Da chi dipende il dono della fede? (2 dicembre 2018)

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La fede è un dono, si afferma. Vuol forse dire che non dipende da noi, o che non tutti lo possono ricevere?

un pellegrino trentino

 

Che sia un dono è fuori discussione, e dono di Dio per l’esattezza. Ma che egli lo offra a certuni e lo rifiuti ad altri, ebbene no. Non è da Dio un tal modo di agire. Lo confermano molte espressioni degli scritti degli apostoli, dai vangeli alle lettere; eccone una, tra le altre: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano a conoscere la verità” (san Paolo a Timoteo, prima lettera: 2,3- 4).
Cos’è allora che interviene a discriminare tra credenti e non credenti? Certamente la libera decisione di ogni individuo: compete a lui accettare o meno di entrare in quella relazione che Dio gli offre (non si dimentichi infatti che fede-dono-di-Dio proprio questo significa: una relazione interpersonale in cui Dio stesso prende l’iniziativa; e non è illuminante, a questo riguardo, che anche l’anello che gli sposi portano al dito si chiami fede?). La libera decisione delle persone tuttavia non è l’unico motivo discriminante: se così fosse, tutti i non credenti sarebbero evidentemente colpevoli, il che è assolutamente inaccettabile. Vi sono altre ragioni da tener presenti, oltre la libera decisione personale. Per esempio il fatto che ogni individuo è diverso dall’altro: per
indole, per ritmi e tempi di crescita e di maturazione (non solo fisica o intellettuale, ma anche interiore, spirituale); diversi lo si è per itinerari di vita, storie personali, bagagli di convinzioni e ideali ricevuti in eredità o confezionati dall’educazione ricevuta nella primavera della vita… e Dio solo sa quanti e quali altri motivi accanto a questi si potrebbero elencare. Ciò va detto non per sminuire l’importanza della libera scelta o la responsabilità di ciascuno di fronte al dono della relazione di fede che Dio offre, ma piuttosto per consentire a chi crede di posare uno sguardo più equilibrato, benevolo e senza paraocchi, su quanti si dichiarano non-credenti, e permettere anche a questi (perché no?) di evitare sia la sensazione di ritenersi ingiustamente esclusi da un bene che spetterebbe a tutti per diritto, sia la presunzione o l’illusione (che minaccia sia credenti che non credenti) di ritenersi comunque apposto, al punto da potersi permettere di pronunciare giudizi o sentenze sugli altri.
Trarre conclusioni sulla presenza o assenza di fede nella vita delle persone non è competenza dell’umano buon senso. Prova ne sia il giudizio
e l’atteggiamento di Gesù Cristo a tale riguardo; egli, Figlio di Dio, fu più volte sorpreso di trovare in individui ufficialmente “pagani” una fede più grande che nel suo popolo credente (cfr. Matteo 8,5-13; 15,21-28) , così come fu sorprendentemente amareggiato nel riscontrare in quel popolo ufficialmente credente una vistosa incredulità di fatto (cfr. Luca
10,13-16). In ogni caso, allorché si tratta di offrire quel dono immensamente prezioso che è la relazione di fede! Dio – Gesù Cristo – è infinitamente paziente, rispettoso e discreto. Il che trova espressione in una bella immagine scenografica che lui stesso ci presenta: “Ecco – dice – sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Apocalisse 3,20).
Se sono onesti, sia i credenti come i non credenti hanno qualcosa di molto vitale da condividere: il dubbio. L’assenza di dubbi nell’esperienza della fede è chiaro segnale che quella fede langue, è tiepida, superficiale. Così come nella vita di chi non crede: il dubbio è riprova del fatto che, se pure non vi è alcuna esplicita traccia del Trascendente, ciononostante la ricerca di senso della vita (garanzia della grandezza e dignità d’ogni persona) non è mai interrotta, né l’ansia smorzata.
E non è consolante poter riconoscere con realismo che tra credenti e non credenti c’è comunque un’esperienza che ci accomuna, e cioè il dubbio?

don Piero Rattin