Author: Claudia Dorigoni

Quelle omelie “troppo” dal pulpito (21 ottobre 2018)

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Talvolta nelle omelie si percepisce un atteggiamento di superbia, di sicurezza, la convinzione di pensare sempre in modo corretto. Penso invece che le omelie devono essere più dirette verso la gente e saper passare dalle parole ai fatti; l’esempio migliore ci viene da Papa Francesco, non vi pare?

domanda posta in occasione dell’Assemblea di zona pastorale

 

Mi aveva sorpreso il fatto che Papa Francesco avesse dedicato ben 40 paragrafi della sua Esortazione Apostolica programmatica Evangelii Gaudium (EG) proprio al tema dell’omelia. Ritenevo fosse un argomento da preti e lui l’ha invece scritto per tutto il Popolo di Dio, laici compresi. Segno evidente che voleva che su questo tema anche i laici aiutassero i preti.
Dice, infatti, Francesco: “Mi soffermerò particolarmente, e persino con una certa meticolosità, sull’omelia e la sua preparazione, perché molti sono i reclami in relazione a questo importante ministero e non possiamo chiudere le orecchie. L’omelia è la pietra di paragone per valutare la vicinanza e la capacità d’incontro di un Pastore con il suo popolo. Di fatto, sappiamo che i fedeli le danno molta importanza; ed essi, come gli stessi ministri ordinati, molte volte soffrono, gli uni ad ascoltare e gli altri a predicare. È triste che sia così” (EG 135). Giustamente la domanda rivolta al Vescovo e rilanciata su Vita Trentina esprime il disagio di molti anche oggi, anche nelle nostre chiese.
Anche noi preti sappiamo per esperienza la fatica di stare dall’altra parte dell’ambone ad ascoltare… Facendo scuola proprio di omiletica in seminario dico agli alunni che abbiamo ridotto un momento bello di “conversazione famigliare” (questo significa omilein in greco) in una fatica pesante per noi che dovremo preparare bene le omelie e per i poveri laici costretti ad una altrettanta penosa fatica ad ascoltare a volte omelie inconcludenti e magari, come denuncia la domanda, con alterigia, sicumera o prosopopea. Karl Barth direbbe che se “la catechesi è un discorso su Dio; la predicazione è un discorso di Dio a noi”. Per questo è importante ricordare: Non “io parlo”, ma parla Dio. L’allora cardinale J. Ratzinger con la sua arguzia e il suo realismo chiosava: “Il miracolo della Chiesa è di sopravvivere ogni domenica a milioni di pessime prediche”.
Papa Francesco (in EG 139-140) ci offre alcune indicazioni concrete e sapienti, dicendo: «La Chiesa è madre e predica al popolo come una madre che parla a suo figlio, sapendo che il figlio ha fiducia che tutto quanto gli viene insegnato sarà per il suo bene perché sa di essere amato. Inoltre, la buona madre sa riconoscere tutto ciò che Dio ha seminato in suo figlio, ascolta le sue preoccupazioni e apprende da lui. Lo spirito d’amore che regna in una famiglia guida tanto la madre come il figlio nei loro dialoghi, dove si insegna e si apprende, si corregge e si apprezzano le cose buone; così accade anche nell’omelia… Come a tutti noi piace che ci si parli nella nostra lingua materna, così anche nella fede, ci piace che ci si parli in chiave di “cultura materna”, in chiave di dialetto materno, e il cuore si dispone ad ascoltare meglio… Anche nei casi in cui l’omelia risulti un po’ noiosa, se si percepisce questo spirito materno-ecclesiale, sarà sempre feconda, come i noiosi consigli di una madre danno frutto col tempo nel cuore dei figli».Tutti i documenti e i testi che parlano dell’omelia dicono che il sacerdote o il diacono per preparare l’omelia deve mettesi lui per primo in ascolto della parola di Dio e domandarsi: cosa dice a me questa Parola e solo dopo provare a spezzare quella Parola per la sua gente, per la comunità. Per evitare di comunicare le proprie idee, scrive ancora il Papa (EG 146): “L’umiltà del cuore riconosce che la Parola ci trascende sempre. Tale disposizione di umile e stupita venerazione della Parola si esprime nel soffermarsi a studiarla con la massima attenzione e con un santo timore di manipolarla… Perciò, la preparazione della predicazione richiede amore”. È questo che si aspetta il nostro interlocutore e con lui ogni comunità. Anche lo Strumento di Lavoro del Sinodo di questo mese di ottobre parla con accenti critici del nostro argomento: “Le omelie che molti ritengono inadeguate” (n. 69 e 187). Un invito a un esame di coscienza per tutti i predicatori! Mi ha fatto piacere qualche lunedì fa quando una persona, passando in bicicletta in una via di Trento, mi ha visto e mi ha gridato: “Grazie; bella la predica di ieri!”. L’omelia in genere è a senso unico e non ci sono e non ci possono sempre essere altri interventi. Ma qualche volta anche voi laici aiutateci; magari con un complimento… o anche con un bel rimprovero fatto con carità e fraternità. Un mio professore di omiletica a Padova ci ricordava che “Il sacerdote o il diacono nell’omelia può non essere un poeta, ma certo deve sempre essere un profeta!”.

don Giulio Viviani

Addio a don Tarcisio Guarnieri

Originario di San Bernardo di Rabbi, aveva 66 anni
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È morto giovedì 11 ottobre don Tarcisio Guarnieri. Aveva 66 anni. Originario di San Bernardo di Rabbi, fu ordinato a Trento nel 1977. Intenso il suo percorso pastorale: fu vicario parrocchiale a Predazzo (1977-1983), parroco a Dimaro (1983-1994), Trento-Ss. Sisinio Martirio e Alessandro (1994-2007),  Mori e Besagno e decano di Mori (2007-2015), residente a Rovereto (2015-2016) e a Trento (2016-2018). Il funerale è stato celebrato sabato 13 ottobre presso la chiesa parrocchiale di San Bernardo di Rabbi ad ore 16.00.

Curia, nuovi orari di apertura al pubblico

Dal 1 ottobre accesso consentito dalle 9 alle 12 e dalle 14 alle 16.30
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Cambia l’orario di apertura al pubblico della Curia arcivescovile di Trento, nella sede di palazzo Ceschi, in piazza Fiera, 2.

Dal 1° ottobre prossimo sarà infatti attivo il seguente orario:

 

lunedì CHIUSO
martedì 9.00-12.00 14.00-16.30
mercoledì 9.00-12.00 14.00-16.30
giovedì 9.00-12.00 14.00-16.30
venerdì 9.00-12.00 CHIUSO

È inadeguata la formazione dei preti? (7 ottobre 2018)

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Non pensate che la preparazione del clero sia inadeguata e superata per vivere la vita? La dottrina che comanda, i canoni di sapore medievale, la struttura che forma funzionari invece di pastori, troppo legati al potere e alla carriera. Sento spesso un linguaggio statico e superato nella liturgia, a cui si attribuisce troppa importanza. Insomma troppa sacralità nella struttura, lontana mi pare da quella indicata da Papa Francesco. Che ne pensate?

Domanda posta all’assemblea pastorale di Dro.

 

La domanda pone più quesiti che dicono di un vissuto personale ed ecclesiale debole che sentiamo tutti. In questo passaggio storico siamo alla ricerca di una modalità nuova di vivere la comunità cristiana partendo dal nostro essere in relazione con Gesù Cristo. Dobbiamo ripartire da Lui incontrato nei Vangeli e nel Volto dell’uomo concreto e qui nasce e si rinnova il nostro essere Chiesa.

In questo cammino di Chiesa abbiamo alcuni punti fermi: la Parola Dio, i sacramenti, il magistero (Papa e vescovi per i quali “non dobbiamo dimenticarci” di pregare) all’interno dell’essere popolo di Dio che discerne con la luce dello Spirito Santo le concrete scelte e atteggiamenti di vita. Che stiamo vivendo inadeguatezze anche nel ministero sacerdotale è ineludibile e così nel laicato: la via dell’ascolto reciproco e franco rispetto a tante tematiche dobbiamo imparare a farlo per trovare anche nuovi linguaggi per l’annuncio del Vangelo e per integrare e rendere più comprensibile e partecipata la Santa Liturgia e i sacramenti in cui incontriamo e godiamo del Signore Gesù. Siamo in cammino, dobbiamo trovare la strada in umiltà, senza farci ingannare dalle scorciatoie, che sono diverse e rischiose. Avanti, allora, aperti al dialogo.

Riguardo alla domanda iniziale sulla preparazione dei sacerdoti, se essa sia “inadeguata e superata” “per vivere la vita”, va detto che il nuovo ordinamento per i seminari cattolici, uscito l’anno scorso, riconosce un ripensamento del cammino formativo.

Certamente la preparazione non si esaurisce con il seminario, nel quale non mancano gli anni di formazione (sei per la precisione), né il ventaglio dei corsi accademici (filosofico, psicologico, storico, teologico, biblico-esegetico, pastorale, canonico, e altri), nè l’esperienza della vita comune con la preghiera comunitaria e personale che porta con se.

E’ lo Spirito Santo, se invocato e ascoltato nel discernimento personale e comunitario, che genera e matura i preti e le famiglie, genera all’esperienza di fede nel Risorto. La scelta di servire Cristo nei fratelli è possibile anche nella complessità socio-ecclesiale odierna, se si è motivatamente centrati in Cristo Gesù, se lo si è incontrato nella bellezza del suo Vangelo e nel volto del fratello. E’ qui la sfida di essere credenti, testimoni dell’Uomo Nuovo.

don Ferruccio Furlan, Vicario Episcopale per il Clero

Esiste ancora il “Timor di Dio”? (23 settembre 2018)

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L’amore di Dio è chiaro e dimostrato… ma esiste ancora il “timòr di Dio”, come ci insegnavano da piccoli (50 anni fa)?

Domanda di un pellegrino a Lourdes, settembre 2018

 

Più che “chiaro e dimostrato”, l’amore di Dio è argomento che al giorno d’oggi ricorre nel linguaggio di catechisti e di predicatori molto più che in passato. Non è detto, per questo, che anche nell’esperienza dei credenti appaia davvero “chiaro e dimostrato” (prova ne sia che il riferimento a Dio scatta più di frequente nei momenti di difficoltà o comunque problematici, che non in quelli sereni e gratificanti: ma non è proprio in questi, del resto – tanto più frequenti dei primi da passare per normali – che si rivela l’amore di Dio?).

Del “timore di Dio”, è vero, si parlava molto in passato, tanto che l’espressione stessa era ricorrente e familiare nel linguaggio quotidiano della gente; gli anziani ricordano certi ritornelli: “avere timòr di Dio” – oppure – “esser senza timòr di Dio”. Non era soltanto un modo di dire; dietro vi erano convinzioni maturate tramite un’educazione che su questo aspetto era alquanto martellante. Non si può dire, peraltro, che non avesse le sue buone ragioni e, soprattutto, fondamenti più che legittimi: si pensi alla Bibbia, e al settore dei libri cosiddetti “Sapienziali” in particolare.

Quante volte si parla, si raccomanda, si esalta il “timore del Signore”: “Principio della saggezza è il timore del Signore” (Salmo 111,10); “Nel timore del Signore sta la fiducia del forte; anche per i suoi figli egli sarà un rifugio” (Proverbi 14,26); “Saranno felici coloro che temono Dio, appunto perché provano timore davanti a lui” (Qohèlet 8,12); “Il timore del Signore allieta il cuore, dà gioia, diletto e lunga vita” (Siracide 1,12).

Perché mai non ricorre più tale argomento nel linguaggio cristiano del nostro tempo?

Il motivo è senz’altro questo: la parola “timore” ha pagato un alto prezzo all’unico significato che ha nel linguaggio del nostro tempo, e cioè “paura”. Ora, che nella relazione con Dio sia la paura di lui ad avere il primo posto è decisamente sbagliato: l’ultimo tratto del volto di Dio che la Bibbia ci consegna è ben noto: “…Dio è amore… Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore” (prima lettera di Giovanni 4,8.18).

Ma allora ha ancora senso al giorno d’oggi parlare del timor di Dio? Sì, ha senso, anzi, è doveroso se si vuol restare fedeli a ciò che la Bibbia afferma con autorevolezza; tuttavia è necessario intendersi sul senso di quel “timore”. Un chiarimento accattivante e convincente lo forniva già sant’Agostino nei suoi discorsi al popolo. “C’è timore e timore– diceva. – Vi è quello della donna infedele al marito, che quando costui si assenta da casa ne approfitta per incontrare i suoi amanti… Teme: che cosa? Che il marito torni all’improvviso e la scopra… L’altro timore è quello della moglie fedele; quando il marito deve assentarsi per lungo tempo, anch’ella teme: che cosa? Che gli accada alcunché di drammatico per cui non possa tornare mai più… Quale di questi due atteggiamenti s’avvicina di più all’esperienza cristiana del timòr di Dio? Non c’è alcun dubbio: quello della donna fedele, motivato dall’amore”.

Pertanto sì, è giusto parlarne e predicarlo ancora, ma chiarendo che nulla ha a che vedere con la paura nei confronti di Dio, bensì con la preoccupazione di non perderlo, perché Egli è il Bene più prezioso e, perduto Lui (per quelle libere scelte di cui ci ha voluto responsabili) sarebbe perduto tutto. In termini più familiari alla nostra sensibilità possiamo dire che “temere Dio” non è altro che “prenderlo sul serio”, così come si prende sul serio – nell’esperienza nuziale – la persona alla quale ci si lega per tutta la vita. Non per nulla, forse, l’anello che è contrassegno di quel legame prende anch’esso il nome di “fede”…

don Piero Rattin