Sinodo: il rapporto sulle donne chiede nuovi spazi di responsabilità e un cambio di mentalità nella Chiesa

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È stato pubblicato il Rapporto finale del Gruppo di Studio n.5 del Sinodo sulla sinodalità, dedicato al tema della partecipazione delle donne alla vita e alla guida della Chiesa. Il documento, consegnato alla Segreteria generale del Sinodo, invita a riconoscere nuovi spazi di responsabilità per le donne nella comunità ecclesiale e a promuovere un cambiamento di mentalità e di linguaggio.

Il rapporto è uno dei dieci studi affidati nel 2024 da papa Francesco a gruppi di lavoro incaricati di approfondire alcune questioni emerse nel cammino sinodale. Il Gruppo 5, coordinato dal Dicastero per la Dottrina della Fede, è il terzo a consegnare il proprio lavoro dopo quelli dedicati alla missione digitale e alla formazione dei sacerdoti.

La pubblicazione dei rapporti avviene, secondo quanto stabilito da papa Leone XIV, “in spirito di trasparenza”, man mano che gli studi vengono conclusi.

“Nulla impedisce alle donne ruoli di guida”

Tra i passaggi più significativi del documento vi è l’affermazione che “non c’è nulla, nel solo fatto di essere donna, che impedisca di assumere ruoli di guida nella Chiesa”.

Il rapporto invita quindi ad aprire nuovi spazi di responsabilità per le donne nella vita ecclesiale, sottolineando come il loro contributo sia già oggi fondamentale in molti ambiti della missione della Chiesa: nelle famiglie, nelle parrocchie, nelle scuole, negli ospedali, nei centri di accoglienza e nella ricerca teologica.

Il contributo delle donne nella storia della Chiesa

Nel proprio lavoro il Gruppo di Studio ha analizzato anche il profilo di numerose figure femminili nella storia della Chiesa, dalle matriarche dell’Antico Testamento e Maria di Magdala fino a personalità più recenti come Giovanna d’Arco, Ildegarda di Bingen, Francesca Cabrini, Dorothy Day, Maria Montessori e Wanda Półtawska.

Secondo il documento, queste donne hanno esercitato una vera autorità a servizio della missione della Chiesa, pur senza essere legate all’Ordine sacro, mostrando la fecondità del loro contributo alla vita del popolo di Dio.

Un disagio che interpella la Chiesa

Il rapporto dà voce anche a un disagio percepito da molte donne nella vita ecclesiale. Pur riconoscendo i passi avanti compiuti negli ultimi anni, il documento evidenzia come resti ancora molta strada da percorrere.

In alcuni contesti si registra inoltre un distacco crescente di donne dalla partecipazione attiva alla vita della Chiesa, insieme alla diminuzione delle vocazioni alla vita religiosa femminile. Tra le richieste emerse vi sono una maggiore accessibilità delle forme di guida della Chiesa, la possibilità di nuovi ministeri e una più ampia partecipazione alla responsabilità pastorale.

Il rapporto non affronta invece il tema del diaconato femminile, giudicato “non maturo” e già oggetto di studio da parte di commissioni specifiche.

Superare clericalismo e maschilismo

Il documento richiama con forza la necessità di superare mentalità e comportamenti segnati da clericalismo e maschilismo, che possono creare distanza e diffidenza nel mondo femminile.

Una particolare attenzione è richiesta anche al linguaggio utilizzato nella predicazione, nella catechesi e nei documenti ecclesiali, evitando rappresentazioni stereotipate del femminile legate esclusivamente a caratteristiche come dolcezza o docilità.

Il rapporto invita invece a valorizzare pienamente i carismi, la vocazione e le capacità delle donne, tra cui leadership, insegnamento, ascolto e discernimento.

Un cambiamento di mentalità

Secondo il Gruppo di Studio, la questione della partecipazione femminile rappresenta un autentico “segno dei tempi” e richiede prima di tutto un cambiamento di mentalità a tutti i livelli della Chiesa.

La presenza delle donne nella vita ecclesiale non dovrebbe essere vista come una concessione dell’autorità, ma come un diritto che deriva dal battesimo e dai carismi ricevuti, ponendo l’accento sull’essere prima che sul fare.

L’esempio delle nomine femminili in Curia

Il rapporto richiama infine le nomine femminili negli organismi della Curia Romana avviate da papa Francesco e proseguite da papa Leone XIV. Queste scelte, sottolinea il documento, possono rappresentare un modello anche per le Chiese locali.

La costituzione apostolica Praedicate Evangelium, che regola la Curia romana, prevede infatti che qualunque fedele possa presiedere un dicastero, in base alle competenze richieste.

Secondo il Gruppo di Studio, una maggiore presenza delle donne nei processi decisionali può arricchire la vita ecclesiale con nuove prospettive e sensibilità, contribuendo a una crescita della missione della Chiesa.