Author: Claudia Dorigoni

Da chi dipende il dono della fede? (2 dicembre 2018)

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La fede è un dono, si afferma. Vuol forse dire che non dipende da noi, o che non tutti lo possono ricevere?

un pellegrino trentino

 

Che sia un dono è fuori discussione, e dono di Dio per l’esattezza. Ma che egli lo offra a certuni e lo rifiuti ad altri, ebbene no. Non è da Dio un tal modo di agire. Lo confermano molte espressioni degli scritti degli apostoli, dai vangeli alle lettere; eccone una, tra le altre: “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e giungano a conoscere la verità” (san Paolo a Timoteo, prima lettera: 2,3- 4).
Cos’è allora che interviene a discriminare tra credenti e non credenti? Certamente la libera decisione di ogni individuo: compete a lui accettare o meno di entrare in quella relazione che Dio gli offre (non si dimentichi infatti che fede-dono-di-Dio proprio questo significa: una relazione interpersonale in cui Dio stesso prende l’iniziativa; e non è illuminante, a questo riguardo, che anche l’anello che gli sposi portano al dito si chiami fede?). La libera decisione delle persone tuttavia non è l’unico motivo discriminante: se così fosse, tutti i non credenti sarebbero evidentemente colpevoli, il che è assolutamente inaccettabile. Vi sono altre ragioni da tener presenti, oltre la libera decisione personale. Per esempio il fatto che ogni individuo è diverso dall’altro: per
indole, per ritmi e tempi di crescita e di maturazione (non solo fisica o intellettuale, ma anche interiore, spirituale); diversi lo si è per itinerari di vita, storie personali, bagagli di convinzioni e ideali ricevuti in eredità o confezionati dall’educazione ricevuta nella primavera della vita… e Dio solo sa quanti e quali altri motivi accanto a questi si potrebbero elencare. Ciò va detto non per sminuire l’importanza della libera scelta o la responsabilità di ciascuno di fronte al dono della relazione di fede che Dio offre, ma piuttosto per consentire a chi crede di posare uno sguardo più equilibrato, benevolo e senza paraocchi, su quanti si dichiarano non-credenti, e permettere anche a questi (perché no?) di evitare sia la sensazione di ritenersi ingiustamente esclusi da un bene che spetterebbe a tutti per diritto, sia la presunzione o l’illusione (che minaccia sia credenti che non credenti) di ritenersi comunque apposto, al punto da potersi permettere di pronunciare giudizi o sentenze sugli altri.
Trarre conclusioni sulla presenza o assenza di fede nella vita delle persone non è competenza dell’umano buon senso. Prova ne sia il giudizio
e l’atteggiamento di Gesù Cristo a tale riguardo; egli, Figlio di Dio, fu più volte sorpreso di trovare in individui ufficialmente “pagani” una fede più grande che nel suo popolo credente (cfr. Matteo 8,5-13; 15,21-28) , così come fu sorprendentemente amareggiato nel riscontrare in quel popolo ufficialmente credente una vistosa incredulità di fatto (cfr. Luca
10,13-16). In ogni caso, allorché si tratta di offrire quel dono immensamente prezioso che è la relazione di fede! Dio – Gesù Cristo – è infinitamente paziente, rispettoso e discreto. Il che trova espressione in una bella immagine scenografica che lui stesso ci presenta: “Ecco – dice – sto alla porta e busso. Se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta, io verrò da lui, cenerò con lui ed egli con me” (Apocalisse 3,20).
Se sono onesti, sia i credenti come i non credenti hanno qualcosa di molto vitale da condividere: il dubbio. L’assenza di dubbi nell’esperienza della fede è chiaro segnale che quella fede langue, è tiepida, superficiale. Così come nella vita di chi non crede: il dubbio è riprova del fatto che, se pure non vi è alcuna esplicita traccia del Trascendente, ciononostante la ricerca di senso della vita (garanzia della grandezza e dignità d’ogni persona) non è mai interrotta, né l’ansia smorzata.
E non è consolante poter riconoscere con realismo che tra credenti e non credenti c’è comunque un’esperienza che ci accomuna, e cioè il dubbio?

don Piero Rattin

Cosa conservare della tradizione? (18 novembre 2018)

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“Tradizione non è adorare le ceneri, ma tenere acceso il fuoco” ha detto il compositore Gustav Mahler. E allora le chiediamo in questo desiderio di forte rinnovamento, come impedire però di lasciar per strada il positivo che si è visto e realizzato in passato?

domanda alla quale mons. Tisi ha risposto a braccio all’assemblea pastorale a Lavis

 

Vi ringrazio molto di questa domanda, perché mi dà il modo di precisare che l’insistenza di questi mesi sulla necessità di cambiare e avere un passo nuovo non significa per nulla cancellare tutto quello che il passato ci ha consegnato. Questo peraltro vale anche sul piano personale. Ognuno di noi è anche il suo passato, quello che faccio oggi è anche frutto del mio passato, è il mio passato. Nessuno di noi azzera dunque totalmente quanto successo prima. Anche l’espressione “dobbiamo girare pagina” è riduttiva, perché ci portiamo sempre dietro le pagine precedenti. Come comunità ecclesiale trentina sappiamo poi di avere alle spalle un passato in tanti aspetti molto positivo. Vi invito a pensare ad esempio al valore vissuto dell’accoglienza: se ascoltiamo i nostri anziani, ci raccontano che un tempo quando passava dalle case un povero o uno straniero veniva sempre ospitato, era normale aggiungere un posto a tavola o dargli un tetto per la notte. Le nostre comunità erano terreno di accoglienza. Quest’atteggiamento diffuso va salvato, va ripreso, raccontato. Un altro esempio: era normale in certi paesi piccoli convocarsi la domenica anche se il parroco non poteva essere presente. In questo ritrovarsi c’era anche il valore di un incontro, il coraggio di fermare il tempo e darsi un appuntamento in chiesa. Penso anche – e lo posso testimoniare personalmente – come fosse condivisa nella comunità l’attenzione a prendersi cura delle famiglie bisognose con figli orfani, fornendo loro i vestiti e altri aiuti materiali. E farlo in modo discreto e spontaneo, senza nemmeno organizzare comitati a questo scopo. Se tante volte si parla di controllo sociale nei paesi piccoli, dobbiamo prendere atto che c’era anche una grande carità “sociale”, esercitata comunitariamente.
Ed è giusto rifarsi a queste vicende quando si richiama l’importanza di educare alla carità l’intera comunità cristiana, senza delegare tutto ai gruppi Caritas o ai ministri dell’Eucaristia. Penso anche a tanti cristiani che dedicavano la domenica ad andare all’ospedale a trovare gli ammalati del paese.
Quando penso alla tradizione allora non penso ad uno stendardo da rispolverare e portare nelle strade – pur non avendo nulla contro le processioni, anzi – ma a questi vissuti di fede che sono vero annuncio del Vangelo. Altrimenti il rischio è che della tradizione conserviamo qualcosa che non è essenziale. Su questo dobbiamo sempre discernere insieme.

Arcivescovo Lauro

Religione e fede non sono la stessa cosa (4 novembre 2018)

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La religione viene insegnata a scuola e anche nella catechesi. Ma qual è la condizione perché animi davvero la vita? In altre parole: come passare dalla religione alla Fede?

Una lettrice

 

La risposta a questi interrogativi è anche occasione per fare chiarezza sulle parole: l’insegnamento religioso scolastico non è affatto sinonimo di catechesi, così come fede non equivale semplicemente a religione.

Che la scuola offra, tra le altre materie, anche l’insegnamento religioso, è un dato doveroso che rientra in quel bagaglio d’istruzioni che formano gli individui; a prescindere dal fatto che essi condividano o meno i contenuti di quell’insegnamento, è la loro maturazione culturale che lo esige: la religione infatti ha contrassegnato tutti gli ambiti della cultura e della vita, sia individuale che sociale. Ignorarlo avrebbe come conseguenza il trovarsi privi di critèri di valutazione e incapaci di trovare risposte a molti “perché”. Nulla di strano, pertanto, che al giorno d’oggi – dato il pluralismo religioso che caratterizza ormai la convivenza sociale – non solo il Cristianesimo ma anche le altre religioni trovino spazio nell’insegnamento che la scuola deve offrire.

Tale insegnamento, tuttavia, si limita ad istruire, non può pretendere di portare i destinatari (scolari o studenti) a condividere i suoi contenuti. Questa responsabilità spetta alla catechesi, offerta dalle Comunità cristiane e liberamente scelta dalle famiglie che vogliono crescere i loro figli secondo valori e ideali tipicamente cristiani. In altre parole: se l’insegnamento religioso è questione di “conoscenza di valori e di ideali” senza alcuna pretesa di modificare la condotta delle persone, la catechesi si caratterizza anzitutto come esperienza viva di quegli stessi valori e ideali, o meglio ancora, come “cammino di fede”.

E a questo punto occorre dirlo con chiarezza: religione e fede non sono la stessa cosa. A confermarlo basterebbe il fatto che le religioni al mondo sono all’incirca 50, mentre le fedi si riducono a 3 soltanto(ebraismo, cristianesimo, islam). In cosa consiste la differenza? Detta in parole estremamente semplici, eccola: la religione è invenzione degli uomini, la fede è iniziativa di Dio. Con ciò non si intende sottovalutare l’importanza delle religioni: esse attestano fin dai primordi della storia umana che l’uomo non può far a meno di cercare l’Assoluto che lo trascende; sono tentativi, strade aperte dagli uomini in questa inesausta ricerca.Ma proprio perché risultato d’iniziativa umana, accanto ad aspetti positivi mostrano pure risvolti deleteri e negativi: la storia lo dimostra ampiamente. Oltretutto, nelle religioni, ogni movimento – se così si può dire – si esaurisce a senso unico: dall’uomo alla divinità. È l’uomo che cerca, è lui che offre sacrifici, prega se si trova in necessità e non sa dove sbattere la testa… Non si chiede nemmeno se anche la divinità abbia qualcosa da comunicargli. Tutto avviene in termini di monologo insomma: è la caratteristica di tutte le religioni.

La Fede, invece, è iniziativa di Dio. È lui che viene a cercare l’uomo: lo chiama (certo, non via cellulare e nemmeno per e-mail… È la vita, con i suoi eventi, incontri, tornanti, il luogo in cui risuonano le chiamate di Dio: sempre discrete, tuttavia, al punto che tocca all’uomo farsi attento e riconoscerle). “Dio cerca l’uomo perchè mosso dal suo amore di Padre” (Giovanni Paolo II). Se l’uomo sta al gioco e risponde a quella chiamata, la relazione che ne risulta prende il nome di “Fede”. E come ogni relazione (a cominciare da quella coniugale, contrassegnata da quell’anello particolare che – guarda caso – si chiama “fede”) è caratterizzata dalla logica del dialogo, dalla reciprocità, non certo dal monologo. Dialogo e reciprocità, a quel punto, qualificano anche le relazioni con gli altri, perché la Fede (a differenza della religione) è un’esperienza che si può fare unicamente in un orizzonte di condivisione. Essere credenti, pertanto, non significa pensare che Dio esista e semmai invocarlo ogni tanto, ma intrattenere con lui una relazione vitale, intrisa di confidenza (e perciò anche capace di contestazione all’occorrenza, perché no?), abitata soprattutto da molto ascolto più che da tante chiacchiere. Purtroppo, occorre riconoscerlo, in realtà la fede di molti credenti assomiglia più a un monologo religioso che a una relazione viva e vera con Dio: non percepiscono le sue chiamate, sono sordi ai suoi messaggi; non sanno dialogare con lui. È allora che la fede decade a religiosità fredda e sterile, anzi: peggio; è allora che può diventare perfino disastrosa nelle sue espressioni, dal momento che non è più Dio a indicare il cammino, ma l’uomo in base alle sue visuali ristrette e ai suoi interessi immediati. La religione, a quel punto, è sfruttata per mascherarli, per legittimarli. Ma è un crimine orribile.

Che fare per passare dalla religione alla fede? Una cosa sola: porsi nelle condizioni di sentire le numerose chiamate di Dio (che risuonano in molteplici modalità, non certo in situazioni assordanti o frenetiche, ma nella semplice e profonda ordinarietà della vita quotidiana). E, oltre che sentirle, ascoltarle. Per rispondergli. È allora che la fede si fa relazione affascinante, anzi, seducente e irrinunciabile.

don Piero Rattin