Author: Claudia Dorigoni

Operatori Caritas e Consulta Salute insieme per il Convegno annuale il 23 marzo al Collegio Arcivescovile

"Il povero e il malato profezia per tutti"
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Avrà luogo a Trento presso il Collegio Arcivescovile il convegno annuale nel quale si è introdotta la novità di dedicarlo particolarmente agli operatori e volontari della Caritas e della Pastorale della Salute. L’idea è quella di mettere insieme due “mondi”, Caritas e Ammalati, che senz’altro hanno già molto da raccontarsi e che probabilmente condividono esperienze e iniziative con più frequenza di quello che si possa pensare. Molti di questi operatori sono già attivi sia sul fronte della carità che su quello dell’assistenza agli ammalati. Ecco allora il senso e lo spirito di fare le cose insieme, per quanto possibile.
Anche lo stile del Convegno vuole essere un po’ rinnovato, a partire dall’introduzione del vescovo Lauro, dalla relazione della dott.ssa Marisa Bentivogli, che a Bologna opera sia in Caritas che in Pastorale della Salute e dagli interventi che faranno da corona a tutta la mattinata.

L’appuntamento per il convegno  “Il povero e il malato profezia per tutti” è sabato 23 marzo 2019 dalle ore 8.45 alle 12.00 a Trento presso l’Aula Magna del Collegio Arcivescovile

Tutte le informazioni nella locandina del Convegno

 

Sussidi e iniziative della diocesi di Trento per la XXVII Giornata Mondiale del Malato del prossimo 11 febbraio

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In occasione della XXVII Giornata mondiale del Malato 2019 di lunedì 11 Febbraio, l’area Testimonianza della Diocesi ha predisposto sussidi utili per la preparazione e la celebrazione che possono essere utilizzati nelle Parrocchie, negli Ospedali e nelle Case di Riposo.

 

Locandina per Trento – messa in Santa Maria Maggiore

Locandina per le Valli – Gionata Mondiale Malato
 (ognuno finirà  di compilarla con la data e l’orario della propria messa dedicata ai malati)

Messaggio del Santo Padre Francesco

Indicazioni per la Messa GMM 2019

 

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Liturgia della Parola Giornata Mondiale del Malato 2019 

Scheda teologica pastorale Giornata Mondiale del  Malato 2019  

Preghiera per XXVII Giornata Mondiale del Malato 2019
 (da fotocopiare e consegnare anche ai malati)

 

 

Laici e presbiteri, due anime (3 febbraio 2019)

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A volte nelle nostre comunità in crescita viene proposta una via di incontro e di coinvolgimento che tuttavia non trova accoglimento nella “parte presbiterale” che ha ancora bisogno del controllo e della gestione. Come possiamo favorire l’incontro di queste due anime?

domanda raccolta in Assemblea pastorale di Rovereto

 

La domanda è ampia e si presta a diversi percorsi. Sicuramente viene da un laico impegnato in parrocchia che non trova – lui o il gruppo di cui fa parte – ascolto o considerazione da parte del parroco (la “parte presbiterale” dice). “Comunità in crescita”, si dice all’inizio: in crescita di parrocchie con un solo parroco (Unità Pastorali), con un calo di celebrazioni festive e di cristiani partecipanti, un calo anche di iniziative pastorali probabilmente, un calo di incidenza della comunità cristiana nel tessuto sociale?
Ci troviamo a vivere dentro un “cambiamento d’epoca” fin troppo veloce ed anche il parroco lo avverte (anche sul piano numerico) pur potendo contare su altri sacerdoti collaboratori, spesso anziani, che aiutano come possono nelle liturgie eucaristiche e nelle confessioni. In questa situazione – ammettiamolo – c’è anche una insicurezza del prete rispetto al suo ruolo e alle sue mansioni che a volte diventa insofferenza. Quante altre variabili potremmo aggiungere, vissute peraltro anche dai laici impegnati, si dirà, ma in una prospettiva diversa.
La parte “presbiterale”, infatti, la avverte dal punto di vista del responsabile che sente e vive tutti gli umori e le tensioni, anche sociali e politiche, che incidono sulla comunità parrocchiale. In qualche occasione può capitare che non ce la faccia, perda le staffe, diventi rigido, non sia più capace di ascoltare.
Oltre a ciò ci sono le fragilità umane del prete che un tempo erano più facilmente accettate semplicemente perché egli era “il capo” e il capo non si discute.
Oggi non è più così, non può esser più così, lo sappiamo tutti preti e laici: si parla ormai da decenni, non solo di collaborazione dei laici, ma di corresponsabilità. Ma uno è il “dire”, altro il “fare”. C’è la via stretta del Vangelo da percorrere, sia per i preti che per i laici, la via della conversione al Vangelo. A diversi livelli nella Chiesa si sta cercando di introdurre delle riforme nelle strutture ecclesiali (parrocchie, Unità pastorali, Zone pastorali, Curia diocesana, Curia romana), ma quante resistenze, in primis da parte dei preti, ma non solo: la paura del cambiamento. In questi ultimi 15 giorni abbiamo vissuto la “Settimana di aggiornamento del clero”, partecipata complessivamente da 110 sacerdoti, che aveva per tema “Pastori, evangelizzati per evangelizzare” (vedi ultimo numero di Vita Trentina). Era un titolo impegnativo per noi preti chiamati sempre a lasciarci evangelizzare: dal Vangelo di Cristo che ascoltiamo, dalle vite concrete che incontriamo nel riconoscimento dello Spirito di Dio che sempre parla. E’ una conversione spirituale da fare, dentro di noi, per poter essere disponibili a rivedere gli organismi ecclesiali e il loro funzionamento all’interno di un vero dialogo e di uno stile di corresponsabilità.
Parliamo, impariamo a dirci le cose come le sentiamo e a confrontarci con il Vangelo. E ancora, osiamo esercitare una correzione fraterna tra noi: laici e preti. È un cammino lungo, da  percorrere stando “sotto la Parola” come ama sottolineare anche il nostro Vescovo. Un cammino sicuramente faticoso, ma che val la pena vivere.

Don Ferruccio Furlan, Vicario episcopale per il clero

Come educarsi a vincere l’egoismo? (27 gennaio 2019)

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La nostra società ci porta a pensare egoisticamente a noi stessi. Come è possibile educarsi a “dimenticare se stessi”?

L’osservazione che la nostra cultura produce egoismo è vera specialmente perché insiste tanto sulla persona – sui diritti della persona e sulla libertà della persona – diritti e libertà che si sentono limitati, minacciati dagli altri. Il problema sta nel promuovere la personalità e la libertà nostra e altrui con il terzo valore venuto in primo piano nella cultura moderna: l’amore. Risponderei quindi alla domanda in maniera paradossale: l’egoismo si supera non dimenticando se stessi, ma amando se stessi.

Nel sentire comune, l’amore di sé suona come amor proprio, egocentrismo, ambizione, vanagloria… narcisismo direbbe il Vescovo. Un amore questo diametralmente opposto all’amore cristiano che esige l’amore de gli altri, fino alla rinuncia totale a se stessi: “Se uno non rinnega se stesso…”. Eppure … l’amore di sé e l’amore del prossimo sono due facce dello stesso amore: se non amo me stesso, nemmeno riesco ad amare gli altri; se non amo gli altri non riesco ad amare me stesso. La persona che non ama se stessa non ama nessuno. Solo un certo modo di amare se stessi contrasta con l’amore degli altri; anzi, a rigore, egoismo e narcisismo non sono nemmeno amore di sé: nella concentrazione su se stessi, si ha sempre paura di perdere qualcosa, di dover dividere qualcosa; si è sempre in attesa di qualcosa che ci manca e lo si pretende da parte degli altri… Invece è “dando che si riceve”.

Il fatto è che se io non amo me stesso, se non mi piaccio, andrò continuamente in cerca di qualcuno che mi ami, che mi approvi, mi confermi, che mi dica “ho bisogno di te”, che dipenda da me. Se invece sono contento o almeno mi accontento di quello che sono, mi sento libero di amare, libero di mettere in moto le mie risorse. Se non mi amo, sono come inceppato, bloccato, sempre preoccupato di me. Ciò che inquina il cosiddetto amore per gli altri è spesso proprio la mancanza dell’amore di sé. Di fatto non sempre “l’a more del prossimo”, “il bene dell’altro” è puro, è autentico.

Trovo persone pronte a far del bene; ma guai se non lo accetti. Trovo persone umili; ma guai se le inviti a tirarsi in disparte. Mi fido di più di quelli che non mi “vogliono bene”: mi lasciano più libero; sono più schietti quando mi parlano. Non mi piace l’amore-dovere. Non mi piace chi si preoccupa “del mio bene”. Il comandamento “Ama il prossimo come te stesso” non indica solo una misura per l’amore del prossimo: “ama gli altri almeno tanto, quanto ami te stesso”; ma indica anche la modalità, il come esprimere l’amore per l’altro. Il comandamento dice anche la condizione per amare gli altri: “ama te stesso, se vuoi amare gli altri”; anzi: puoi amare gli altri più di te stesso, così come ha fatto Cristo, solo se ami anche, e prima, te stesso. Il credente ha tre persone da amare: Dio, il prossimo e se stesso.

Il problema sempre aperto è quello di mettere d’accordo l’amore di sé, con l’amore dell’altro, di coniugare l’io con il tu, di arrivare al noi dell’amore reciproco. Mi spiego con l’esempio di un convoglio ferroviario: tra un vagone e l’altro c’è una catena che li tiene uniti e un respingente che impedisce di tamponarsi. Nelle relazioni umane c’è una catena, l’amore che permette all’io e al tu di viaggiare insieme; c’è un respingente che li tiene a debita distanza: è il rispetto che permette all’altro di essere se stesso. Non posso qui descrivere le tappe del viaggio e le stazioni di agganciamento. Posso solo assicurare che a ottant’anni sono ancora addetto alla mia ferrovia.

don Remo Vanzetta

Tante separazioni e divorzi: cosa fare? (13 gennaio 2019)

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Constatiamo nell’ambito delle famiglie troppe separazioni e divorzi. Perché sono così tanti? Cosa possiamo fare?

domanda posta al vescovo Tisi

È una domanda grande come una casa. Provo a rispondere proprio con l’esempio della casa, che poi è il simbolo della famiglia.

Ci vuole un po’ di tempo a preparare una abitazione per quanto piccola e arredarla, almeno del minimo; già solo per non litigare a cominciare dalle piastrelle bisogna concordare gusti e preferenze. Ma il lavoro non è finito con la presa di possesso; continua ogni giorno, ogni stagione, per adattarsi adattando il clima e la luce; se poi arriva il bebè. Altrettanta fatica comporta mettere insieme una famiglia di due persone, adattarle uno all’altra e preparare nido e atmosfera agli eredi.

Questo per dire che una delle cause del fallimento di un matrimonio è proprio l’impreparazione, anche se non si è mai abbastanza pronti.

Non si tratta solo di preparazione teorica – corsi e conferenze – non si tratta solo di trovare la persona giusta -; ma di un allenamento pratico ad accettarsi a condividere.

Il malessere di una persona nasce dal non-accettarsi come si è, dal non-volersi-bene, dal pretendere troppo da se stessi… Ebbene: il sentirsi accettato, apprezzato – e anche perdonato – aiuta a guarire dal disagio personale e a rispondere alla stessa maniera all’altro.

I se parla”: è così ricca di significato questa espressione nei confronti dei morosi. Quando ci sentiamo ascoltati osiamo ascoltare noi stessi e gli altri. L’amore è frutto – anch’esso come la persona – di tre componenti, tre c: cervello, cuore, corpo. La parola e l’ascolto fanno venire a galla i sentimenti, l’affettività, il cuore… Ho sentito qualche volta donne che venivano da fuori – foreste, come le chiama la nostra Ilaria Senter – : si lamentavano dei loro uomini trentini, fedeli sì, ma piuttosto orsi, parchi in espressioni di affetto.

Si tratta insomma di imparare a direio e tu in maniera autentica e poi imparare piano piano a dire noi, nostro.

In queste feste natalizie ho posto in due assemblee differenti la domanda “qual è il contrario di famiglia; solo in una delle due ho avuto la risposta giusta; l’aveva già detto il Creatore: “ Non è bene che l’uomo sia solo” e nemmeno la donna: l’opposto di famiglia è solitudine; la compagnia è l’unico rimedio a chi è solo; e la compagnia– in gergo comunione- è dono e compito anche di chi, come il prete, sceglie di non sposarsi.

Oltre che la concentrazione sull’io, e il progressivo apprendimento del noi, credo che l’altra difficoltà della vita matrimoniale sia la mancanza di prospettiva. Fa più paura che in passato il sempre,“nella buona e nella cattiva sorte”. E allora o si tiene aperta la porta di casa, o si viaggia in roulotte o ci si accontenta della tenda. Si tratta più che altro di soluzioni precarie – come tanti lavori – indotte dalla paura, più che dalla debolezza.

Commuove ancora la coppia anziana. E il matrimonio che resiste è ancora considerato la vera autentica casa di riposo, la realistica quota cento nel calcolo della pensione. Ma guardando con realismo le coppie della propria cerchia, diminuisce la speranza di farcela.

La persona vive tra l’io, il tu e il noi; ma vive anche nell’armonia tra passato, presente e futuro. Il futuro non è affidato solo al caso o alla fortuna, ma è affidato anche a noi, alla nostra creatività; il futuro è nelle mani di Dio ma anche nelle nostre. Una roulotte dopo qualche tempo si cambia; una tenda si getta. Una casa si costruisce sulla roccia non sulle ruote; se ne cura la manutenzione altrimenti deperisce, si ristruttura e si allarga se necessario. La casa è l’emblema del vivere insieme, del sentirsi protetti e sicuri. Una famiglia si abita insieme con l’accettazione reciproca, si scalda con l’ amore vicendevole; si restaura con il perdono; come dice il Papa, le parole magiche della famiglia sono permesso…, grazie!, scusa… Corrisponde a quanto mi raccontavano due suore ugandesi: i genitori della nostra tribù insegnano ai loro figli a salutare, ringraziare, perdonare.

Un’ultima annotazione e un rimpallo. Mi si perdoni se come celibe ho parlato di famiglia. Però a chi ha posto al Vescovo la domanda di cui sopra, sottopongo un problema ancora più grave che i rilievi demografici di questo fine/inizio d’anno ci hanno posto: Perché così pochi giovani si sposano? Perché le case, i nidi, le scuole si svuotano?

Cosa possiamo fare per invertire la tendenza?

Don Remo Vanzetta, collaboratore pastorale a Rovereto è stato direttore del Centro Famiglia e parroco di Pergine Valsugana