“Chiediamo a San Romedio che ci doni l’attitudine a dialogare con noi stessi e a dubitare di noi, a riconoscere, accanto al bene, anche le ombre che ci abitano, perché possiamo così scoprire la bellezza dell’essere comunità e fraternità”. È l’invito dell’arcivescovo di Trento, mons. Lauro Tisi, risuonato durante la Messa solenne della Festa di San Romedio, celebrata nella mattinata di giovedì 15 gennaio nell’omonimo eremo in Val di Non.
Anche quest’anno la festa ha visto una vasta partecipazione di pellegrini, dalle valli del Noce, da tante altre località della Provincia, ma anche da fuori confine, confermandosi come uno degli appuntamenti religiosi e popolari più importanti del Trentino.
Il “Cammino nella Notte”: silenzio e condivisione
La festa si era aperta nella serata di mercoledì 14 gennaio con il suggestivo “Cammino nella Notte”. Dal piazzale della Basilica dei Santi Martiri di Sanzeno, alle 19.30, gli oltre 500 partecipanti hanno percorso a piedi i circa 3 chilometri di strada fino all’eremo di San Romedio, accompagnati dal silenzio e da brevi momenti di riflessione, dedicati quest’anno al tema della vocazione del santo. All’arrivo, all’Eremo, accoglienza con thè caldo e brulé e rientro a Sanzeno grazie al servizio navetta.
La Messa solenne, cuore della festa
Il momento centrale si è svolto nella mattinata di giovedì 15 gennaio, con la Messa solenne delle ore 11.00, presieduta da mons. Lauro Tisi e animata dal coro Parrocchiale di Tassullo. Alla celebrazione, accanto ai frati conventuali guidati da padre Bortolino Maiestrello e a numerosi sacerdoti della zona, hanno preso parte anche i sindaci dei Comuni limitrofi, alcuni rappresentanti della Giunta e del Consiglio provinciale.
Un Dio concreto che parla al presente
Nel corso dell’omelia, l’Arcivescovo ha invitato a superare un approccio teorico alla fede e a un Dio confinato nella dimensione del “divino”, per riscoprire la concretezza del Vangelo: “Gesù Cristo è la perla preziosa per cui vale la pena perdere tutto. È il Dio con le mani sui piedi dei discepoli, con i piedi nel fango. Un Dio che non dà la morte, ma che muore lui”.
Fraternità e comunità come vera protezione
Uno dei passaggi più forti dell’omelia ha riguardato il tema della fraternità come autentica protezione: “Scopri che chi ti sta accanto non è il tuo antagonista, ma il tuo compagno di strada. Non bastano telecamere o forze dell’ordine: a proteggerci davvero serve la fraternità, la forza della comunità”, perché – ha ricordato il vescovo – “è lì che si costruiscono fiducia, casa e forza”.
Il dubbio come virtù e via all’incontro
Monsignor Tisi ha poi indicato nel dubbio una virtù necessaria, soprattutto in un tempo segnato da contrapposizioni e letture semplificate: “Un uomo è grande quando dubita di sé, delle proprie idee, dei propri gesti, delle proprie soluzioni. Il dubbio non è un limite, è una virtù”. Dubitare di sé significa riconoscere di non essere la misura di tutto e predisporsi all’incontro con l’altro.
L’orso di San Romedio e le zone d’ombra
Richiamando la leggenda di San Romedio, don Lauro ha utilizzato l’immagine dell’orso come simbolo dell’ombra che ciascuno porta dentro di sé: “Quell’orso non è fuori di noi, è dentro di noi. Dentro di noi c’è aggressività, inquietudine, non serenità”. Riconoscere queste zone d’ombra è il primo passo per non subirle: “Non disperarti: la tua zona d’ombra può essere curata dall’incontro con l’altro”.
In chiusura, un nuovo richiamo forte alla responsabilità condivisa: “Le questioni non le risolve il leader più o meno vincente che decide per gli altri. Le risolve la comunità”. E l’invocazione finale affidata a San Romedio: “Liberaci dalla spazzatura di un ego che si pensa senza gli altri e riconciliaci con la fraternità e con la comunità, per tornare a respirare vita, sentire gioia, avere vera protezione”.
Il “Piatto del Pellegrino” e il volto del volontariato
Come da tradizione, nella mattinata del 15 gennaio è stato proposto il “Piatto del Pellegrino”, a base di trippe, preparate dallo chef Bruno Sicher e distribuite fino a metà pomeriggio dai NU.VO.LA – Nuclei Volontari Alpini, insieme ad altri volontari. In totale sono stati cucinati 2 quintali di trippe.




