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Il carcere, terra di missione per la Chiesa del Nordest. Vescovi in ascolto (a Padova) di cappellani e volontari

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I Vescovi della Conferenza Episcopale Triveneto si sono riuniti martedì 14 maggio a Padova, presso la sede della Facoltà Teologica del Triveneto, ed hanno incontrato, in mattinata, una delegazione – guidata dal coordinatore don Antonio Biancotto – dei cappellani impegnati nelle carceri del Nordest. Per la diocesi di Trento erano presenti l’Arcivescovo Lauro Tisi – che proprio la scorsa settimana è stato in visita al carcere di Spini di Gardolo (ne parlerà Vita Trentina nel prossimo numero) e l’emerito Luigi Bressan.

Nel racconto dei cappellani sono così emerse le attenzioni ed anche le preoccupazioni e le fatiche che caratterizzano e accompagnano il servizio quotidiano svolto da cappellani, religiosi, religiose e volontari impegnati nella quindicina di istituti carcerari presenti in quest’area con tutte le persone coinvolte nel “mondo della detenzione” per “soccorrerle nel corpo e nello spirito” attraverso una serie di azioni ed iniziative: i momenti di ascolto e dialogo personale, la celebrazione dei sacramenti (eucaristia e riconciliazione in particolare), gli incontri di preghiera e catechesi, i gruppi biblici, le diverse occasioni di formazione umana e cristiana ma anche l’aiuto economico, l’approvvigionamento di indumenti o materiale per l’igiene personale delle persone detenute, il contatto con le famiglie,  l’attenzione pastorale a favore degli operatori penitenziari ecc. “Nelle periferie più degradate, quale spesso è il carcere – hanno spiegato -, si percepisce maggiormente la potenza di guarigione e di salvezza del Vangelo. Il bisogno di Dio, anche se talora inespresso, si avverte in modo forte. Come cappellani siamo poi consapevoli di essere stati inviati a sostenere e a consolare non solo i detenuti ma anche le loro famiglie, il personale penitenziario e di riflesso i loro congiunti”.

L’incontro ha permesso, quindi, di fotografare la recente evoluzione della situazione carceraria nel Nordest: le carceri stanno progressivamente tornando al sovraffollamento di parecchi anni fa, con realtà già quasi sature di presenze; aumentano le presenze di cittadini stranieri (ultimamente, soprattutto, di asiatici) che in taluni istituti raggiungono anche il 60/70%; si aggrava la situazione e l’assistenza dei detenuti con problematiche psichiatriche; crescono inoltre, contemporaneamente, le presenze in carcere sia di giovani (perlopiù stranieri) che di anziani (oltre i 60 anni); l’affermarsi ormai di un evidente pluralismo religioso (in media oggi le presenze in carcere sono per il 60% di cristiani, metà cattolici e metà ortodossi, e di oltre un 30% di musulmani, con ulteriori e più piccole quote di altre realtà religiose).

“L’esperienza maturata – hanno proseguito – permette ai cappellani delle carceri di poter poi donare alle comunità cristiane maggiori elementi di conoscenza sulla realtà per aprirle di più all’accoglienza ed abbattere i pregiudizi, per sensibilizzarle alle problematiche di chi ha sbagliato, senza ghettizzare. Purtroppo abbiamo notato un aumento del clima di chiusura anche in alcune comunità cristiane. Avvertiamo l’urgenza di stimolare le istituzioni a riscoprire lo spirito autentico della Costituzione, puntando meno sulla propaganda e dedicando più attenzione alla rieducazione; ancor’oggi, infatti, la pena risulta spesso solo punitiva e non rieducativa. E sentiamo l’esigenza di curare e potenziare maggiormente tutte le forme di reinserimento dei detenuti nella società. I dati evidenziano, tra l’altro, la forte diminuzione dei casi di reiterazione del reato laddove si utilizzano le pene alternative”.

Durante il dialogo i Vescovi hanno riaffermato l’importanza e il valore prezioso di tali esperienze che rappresentano un concreto e visibile segno di presenza e vicinanza della Chiesa in questo delicato contesto, soprattutto nell’odierno clima politico, culturale e sociale; riconosciuta anche l’opportunità di puntare molto su un’opera di formazione e sensibilizzazione delle comunità, a partire dai sacerdoti e dai seminaristi. I cappellani hanno poi chiesto e proposto ai pastori delle Chiese diocesane di intensificare i contatti con tali realtà, ad esempio con visite più prolungate agli istituti di pena (una sorta di “giornata in carcere”) che permettano loro anche visite a singole sezioni, contatti personali con detenuti, personale penitenziario e volontari.

Nel corso della giornata patavina, inoltre, i Vescovi del Triveneto hanno incontrato i responsabili della Facoltà Teologica del Triveneto e del Seminario diocesano di Padova visitando, tra l’altro, anche la Biblioteca. C’è stato, infine, uno specifico aggiornamento sull’attività delle Caritas diocesane o altre realtà legate alle comunità ecclesiali in relazione alla gestione dell’accoglienza di migranti e richiedenti asilo.

Pastorale carceraria e giustizia riparativa, vescovi e cappellani del Triveneto a confronto

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Azione pastorale nelle carceri e giustizia riparativa. Sono itemi affrontati nel convegno triveneto di mercoledì 13 febbraio a Zelarino (VE)  su “Pena, recupero, riparazione. Fatiche degli operatori ed impegno sociale” e durante il quale è stato presentato il documento base “Per una pastorale della giustizia penale” (ed. Marcianum Press).  All’incontro hanno partecipato molti Vescovi della Conferenza Episcopale Triveneto – compreso l’arcivescovo di Trento Lauro Tisi – accanto a cappellani, operatori e volontari nelle carceri provenienti dall’intero Nordest. Ciò indica l’interesse e la rilevanza pastorale (e di grande attualità) di tale ambito.

Leggi l’approfondimento:

Non è proprio facile parlare oggi di giustizia riparativa e porre così l’accento sul carattere rieducativo e di recupero che ogni pena e ogni carcere dovrebbero saper offrire ad ogni persona. Più in linea con lo spirito – sociale e politico – del tempo sarebbe, semmai, affrontare questioni che trattano di legittima difesa o di nuovi mega-edifici penitenziari e che rimandano alla necessità di accentuare qualsiasi aspetto punitivo e repressivo. Ad affermarlo con chiarezza non sono solo o tanto i cappellani, gli operatori e i volontari (religiosi, religiose, laici, associazioni, cooperative ecc.) delle carceri del Nordest ma anche e soprattutto magistrati di sorveglianza, avvocati e dirigenti dell’amministrazione statale, quanti insomma lavorano ogni giorno per dare e forma e sostanza alla giustizia nel nostro Paese. Eppure – è convinzione di molti – solo investendo persone e risorse nella rieducazione e nel recupero, solo credendo veramente e dando maggiore spazio e dignità a percorsi di giustizia riparativa, una società cresce e si realizza una giustizia più piena e “umana”. L’occasione speciale che ha fatto emergere questa impressione comune è stato il convegno – in decisa “controtendenza”  – organizzato nei giorni scorsi a Zelarino (Venezia) su “Pena, recupero, riparazione. Fatiche degli operatori ed impegno sociale”, promosso dall’Ispettorato Generale dei Cappellani delle Carceri, dall’Unione Giuristi Cattolici Italiani e dalla Camera Penale Veneziana, con la collaborazione della Scuola Grande di S. Rocco in Venezia e della Fondazione Archivio Vittorio Cini.

Ha aperto i lavori una riflessione del Patriarca di Venezia e Presidente della Conferenza Episcopale Triveneto Francesco Moraglia (presente insieme ad un nutrita rappresentanza dei vescovi del Nordest):  «Una giustizia che sia realmente tale è, certo, una giustizia che sa anche punire, in quanto ciò appare opportuno e salutare nei confronti di chi ha commesso uno o più reati e ha danneggiato le persone e la comunità. Allo stesso tempo, però, uno Stato deve riflettere anche su tutte le conseguenze, iniziando ad esempio col chiedersi “dove” il condannato sconterà la pena e “come” la sconterà». Per il Patriarca «a tutti deve stare a cuore che la giustizia sia realmente equilibrata e adeguata al caso concreto; che non sia, per usare un linguaggio accessibile a tutti, né buonista né crudele perché in entrambi i casi sarebbe ingiusta, ossia non-giustizia». E quindi «la pena deve essere certa e commisurata al reato, ma deve sempre tener conto che la persona non va costretta nel suo passato e va considerata sempre come una persona chiamata a responsabilità. Di fronte ad un reato commesso bisogna prenderne atto e fare – come singoli e società – un cammino di progressiva maturazione che garantisca la sicurezza delle persone e della collettività, la certezza della pena e anche la dignità di chi ha sbagliato e può venire lentamente aiutato a capire l’errore fatto. È importante che l’espiazione diventi anche rieducazione della persona, che la giustizia trovi dei reali profili “riparativi”, sappia aprire e non chiudere strade “riparative”; è il vero investimento che una società può fare».

Don Raffaele Grimaldi – napoletano, da due anni ispettore generale dei cappellani delle carceri e impegnato per ben 23 anni nel carcere di Secondigliano – presenta il documento base “Per una pastorale della giustizia penale” (ed. Marcianum Press); è un messaggio utile «per combattere tanti pregiudizi e vincere indifferenze», è uno strumento che suggerisce “provocazioni” e piste di discernimento, indicazioni di azioni, percorsi e progetti personali. Il tutto scritto a più mani e curato dall’Ispettorato dei Cappellani delle Carceri, frutto di un cammino di condivisione solidale di molte persone impegnate a costruire “la Chiesa in carcere” ma anche un tessuto di comunità nelle parrocchie e nei luoghi in cui vivono e ritornano tutte le persone segnate da reati penali, ben sapendo – afferma con passione – che «il carcere è certamente un luogo difficile e un “ospedale da campo”, come dice il Papa, per i drammi di un’umanità che ha sperimentato cosa significa toccare il fondo, ma la mia esperienza dice che il cambiamento è possibile, per tutti. Il carcere è sì sempre segnato dal male ma è anche il luogo dove si scopre e percepisce la presenza di Dio che vince il male, perdona, rialza chi è caduto e libera dalle catene con la forza dell’amore e della misericordia. C’è bisogno di umanizzare sempre più questo luogo, c’è bisogno di dare fiducia e di tendere una mano, di non seppellire la speranza. E una persona recuperata è un grande investimento, l’unico mezzo per un ritorno ad una vita normale e non violenta. Senza dimenticare le vittime, le ferite inferte e il bisogno di riparare. La giustizia riparativa è dunque una cultura nuova della pena, purtroppo non condivisa da una parte dell’opinione pubblica per un forte senso di insicurezza e paura».

Nelle testimonianze di vari operatori nell’ambito carcerario si evidenziano bene le fatiche, le conquiste e gli ostacoli di ogni giorno; si approfondiscono e si toccano via via i fondamenti etico-filosofici della pena, alcuni profili di giustizia riparativa, la riforma dell’ordinamento penitenziario, l’organizzazione carceraria, le esperienze e le possibilità reali di recupero e rieducazione. Ma spicca in tutti gli interventi, soprattutto, un’appassionata e ferma volontà di dare maggiore vigore, concretezza e visibilità a quel «paradigma giuridico della speranza» che ognuno dei presenti – pur nei differenti compiti – ha riconosciuto come traccia di lavoro e “missione” sempre più urgente e necessaria. A cominiciare da un’umanizzazione del carcere che uno dei relatori ha singolarmente definito come «un luogo sacro, un tempio laico dove ogni giorno si fanno sacrifici umani e, in nome della giustizia degli uomini, si sacrifica il bene grande della libertà». Ma che può sempre diventare – come spiega il documento base sulla pastorale nelle carceri – un’occasione offerta a tutti «per cammini di liberazione e di rinascita, attraverso relazioni personali e comunitarie, per annunciare la libertà e la riconciliazione”.

Alessandro Polet