Author: Claudia Dorigoni

In 800 a Pinè con il vescovo Lauro nel 290° delle prime apparizioni mariane

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Almeno 800 tra ammalati e pellegrini al pellegrinaggio diocesano al santuario di Montagnaga di Piné domenica 2 giugno, a poche ore dall’arrivo nello stesso luogo, la conca della Comparsa, dei giovani pellegrini partiti da Trento. In una splendida giornata da sapore estivo, hanno vissuto una giornata in comunione, fraternità e preghiera. Fin dal primo mattino grande impegno dei sacerdoti per accogliere i tanti accostatisi alla confessione e grande impegno dei volontari di Ospitalità Tridentina.
Nel programma del mattino la processione di molti pellegrini guidata da d. Piero Rattin, rettore del Santuario, partita dalla chiesa di Montagnaga per raggiungere la radura delle apparizioni, dove alle 11.00 il vescovo Lauro ha presieduto la s. Messa animata dal coro locale.

Nella festa dell’Ascensione il Vescovo ha esortato i presenti a “rimanere a Gerusalemme”, cioè dove l’amore ha vinto l’odio e dove Gesù ha risposto al massimo del male con l’amore e il perdono. L’amore vero, che è dire all’altro “Io vivo per te e ti lascio libero”. Gesù ascende al cielo, ma rimane in mezzo agli uomini nel volto dei fratelli. Ascensione che è anche la festa della missione, intesa come servizio al fratello, perché solo l’amore salva e ci si salva lavando i piedi ai fratelli.
Al termine della messa è stato offerto ai presenti un pasto caldo, cui è seguita la recita del rosario meditato, la processione e la benedizione eucaristica.
Il vescovo Lauro ha offerto ai pellegrini una seconda meditazione, ricordando che “chi è senza memoria è a rischio, perché vive nel vortice del presente. E’ bene dunque che venga lo Spirito Santo a ricordarci ciò che Gesù ha fatto, a rimettere nel cuore degli uomini e delle donne il ricordo vivo del dono di Gesù, a portarci il balsamo dell’ascolto della Sua Parola”. Ha poi parlato di un’Europa che “vive avendo sé stessa come unico riferimento, senza memoria”. “Vivere senza il riferimento eucaristico – ha aggiunto – porta gli uomini a diventare merce di scambio e prodotti di consumo. “Chi mangia me vivrà me” dice Gesù. Questo – conclude il vescovo Lauro – non deve rimanere un sogno, un ideale, una percezione. Che Maria doni alla Chiesa di Trento la passione eucaristica e il gesto di convocarci per fare comunione e vivere con l’altro come unico riferimento”. Visiona il VIDEO

Santuario di Pinè celebra 290 anni dalla prima apparizione mariana. Domenica 2 giugno pellegrinaggio diocesano

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Il santuario di Montagnaga di Piné, più familiarmente conosciuto come “La Comparsa” e il più importante della diocesi di Trento, ricorda i 290 anni dalla prima apparizione della Vergine Maria alla pastorella Domenica Targa: era il 14 maggio 1729. Tra gli appuntamenti celebrativi, il più rilevante sarà il pellegrinaggio diocesano presieduto dall’Arcivescovo Lauro, e al quale parteciperanno comunità da tutte le valli con i loro malati. Alle 9.30 partirà la processione dei pellegrini dal Santuario e alle 11.00 seguirà la Celebrazione della Messa alla Comparsa. Nel pomeriggio alle 14.00 – sempre alla Comparsa: il Rosario meditato e la benedizione dei Malati. Come ogni anno la Diocesi di Trento attraverso il suo servizio Salute Pellegrinaggi Anziani, invita le comunità ad accompagnare i propri ammalati a trascorrere un pomeriggio assieme, pregare anche con il vescovo Lauro e a rendere grazie alla Madonna con questo pellegrinaggio, che richiama un gran numero di partecipanti, assistiti dai volontari di Ospitalità Tridentina.

Vai alla locandina

Domenica 26 Maggio, Solennità annuale del Santuario, dal tradizionale pellegrinaggio votivo dell’Altopiano di Piné. Alle ore 15.30 la partenza della Processione dal Santuario con l’arrivo alla Comparsa e la S.Messa solenne presieduta da Mons. Giuseppe Andrich, Vescovo emerito di Belluno – Feltre

Nella notte dall’1 al 2 giugno si svolgerà anche il pellegrinaggio a piedi dei giovani da Trento a Montagnaga, proposto dalla Pastorale Giovanile della Diocesi.

Il programma delle Celebrazioni dell’8 settembre (anniversario della terza apparizione) e del 10 settembre (quarta apparizione a Pralongo) sarà comunicato in seguito tramite il sito web del santuario (www.santuariodipine.it)

 

La delegazione trentina Acos a Roma all’incontro con il Papa

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Papa Francesco ha ricevuto nella mattinata di venerdì 17 maggio 2019 in Sala Clementina 300 membri dell’Associazione Cattolica Operatori Sanitari (Acos). Tra loro, una trentina proveniva dalla Diocesi di Trento. “Il malato – ha detto loro Francesco – non è un numero né una macchina, mentre l’obiezione di coscienza va compiuta con rispetto e dialogo.”
Il Trentino ha avuto un ruolo importante nella nascita di Acos grazie al contributo di don Enrico Nicolini e don Giampaolo Giovanazzi, insieme a Carlo Tenni, infermiere e negli anni ’80 vicepresidente nazionale dell’Associazione. Un ruolo, quello di vicepresidente, tornato ora sulle spalle di un trentino: Mauro Conti, fisioterapista alla APSP Armani di Mori.

Sull’incontro con papa Bergoglio, leggi tutti i dettagli su VATICAN.NEWS

 

dalle impressioni di Carlo Tenni, partecipante all’udienza con papa Francesco:

«L’A.C.O.S. è una associazione nata nel settembre 1978 dalla fusione di due associazioni di infermieri che intuirono che per prendersi cura della persona fragile e malata  era necessario riunire in un’unica associazione tutte le figure coinvolte a diverso titolo nel processo assistenziale: infermieri, medici, fisioterapisti e altri, ma anche studenti delle professioni sanitarie, personale amministrativo e volontari, perché tutti intervengono nella cura della persona malata, sia coloro che “curano le ferite” sia coloro che operano per far sì  che ci siano risorse sufficienti anche per coloro che la società odierna tende a “scartare”.

Nella sanità – ha ricordato il  presidente dell’Acos dott. Mario Morelli nel saluto iniziale – l’aziendalismo sfrenato aumenta sempre più le disuguaglianze e spinge ai margini le persone fragili, rendendole sempre più povere.

Proprio a questo ha fatto accenno il Santo Padre nel suo discorso: “Negli ultimi decenni, il sistema di assistenza e di cura si è trasformato radicalmente, e con esso sono mutati anche il modo di intendere la medicina e il rapporto stesso con il malato.
Proprio lo sforzo di trattare i malati come persone, e non come numeri, deve essere compiuto nel nostro tempo e tenendo conto della forma che il sistema sanitario ha progressivamente assunto. La sua aziendalizzazione, che ha posto in primo piano le 

esigenze di riduzione dei costi e razionalizzazione dei servizi, ha mutato a fondo l’approccio alla malattia e al malato stesso, con una preferenza per l’efficienza che non di rado ha posto in secondo piano l’attenzione alla persona, la quale ha l’esigenza di essere capita, ascoltata e accompagnata, tanto quanto ha bisogno di una corretta diagnosi e di una cura efficace“.

Ci ha fatto piacere che il Santo Padre, abbia accennato anche a chi si prende cura del malato: di noi operatori, del nostro carico di lavoro e della nostra formazione.

La cura che prestate ai malati, – ci ha detto il Santo Padre – così impegnativa e coinvolgente, esige che ci si prenda cura anche di voi. Infatti, in un ambiente dove il malato diventa un numero, anche voi rischiate di diventarlo e di essere “bruciati” da turni di lavoro troppo duri, dallo stress delle urgenze o dall’impatto emotivo. È quindi importante che gli operatori sanitari abbiano tutele adeguate nel loro lavoro, ricevano il giusto riconoscimento per i compiti che svolgono e possano fruire degli strumenti adatti per essere sempre motivati e formati“.

E sulla formazione il Santo Padre ci ha indicato la strada: “La formazione non sia solo confronto, studio e aggiornamento, ma ponga una particolare cura alla spiritualità, in modo che sia riscoperta e apprezzata questa dimensione fondamentale della persona, spesso trascurata nel nostro tempo, ma così importante, soprattutto per chi vive la malattia o è vicino a chi soffre“.

Ci ha colpito come ha introdotto il tema dell’obiezione di coscienza: “Una scelta – ha detto –  che non deve essere motivo di disprezzo o di orgoglio. Si deve farla con umiltà e rispetto, cercando il dialogo non come chi sale in cattedra, ma come chi cerca il vero bene delle persone. Un tema questo quanto mai attuale sia in ambito sanitario vero e proprio, ma anche più ampiamente in ambito sociale: il rispetto e l’accoglienza dell’altro“.

Infine ci ha incoraggiati   “… a valorizzare sempre l’esperienza associativa, affrontando con nuovo slancio le sfide che vi attendono negli ambiti che insieme abbiamo considerato. Una buona sinergia tra le sedi regionali farà in modo che le forze dei singoli e dei vari gruppi locali non restino isolate ma siano coordinate e si moltiplichino“. E ancora: “Per mantenere sempre vivo il vostro spirito, vi esorto ad essere fedeli alla preghiera e a nutrirvi della Parola di Dio: sempre con il Vangelo in tasca, sempre a portata di mano: cinque minuti, si legge, così che entri in noi la Parola di Dio“.

Abbiamo vissuto questo momento quasi come una conferma della missione della nostra Associazione, nata tanti anni fa, ma sicuramente con una nuova spinta dopo questo incontro con Papa Francesco, anche per il nostro gruppo di Trento, con cui abbiamo condiviso questa grande emozione.
Incontrare il Papa e salutarlo personalmente nella sua semplicità e umiltà con il sorriso che lo contraddistingue, è stata la sorpresa più bella –  sguardo nello sguardo – momento unico ed emozionante.

La  parola che ci esce dal cuore è GRAZIE».

Il mondo degli anziani si interroga sul futuro dell’Europa. A Trento Daniele Rocchetti (Acli Bergamo)

Giovedì 9 maggio ore 9 all'Oratorio del Duomo. Promuovono: Diocesi, Acli, Coordinamento Circoli
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Perché mai gli anziani dovrebbero interessarsi dell’Europa? Perché il suo futuro è il loro, ma è soprattutto quello dei loro figli e, ancor più, dei loro nipoti. E’ la premessa dell’incontro organizzato a Trento giovedì 9 maggio ad ore 9.00 all’oratorio del Duomo, in via Madruzzo da FapAcli, Coordinamento Circoli provinciali e Arcidiocesi di Trento – Servizio Salute Pellegrinaggi Anziani. 

Relatore Daniele Rocchetti, giornalista e Presidente della Acli di Bergamo. Titolo del suo intervento: “Come pensare l’Europa? Per l’oggi, per il domani, per quanti verranno dopo di noi”.

L’appuntamento è chiaramente in relazione con la scadenza elettorale del prossimo 26 maggio, con il voto per il rinnovo del Parlamento Europeo. In questa occasione – spiegano gli organizzatori – ci giochiamo l’eredità dei nostri padri, ci giochiamo il nostro futuro. L’Europa è un elemento importante, decisivo e centrale per il nostro benessere. Ha garantito pace duratura e tutela alla collettività. Non siamo ingenui: sappiamo che esistono limiti, non li trascuriamo. Migliorare l’Europa non significa abbandonarla, ma renderla ancora più solidale, più vicina ai cittadini. L’Europa è un treno che l’Italia non può perdere, a tutela dei più deboli. Quello che è importante fare è trasmettere, soprattutto ai giovani, l’idea che l’Europa è il nostro destino, anche se oggi spesso la vediamo a volte indifferente alla vita concreta delle persone. Dobbiamo capire che quella europea è la sola comunità che ci può dare la speranza di essere protagonisti nella vita di domani, dove gli altri grandi paesi del mondo avranno un ruolo prevalente, visto che nessun paese europeo, da solo, potrà contare qualcosa.

Gli Anziani, custodi e memori della storia del secolo passato, sono più responsabili di tutti.

Visualizza la LOCANDINA

IMMAGINE COPERTINA TRATTA DA

Operatori Caritas e Consulta Salute insieme per il Convegno annuale il 23 marzo al Collegio Arcivescovile

"Il povero e il malato profezia per tutti"
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Avrà luogo a Trento presso il Collegio Arcivescovile il convegno annuale nel quale si è introdotta la novità di dedicarlo particolarmente agli operatori e volontari della Caritas e della Pastorale della Salute. L’idea è quella di mettere insieme due “mondi”, Caritas e Ammalati, che senz’altro hanno già molto da raccontarsi e che probabilmente condividono esperienze e iniziative con più frequenza di quello che si possa pensare. Molti di questi operatori sono già attivi sia sul fronte della carità che su quello dell’assistenza agli ammalati. Ecco allora il senso e lo spirito di fare le cose insieme, per quanto possibile.
Anche lo stile del Convegno vuole essere un po’ rinnovato, a partire dall’introduzione del vescovo Lauro, dalla relazione della dott.ssa Marisa Bentivogli, che a Bologna opera sia in Caritas che in Pastorale della Salute e dagli interventi che faranno da corona a tutta la mattinata.

L’appuntamento per il convegno  “Il povero e il malato profezia per tutti” è sabato 23 marzo 2019 dalle ore 8.45 alle 12.00 a Trento presso l’Aula Magna del Collegio Arcivescovile

Tutte le informazioni nella locandina del Convegno

 

Sussidi e iniziative della diocesi di Trento per la XXVII Giornata Mondiale del Malato del prossimo 11 febbraio

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In occasione della XXVII Giornata mondiale del Malato 2019 di lunedì 11 Febbraio, l’area Testimonianza della Diocesi ha predisposto sussidi utili per la preparazione e la celebrazione che possono essere utilizzati nelle Parrocchie, negli Ospedali e nelle Case di Riposo.

 

Locandina per Trento – messa in Santa Maria Maggiore

Locandina per le Valli – Gionata Mondiale Malato
 (ognuno finirà  di compilarla con la data e l’orario della propria messa dedicata ai malati)

Messaggio del Santo Padre Francesco

Indicazioni per la Messa GMM 2019

 

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Liturgia della Parola Giornata Mondiale del Malato 2019 

Scheda teologica pastorale Giornata Mondiale del  Malato 2019  

Preghiera per XXVII Giornata Mondiale del Malato 2019
 (da fotocopiare e consegnare anche ai malati)

 

 

Laici e presbiteri, due anime (3 febbraio 2019)

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A volte nelle nostre comunità in crescita viene proposta una via di incontro e di coinvolgimento che tuttavia non trova accoglimento nella “parte presbiterale” che ha ancora bisogno del controllo e della gestione. Come possiamo favorire l’incontro di queste due anime?

domanda raccolta in Assemblea pastorale di Rovereto

 

La domanda è ampia e si presta a diversi percorsi. Sicuramente viene da un laico impegnato in parrocchia che non trova – lui o il gruppo di cui fa parte – ascolto o considerazione da parte del parroco (la “parte presbiterale” dice). “Comunità in crescita”, si dice all’inizio: in crescita di parrocchie con un solo parroco (Unità Pastorali), con un calo di celebrazioni festive e di cristiani partecipanti, un calo anche di iniziative pastorali probabilmente, un calo di incidenza della comunità cristiana nel tessuto sociale?
Ci troviamo a vivere dentro un “cambiamento d’epoca” fin troppo veloce ed anche il parroco lo avverte (anche sul piano numerico) pur potendo contare su altri sacerdoti collaboratori, spesso anziani, che aiutano come possono nelle liturgie eucaristiche e nelle confessioni. In questa situazione – ammettiamolo – c’è anche una insicurezza del prete rispetto al suo ruolo e alle sue mansioni che a volte diventa insofferenza. Quante altre variabili potremmo aggiungere, vissute peraltro anche dai laici impegnati, si dirà, ma in una prospettiva diversa.
La parte “presbiterale”, infatti, la avverte dal punto di vista del responsabile che sente e vive tutti gli umori e le tensioni, anche sociali e politiche, che incidono sulla comunità parrocchiale. In qualche occasione può capitare che non ce la faccia, perda le staffe, diventi rigido, non sia più capace di ascoltare.
Oltre a ciò ci sono le fragilità umane del prete che un tempo erano più facilmente accettate semplicemente perché egli era “il capo” e il capo non si discute.
Oggi non è più così, non può esser più così, lo sappiamo tutti preti e laici: si parla ormai da decenni, non solo di collaborazione dei laici, ma di corresponsabilità. Ma uno è il “dire”, altro il “fare”. C’è la via stretta del Vangelo da percorrere, sia per i preti che per i laici, la via della conversione al Vangelo. A diversi livelli nella Chiesa si sta cercando di introdurre delle riforme nelle strutture ecclesiali (parrocchie, Unità pastorali, Zone pastorali, Curia diocesana, Curia romana), ma quante resistenze, in primis da parte dei preti, ma non solo: la paura del cambiamento. In questi ultimi 15 giorni abbiamo vissuto la “Settimana di aggiornamento del clero”, partecipata complessivamente da 110 sacerdoti, che aveva per tema “Pastori, evangelizzati per evangelizzare” (vedi ultimo numero di Vita Trentina). Era un titolo impegnativo per noi preti chiamati sempre a lasciarci evangelizzare: dal Vangelo di Cristo che ascoltiamo, dalle vite concrete che incontriamo nel riconoscimento dello Spirito di Dio che sempre parla. E’ una conversione spirituale da fare, dentro di noi, per poter essere disponibili a rivedere gli organismi ecclesiali e il loro funzionamento all’interno di un vero dialogo e di uno stile di corresponsabilità.
Parliamo, impariamo a dirci le cose come le sentiamo e a confrontarci con il Vangelo. E ancora, osiamo esercitare una correzione fraterna tra noi: laici e preti. È un cammino lungo, da  percorrere stando “sotto la Parola” come ama sottolineare anche il nostro Vescovo. Un cammino sicuramente faticoso, ma che val la pena vivere.

Don Ferruccio Furlan, Vicario episcopale per il clero

Come educarsi a vincere l’egoismo? (27 gennaio 2019)

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La nostra società ci porta a pensare egoisticamente a noi stessi. Come è possibile educarsi a “dimenticare se stessi”?

L’osservazione che la nostra cultura produce egoismo è vera specialmente perché insiste tanto sulla persona – sui diritti della persona e sulla libertà della persona – diritti e libertà che si sentono limitati, minacciati dagli altri. Il problema sta nel promuovere la personalità e la libertà nostra e altrui con il terzo valore venuto in primo piano nella cultura moderna: l’amore. Risponderei quindi alla domanda in maniera paradossale: l’egoismo si supera non dimenticando se stessi, ma amando se stessi.

Nel sentire comune, l’amore di sé suona come amor proprio, egocentrismo, ambizione, vanagloria… narcisismo direbbe il Vescovo. Un amore questo diametralmente opposto all’amore cristiano che esige l’amore de gli altri, fino alla rinuncia totale a se stessi: “Se uno non rinnega se stesso…”. Eppure … l’amore di sé e l’amore del prossimo sono due facce dello stesso amore: se non amo me stesso, nemmeno riesco ad amare gli altri; se non amo gli altri non riesco ad amare me stesso. La persona che non ama se stessa non ama nessuno. Solo un certo modo di amare se stessi contrasta con l’amore degli altri; anzi, a rigore, egoismo e narcisismo non sono nemmeno amore di sé: nella concentrazione su se stessi, si ha sempre paura di perdere qualcosa, di dover dividere qualcosa; si è sempre in attesa di qualcosa che ci manca e lo si pretende da parte degli altri… Invece è “dando che si riceve”.

Il fatto è che se io non amo me stesso, se non mi piaccio, andrò continuamente in cerca di qualcuno che mi ami, che mi approvi, mi confermi, che mi dica “ho bisogno di te”, che dipenda da me. Se invece sono contento o almeno mi accontento di quello che sono, mi sento libero di amare, libero di mettere in moto le mie risorse. Se non mi amo, sono come inceppato, bloccato, sempre preoccupato di me. Ciò che inquina il cosiddetto amore per gli altri è spesso proprio la mancanza dell’amore di sé. Di fatto non sempre “l’a more del prossimo”, “il bene dell’altro” è puro, è autentico.

Trovo persone pronte a far del bene; ma guai se non lo accetti. Trovo persone umili; ma guai se le inviti a tirarsi in disparte. Mi fido di più di quelli che non mi “vogliono bene”: mi lasciano più libero; sono più schietti quando mi parlano. Non mi piace l’amore-dovere. Non mi piace chi si preoccupa “del mio bene”. Il comandamento “Ama il prossimo come te stesso” non indica solo una misura per l’amore del prossimo: “ama gli altri almeno tanto, quanto ami te stesso”; ma indica anche la modalità, il come esprimere l’amore per l’altro. Il comandamento dice anche la condizione per amare gli altri: “ama te stesso, se vuoi amare gli altri”; anzi: puoi amare gli altri più di te stesso, così come ha fatto Cristo, solo se ami anche, e prima, te stesso. Il credente ha tre persone da amare: Dio, il prossimo e se stesso.

Il problema sempre aperto è quello di mettere d’accordo l’amore di sé, con l’amore dell’altro, di coniugare l’io con il tu, di arrivare al noi dell’amore reciproco. Mi spiego con l’esempio di un convoglio ferroviario: tra un vagone e l’altro c’è una catena che li tiene uniti e un respingente che impedisce di tamponarsi. Nelle relazioni umane c’è una catena, l’amore che permette all’io e al tu di viaggiare insieme; c’è un respingente che li tiene a debita distanza: è il rispetto che permette all’altro di essere se stesso. Non posso qui descrivere le tappe del viaggio e le stazioni di agganciamento. Posso solo assicurare che a ottant’anni sono ancora addetto alla mia ferrovia.

don Remo Vanzetta