Cosa vuol dire penitenza? (17 marzo 2019)

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Nelle nostre chiese non si sente più parlare tanto di penitenza, nemmeno in questa Quaresima. Forse si è perso significativo anche di questa parola. Potreste approfondire il valore della penitenza oggi?

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Quando sentiamo la parola penitenza il primo pensiero di molti di noi va a quelle “penitenze” che dovevamo fare da bambini, quando in un gioco si perdeva o si sbagliava, e allora si era costretti a compiere qualche “penitenza”… Oppure ci viene in mente quando andiamo a confessarci e ci sentiamo dire: “Per penitenza dica tre Ave, Maria”; quasi che pregare fosse una penitenza! Mentre quella penitenza, o meglio “soddisfazione” (ma neanche questa espressione è chiara!), è il segno che voglio cambiare vita e inizio almeno a pregare (esigenza e non dovere del credente), o a compiere qualche opera “nuova”.

Proprio questo è l’originario significato di penitenza: cambiare vita, convertirsi. Nella traduzione latina del Vangelo l’invito di Gesù ”Convertitevi e credete nel Vangelo” (Mc 1,15) rende la parola greca “metanoeite” con l’espressione latina “paenitemini” cioè fate penitenza. Fare penitenza poi è diventata sinonimo solo di fare qualche opera per emendarci, per scontare la pena del male fatto, del peccato compiuto. La penitenza che ci viene proposta in Quaresima è allora qualcosa d’altro, come dice un prefazio: “Tu vuoi che ti glorifichiamo con le opere della penitenza quaresimale, perché la vittoria sul nostro egoismo ci renda disponibili alle necessità dei poveri, a imitazione di Cristo tuo Figlio, nostro salvatore”. E ogni anno il mercoledì delle Ceneri il Vangelo ci ricorda le tre vie normali del cristiano, che la Quaresima ci fa riscoprire, per fare penitenza, per convertirci, cioè per guardare a Dio e al prossimo: la preghiera (soprattutto come ascolto della parola di Dio), il digiuno (c’è qualcosa di più importante di me stesso, del mio cibo, ecc.) e dell’elemosina (intesa come solidarietà, condivisione e carità piena). Quali opere compiere oggi? Un testo sconosciuto, il Manuale delle indulgenze, indica alcune interessanti opere penitenziali alla portata di tutti: “Compiere i propri doveri quotidiani e sopportare le avversità della vita, innalzando l’animo a Dio; con spirito di fede e con animo misericordioso, porre se stessi o i propri beni a servizio dei fratelli che si trovano in necessità; privarsi spontaneamente e con sacrificio di qualcosa di lecito; in particolari circostanze della vita quotidiana, rendere spontaneamente aperta testimonianza di fede davanti agli altri”. Vie di penitenza praticabili da tutti.

Sant’Ignazio nei suoi Esercizi Spirituali (n. 87) ci ricorda che “le penitenze esterne si fanno principalmente a tre scopi: il primo a riparazione dei peccati passati; secondo, per vincere se stessi, ossia affinché la sensualità obbedisca alla ragione, e tutte le parti inferiori siano sottomesse alle superiori; terzo, per cercare o trovare qualche grazia o dono che la persona voglia o desideri… o per la soluzione di qualche dubbio in cui la persona si trovi”.

Infine che si dica che i preti nelle loro omelie non parlano più di penitenza, o della morte, del giudizio, dell’inferno, del purgatorio, del paradiso, può anche essere vero. Certo una volta le prediche erano veramente tali e si parlava solo al negativo. Ma non possiamo negare che la parola di Dio (soprattutto Gesù, San Paolo e i profeti) e i testi della liturgia, ogni giorno e soprattutto in Quaresima, non ignorano queste tematiche, anzi se ne parla spesso! La parola penitenza risuona quindi ancora nella Chiesa e nelle chiese; facciamoci caso! Già il fermarci a fare silenzio e ascoltare la parola di Dio è una via di autentica penitenza. Quella Parola opera in noi e ci converte realmente.

Don Giulio Viviani