La Chiesa di Francesco? Ripartire dall’amore”

Molti gli stimoli del convegno Caritas, ospite il vescovo di Belluno Marangoni
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Solo l’amore, la carità consentono alla Chiesa di sognare. Una Chiesa capace di vivere la fraternità, pienamente immersa dentro questo tempo, senza pretendere di avere risposte ma con il coraggio di mettersi in ascolto e porsi domande. E’ il messaggio a più voci risuonato questa mattina a Trento, in un’affollata Sala della Filarmonica, nell’annuale convegno della Caritas diocesana, momento di ricarica soprattutto per i tanti volontari (più di trecento) che operano in tutto il territorio diocesano.  Al centro del confronto, la Chiesa sognata da papa Francesco “inquieta, vicina agli abbandonati, ai dimenticati”, così come la indicava Bergoglio al convegno ecclesiale di Firenze (2015).

 

Ricchi gli stimoli usciti dalla mattinata, coordinata dal direttore di Vita Trentina Diego Andreatta e aperta  dal prof. Alberto Conci, docente al Liceo cittadino Da Vinci. Conci ha offerto una ri-lettura attualizzante del “Magnificat”, l’inno di Maria dopo l’Annunciazione, “in cui mostra la gioia per lo sguardo rivoltole da Dio e la gioia per le opere del Signore nella storia, in particolare l’esaltazione degli umili”.

Il direttore della Caritas Roberto Calzà ha ripreso i verbi utilizzati dal Papa per descrivere la missione di una comunità di credenti capace di “comprendere, accompagnare e accarezzare”, coltivando la speranza e la misericordia. “In Caritas – ha sottolineato –  siamo uomini e donne d’azione ma talora poco attenti a coltivare sentimenti di empatia e  di  attenzione alle persone e al loro vissuto. Non  basta l’interventismo. Dobbiamo mostrare il volto di una Chiesa che sa essere davvero come una mamma!”.

La relazione principale era affidata al neo-vescovo della diocesi di Belluno-Feltre, Renato Marangoni (nominato lo stesso giorno del vescovo di Trento Lauro, il 10 febbraio 2016)  che con entusiasmo e semplicità ha tracciato alcune coordinate per provare ad essere cristiani fedeli al mandato di Francesco. “Nessuno sguardo su Dio ci può portare lontani dalla storia”, ha esordito. ”Noi siamo questo mondo, non possiamo prendere le distanze da quello che siamo e dal contesto in cui viviamo. Non esiste una chiesa senza mondo. Alcune sante devozioni rischiano di portarci altrove, lontani  dal Vangelo e dalla logica della discesa nella carità, come fece il buon samaritano che scendeva da Gerusalemme a Gerico.  Questa è la direzione della Chiesa. E’ l’amore, dono dello Spirito Santo, ad animare il sogno”.

Monsignor Marangoni ha invitato quindi operatori e volontari, definiti “ministri della carità”,  a coltivare il dono del “discernimento e del dialogo, senza pretendere di avere risposte ma coltivando domande”. “No alla terapia d’urto – ha  raccomandato –  serve capacità di ricezione”. Certi che ormai “un certo tipo di cristianesimo – ha aggiunto – è finito, dobbiamo comunque avere il coraggio di ripartire, come ci chiede il Papa, di generare di nuovo, senza pensare di raccogliere i frutti, ma con grande serenità e fiducia, mostrando un’ospitalità contagiosa”.

“Non ci sono conclusioni da trarre ma solo nuovi inizi”, ha commentato in chiusura l’arcivescovo Lauro, dopo le domande della sala. “Il cristiano – ha aggiunto  – è  un ‘destabilizzato’ strutturale. Chi incontra Gesù si mette in cammino. E l’essere discepoli non si manifesta, però, prioritariamente, nel servizio concreto, ma nell’esperienza fondamentale di sentirsi fratelli e sorelle”. “La vera povertà – ha aggiunto Tisi – è l’essere di nessuno. Senza una Chiesa fraterna avremo una Chiesa dei servizi ma non una Chiesa che serve”. L’arcivescovo Lauro ha citato alcuni segni incoraggianti come l’accoglienza  dei migranti in molte comunità cristiane e la sinergia tra Caritas e altri settori della pastorale come giovani e lavoro. E ha concluso: “Mettiamoci in cammino, il primo viandante sono io”.

Foto Zotta