L’eterno umano viaggiare

Al Festival Biblico l'accattivante incontro con Duccio Demetrio
facebooktwittergoogle_plusredditpinterestlinkedinmail

Partire, andare, peregrinare, girovagare, sostare, sperimentare, camminare. Fuori e dentro di sé. È un “viaggio” all’insegna di verbi la cui essenza è il movimento – simbolico e reale – quello che il filosofo Duccio Demetrio ha offerto nell’incontro dedicato a “L’eterno umano viaggiare”, svoltosi sabato 20 maggio nella Biblioteca del Vigilianum, a Trento. 

Un percorso accattivante durante il quale Demetrio, a lungo professore ordinario di Filosofia dell’educazione e della narrazione all’Università Milano-Bicocca, fondatore della Libera Università dell’Autobiografia di Anghiari (AR) e dell’Accademia del silenzio e autore di libri quali “Filosofia del camminare (R. Cortina, 2005) e “La religiosità della terra” (R. Cortina, 2013), ha rievocato le parole di scrittori, filosofi e poeti che si sono lasciati interrogare dal tema del viaggio e condotto i presenti in un’escursione lungo affascinanti panorami dell’interiorità, guidandoli fino ai “passi” del poverello d’Assisi, ripercorsi nel suo “Scrivi, frate Francesco” (EMP, 2017).

Esiste un intreccio tra dimensione filosofica, spirituale e il gesto concretamente fisico dell’andare e camminare e Demetrio, partendo dalla constatazione che oggi si viaggia molto e ovunque, ha evidenziato tuttavia che lo spirito del viaggiare è spesso svuotato dei significati ad esso ricollegabili e che troviamo anche nei testi biblici.

Oggi si parte cercando svago, divertimento, distrazione e più che riportarci a noi stessi, il viaggio ci spersonalizza. Il viaggio autentico, invece, è quello che si rivela fonte di cambiamento, e perciò educativo, e strumento attraverso il quale coltivare il nostro mondo interiore.

“Ci si mette in viaggio per sopravvivere, per fuggire dalla povertà, dalle persecuzioni, dal rischio di morire. Per inseguire un sogno, per dimenticarci di noi stessi. Il filosofo cattolico Gabriel Marcel con il suo “Homo viator” (1942-43) affermava la speranza nella pace in piena seconda guerra mondiale, dichiarando che essa si potrà instaurare solo se l’uomo conserverà la consapevolezza della sua condizione itinerante. Quella del viandante, colui che va per via, immagine che nell’esperienza cristiana significa cercare la via, non trovarla, ritentare, ma anche avere dentro di sé una meta, e nonostante l’incertezza e lo spaesamento, restare aperti al nuovo”.

Il viaggio può essere il “cammina verso te stesso” di Michel de Mointagne che porta a visitare i diversi lati della nostra personalità; può incarnare la possibilità di costruirsi strada facendo – è il messaggio dell’aforisma di Fernando Pessoa “il viaggio è il viaggiatore”, o di “Caminante”, poesia in cui Antonio Machado scrive che “il sentiero non esiste, si traccia camminando, viandante sono le tue orme il sentiero” -, oppure può essere l’andare infantile di un bambino come nella poesia di Attilio Bertolucci, “Verso le sorgenti del Cinghio”. In ogni caso, ha ricordato Demetrio, esso presuppone una sperimentazione, come evidenzia il filosofo ateo Michel Onfray nel suo “Filosofia del viaggio” (Ponte alle Grazie, 2010).

“Nel viaggio a piedi, protagonisti sono i piedi e i passi che svelano la legge universale del divenire incessante: il corpo si muove, procede, si sottopone alla fatica. Diveniamo per attraversare la vita, in solitudine o insieme, per migliorare. Diveniamo quando siamo di fronte ad un bivio. Anche girovagare senza meta è una risorsa importante se implica l’apertura allo stupore, alla contemplazione, al silenzio”.

“Scrivi, frate Francesco” nasce dal desiderio dell’autore di capire come camminava S. Francesco e  l’incontro si è concluso con la lettura di un “ideale del camminare virtuoso” rintracciato nei suoi testi autobiografici: “Amava andare a zonzo, avventurandosi in luoghi impervi per curiosità. Ogni tanto si fermava a meditare, poi ripartiva baldanzoso dopo aver goduto del silenzio, intonando canti o dettando le ispirazioni del momento. Non aveva santuari da raggiungere, il Vangelo lo portava dentro sé”. (Patrizia Niccolini)