Al Festival dell’Economia di Trento 2026, dedicato al tema “Dal mercato ai nuovi poteri. Le speranze dei giovani”, uno degli interventi più intensi è stato quello del cardinale Gianfranco Ravasi, protagonista, nella giornata di apertura, di un dialogo al Teatro Sociale con la caporedattrice di Sky TG24 Tonia Cartolano.
Stimolato da alcune parole chiave – futuro, ascolto, linguaggio, felicità – Ravasi ha intrecciato riflessioni culturali, spirituali e profondamente umane, dentro un’edizione del Festival che si interroga sul rapporto tra nuove generazioni, tecnologia e trasformazioni globali.
Parlando del “futuro”, il cardinale ha richiamato la sua esperienza di studioso delle culture del Vicino Oriente, oggi segnato dalle guerre. “In quelle lingue – ha osservato – non esiste il futuro. Si usa solo l’imperfetto. Perché c’è la convinzione che per costruire il domani bisogna tenere presente ciò che già si ha”. Un’immagine che Ravasi ha trasformato in invito a guardare più in profondità la realtà, senza fermarsi alla superficie.
A questo proposito ha raccontato un episodio vissuto anni fa in una periferia milanese: durante una celebrazione delle cresime, una bambina lo strattonò indicando una piccola fragola rossa cresciuta in mezzo all’asfalto arroventato. “Noi adulti non l’avevamo vista”, ha ricordato. “Per parlare del futuro bisogna avere anche un po’ questo spirito”. Un’immagine semplice ma potente, che nel contesto del Festival è diventata quasi una metafora della speranza: la capacità di riconoscere segni di vita anche dentro scenari segnati da crisi e conflitti.
Non è mancato un riferimento duro all’attualità internazionale. Ravasi ha citato il ministro israeliano Israel Katz, dicendosi colpito dalle immagini dei festeggiamenti seguiti all’approvazione parlamentare del progetto di legge sulla pena di morte: “È questa l’umanità quando si degrada”. Da qui il richiamo alla speranza non come ottimismo superficiale, ma come “fortezza” quotidiana di chi attraversa il dolore. Il cardinale ha evocato, ad esempio, il dramma dei genitori di figli tossicodipendenti, capaci di continuare a sperare “cercando anche un piccolo bulbo sotto le macerie”.
Nel suo intervento è emersa anche una critica al linguaggio pubblico contemporaneo, spesso impoverito e aggressivo, “svilito anche dalla politica”, con riferimento agli insulti utilizzati dal presidente statunitense Donald Trump. Eppure Ravasi ha concluso definendosi “un uomo felice”, pur profondamente interrogato dal male e dalla sofferenza. A suggellare il suo intervento, la frase letta su un muro di Roma e lasciata da un senzatetto: “In questa città nessuno mi conosce. Tranne Dio”.
(fonte vitatrentina.it)




