crede negli altri. Crede solo in se stesso, e questo è l’inizio della rovina”.

A margine della celebrazione, monsignor Tisi ha fatto visita alla casa di De Gasperi a Sella Valsugana, dove ha incontrato il nipote Paolo Catti De Gasperi e la nipote Francesca Castelli, accompagnata dal marito.